lunedì 21 gennaio 2008

Kawabata. L'ultimo segreto dell'eros

La Repubblica 21.1.08
Kawabata. L'ultimo segreto dell'eros
di Pietro Citati

La bellezza femminile, la natura, la morte e il peso del passato nei cinque racconti di "Immagini di cristallo" del grande scrittore giapponese
Sensazioni lievi che si intrecciano Al narratore importa solo ascoltare e odorare la grande analogia dell´universo
Come Proust sa penetrare il dolcissimo e tremendo mistero del sonno, l´abisso che custodisce la profondità della vita

Quando leggiamo un libro di Kawabata, (Immagini di cristallo, a cura di Lydia Origlia, Einaudi, pagg. 128, euro 8,50) abbiamo la continua impressione che noi, esseri umani, occupiamo una parte piccolissima dell´universo. Siamo soltanto un dubbio prolungamento della natura: forse il nostro unico compito è quello di guardarla: non solo a Kyoto, dove raggiunge la sua forma suprema, ma dovunque o almeno in tutti i luoghi di quel paese felice che è il Giappone. Scrivere romanzi è un´arte secondaria, rispetto alla vera arte - la contemplazione della natura.
Quasi sempre, conosciamo la parte più lieve e gracile della natura. Fiori di girasole dallo stelo spezzato, fiori di ciliegio, fiori bianchi di susino, fiori rossi di pesco, bianche e fluttuanti azalee, fiori di loto con un passato di migliaia di anni, piccoli, anonimi fiori azzurri, le foglie rosse dell´acero: tre farfalle che appaiono e scompaiono tra le foglie nerazzurre di un cespuglio, libellule che volano in sciame temendo di essere inghiottite dalla notte: alberi di nespolo che estendono i rami in ogni direzione: gocce di pioggia sulle punte degli aghi dei pini, simili a fiori di rugiada improvvisamente sbocciati; e iris disegnate sulle fasce dei vestiti femminili. Non c´è mai quella grandiosa metamorfosi delle donne in fiore e degli alberi in donne, che incontriamo nella Recherche di Proust. Sia che contempli un tramonto sia che ammiri i giardini di Kyoto, Kawabata non si identifica o si trasforma in natura: è natura.
Tutti i romanzi di Kawabata sono imbevuti di un intensissimo sentimento erotico: davanti al grembo armonioso di una ragazza, il vecchio Eguchi «ne ha il fiato mozzo e le lacrime agli occhi», tanto la bellezza femminile lo sconvolge. Questo sentimento non ha quasi bisogno di venire tradotto in atti sessuali, perché pervade l´universo: l´amore per una donna comprende in sé il volo di due farfalle, il fogliame di un bosco, un vaso da fiori o un bricco di tè che conservano tracce umane, e persino un punto lontanissimo della via Lattea. Tutto odora di eros, finché l´eros si trasforma in ogni senso: - sguardo, suono, profumo, colore. Le sensazioni tenui e lievi si intrecciano. Qualche volta, Kawabata dimentica di raccontare. Gli importa soltanto vedere, ascoltare, odorare, toccare la grande analogia dell´universo: la tessitura delicatissima e compatta, che ci salva e ci imprigiona.
Quando «le piccole e fioche lanterne» dei morti brillano nella notte, ci ricordano che niente dura, la vita è caduca, e la morte abita dentro la vita. Nei romanzi di Kawabata la morte è sempre prossima, e ogni momento vecchi stanchi e giovani coppie si uccidono, in primo luogo perché il passaggio di là è così facile. Ogni istante è pieno di passato. Se afferriamo una semplice tazza da tè, ricordiamo che molte persone l´hanno conservata gelosamente, l´hanno portata con sé in viaggio e hanno lasciata sopra di lei la propria traccia: la tazza vibra, emana luce, ci comunica l´ebbrezza erotica che uno di questi morti ci ha dato durante l´esistenza. Qualche personaggio aspetta il passato: il passato fiorisce nel presente, nascondendosi dappertutto, finché forma nell´oggi come un bianco fiore di loto; e calma, placa, cancella ciò che è effimero. Ma il tempo non lascia polvere né squallore né vecchiaia né peso, come noi europei siamo abituati a credere. Se viene immersa in un vaso vecchio di trecento anni, una campanula di colore blu suscita «una sensazione di viva freschezza». La freschezza è uno dei valori supremi nei libri di Kawabata: egli ripete di continuo questa parola; e sa che può essere evocata anche da ciò che odora di tempo.
* * *
