giovedì 31 gennaio 2008

Grandiosa monotonia di Sarpi

Grandiosa monotonia di Sarpi
Carlo Carena, il sole 24 ore , 08/07/2001
Fra i tomi dell'ignorata, dalle librerie e dal pubblico, … appare, imponente fra gli imponenti, Paolo Sarpi. Gran parte vi è occupata dalla Istoria del Concilio tridentino, la cui migliore definizione letteraria è la stroncatura elogiativa di Arnaldo Momigliano: "Se non si ha una precisa idea dell' interesse tutto intellettuale dell'autore per le vicende del mondo, non la si capisce, e non si regge la lettura. L' Istoria del Sarpi manca assolutamente di ogni attrattiva. É di una monotonia imperterrita, e perciò grandiosa".
Ma dopo le 1.100 e più pagine del famoso capolavoro, … alcuni altri scritti meno noti, brevi o brevissimi interventi occasionali del bellicoso servita nella sua veste, non talare, di consultore giuridico del Senato veneziano; e a quei testi Vivanti dedica molta attenzione, non per giustificarne inutilmente la presenza ma per la consapevolezza del loro valore, nell'insieme anche dell'attualità sia per il tipo di problemi affacciati e trattati, sia per l'atteggiamento assunto. La maggior parte di quelle scritture concerne infatti e vigorosamente tratta (Sarpi, soggiungeva Momigliano, era "un ingegno di ferro") i nodi centrali della libertà di idee, della stampa dei libri e più in generale dei rapporti fra Stato e Chiesa, con la nota dominante della separazione delle due sfere e dell'autonomia del primo rispetto alla seconda in materie temporali.
… E quale atteggiamento più civile della devozione alla scrittura e all'autonomia della politica? "Alla potestà secolare - spiega Sarpi, con una lezione che si dovrebbe veder diretta a entrambi - Dio ha commesso la cura della tranquillità pubblica, al ministero ecclesiastico Dio ha commessa la cura delle anime, la quale non ha che trattare con pene di diretto". Lo Stato agisce nel suo ambito non solo per diritto a lui attribuito ma per dovere a lui imposto da Dio "a beneficio del populo"; rinunciarvi, ridurlo, danneggia il suddito ma più e prima offende la Maestà divina.
Il discorso si svolge entro i parametri teologici in cui allora solo si poteva e doveva svolgere. Ma pure giunge, facilmente tradotto, al suo nocciolo durevole: nel referto poi Del vietar la stampa dei libri perniciosi al buon governo, dell'agosto 1615, riprendendo gli spunti del Sopra l' officio dell'Inquisizione, Sarpi asserisce non senza un po' della sua ironia che, come aveva fatto Filippo II in Spagna, occorre togliere l'editoria (fiorente a Venezia) dalla "soprintendenza degli ecclesiastici, lasciando loro "soltanto la cura delli messali, breviari e carte da insegnar a' putti la grammatica"; quanto ai libri veri, si fissino regole tali da sottrarli all' arbitrio, allo zelo e agli eccessi dei singoli censori. Trapelano aria d'altri tempi, il sospetto personale, ma ancora soprattutto la necessità di garantire allo Stato la sicurezza della sua sopravvivenza.
Recensione a: "Paolo Sarpi", a cura di Corrado Vivanti, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2000, pagg. XL-1278, s.i.p.

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