Come scriveva Mishima, nessuno scrittore giapponese ha mai rappresentato con tanta attenzione e tenerezza l´anima femminile del Giappone. Quanti visi e corpi di donne incontriamo nei romanzi di Kawabata: grandi occhi dalle iridi nere e lucenti, palpebre leggiadrissime, carnagioni luminose, pelli delicate e soavi, capezzoli rosa, orecchi minuscoli. Il puro fascino della vita sembra non avere altro luogo dove posarsi. La volontà e la violenza dei maschi si scagliano contro questi visi e questi corpi: le donne li assecondano «con un´arrendevolezza flessuosa», sembrano cedere; eppure, alla fine, tutto, uomini, case, alberi, fiori, giochi del go, tazze di tè, è imbevuto da onde di caldo profumo femminile. L´ultimo segreto della bellezza femminile è la tristezza: le donne, diceva Mishima, sono «avvolte dalla tristezza, come da una lieve foschia», che respira silenziosamente nei corpi. Quando gli occhi e le carnagioni si tingono di malinconia, un soffio celeste pervade il Giappone.
Anche la neve è femminile. Nel Paese delle nevi, tutto è bianco, gelido e diafano: la neve dell´alto paese di montagna imbeve il racconto, finché leggendo sentiamo di respirare soltanto neve. Quando è inverno, le ragazze preparano il lino chijim, impiegato per i freschissimi kimono estivi. «Il filo viene filato nella neve, la tela tessuta nella neve, lavata in acqua di neve e lasciata a sbiancare nella neve». I lini sono abbandonati sulla neve alta e, ogni mattina, colpiti dal sole nascente, si tingono di una sfumatura scarlatta. Allora la scena, dicono gli appassionati giunti da ogni parte del Giappone, è «di una bellezza incomparabile». Nessun maschio prepara i lini: solo ragazze tra i quattordici e i ventiquattro anni che hanno imparato l´arte fin da bambine; se superano i ventiquattro anni, il tessuto perde la sua lucentezza e freschezza, che si prolungano nell´estate. La neve bianca, i lini bianchi: tutto ciò allude alla purezza, alla verginità e alla morte (il bianco, in Giappone, è anche il segno del lutto), che accompagnano il mondo femminile.
Nel libro più famoso di Kawabata, La casa delle belle addormentate, il vecchio Eguchi penetra, la sera, in una strana casa di appuntamenti, dove tutto è vuoto e silenzioso. In una stanza dalle rosse tende di velluto, una ragazza ha assorbito un potente sonnifero e dorme: nelle sere successive, verrà sostituita da altre ragazze. Tutte le ragazze dormono con un respiro profondo: la mano destra sfiora il volto addormentato: le dita, nell´abbandono del sonno, si incurvano appena; la mano è bianca e morbida, ma il rosso del sangue si fa più intenso verso le punte delle dita. Nel sonno, le ragazze fanno piccoli gesti: voltano il viso, muovono le spalle, sollevano la mano sinistra e la portano alle labbra, lasciano intravedere i denti; le labbra dischiuse e le guance paiono, a volte, attraversate da un sorriso. Qualcuna profuma di peonia o di glicine. Sebbene le ragazze siano prezzolate, sono vergini. Conservano il chiuso, il difeso, il protetto, l´inconscio dell´anima femminile: quel bianco che avevamo intravisto nei lini dei kimono distesi sulla neve.
Credo che solo Proust abbia rappresentato, come Kawabata, il dolcissimo e tremendo mistero del sonno: questo luogo sconosciuto, che esiste accanto a quello diurno; quest´abisso che costeggia la nostra vita, straniero alla vita, e che pure sembra custodire la profondità della vita. Nella Recherche, Marcel penetra nel sonno di Albertine: ne possiede la mente e le sensazioni come non li possiede nel giorno; mentre Eguchi contempla soltanto dall´esterno le ragazze che dormono. Il suo è un lungo assedio. Ausculta il respiro delle ragazze, odora i profumi, sfiora i denti, respira i capelli, appoggia una guancia e passa le labbra sul dorso di una mano, sfiora, accarezza, bacia: una volta vorrebbe violare una delle ragazze. Poi rinuncia, perché capisce che nessuna violazione gli permetterà di penetrare nei corpi e nelle menti addormentate. Non saprà mai quali pensieri e sensazioni li attraversano: il sonno resta, sino alla fine, inespugnabile, - la cosa più inespugnabile dell´universo. Eppure, mentre ausculta i respiri e odora i profumi, capisce di intravedere un altro spazio, superiore al nostro: il suo è un rapporto esoterico, gli dice un amico, come se dormisse accanto a un Buddha. Contemplando il sonno delle ragazze, contempla la sorella del sonno, la morte - una morte candida, innocente, verginale -, che è l´ultimo segreto dell´anima femminile.

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