mercoledì 6 dicembre 2023

Discordia

 Discordia


Tremenda donna di fatal colore

Con chioma agguernita di più serpenti,

Colla bocca spumante, e guai ardenti,

Stragge, e rüine annunzia in tutte l’ore.

Porta un mantice in man, che desta ardore,

Ed un flagel per fulminar le genti,

Vaga sol di querele, e di lamenti.

Nè l’averno contien furia peggiore.

Corre per tutto, ed infiammar procura

Popoli all’armi, che crudel li desta,

Vaga solo di pianti, e di sventura.

Da troni alle capanne accorre presta,

Tutto rivolge, e a danni ognor s’indura :

Trema mortal, che la discordia è questa.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


mercoledì 8 novembre 2023

Crudeltà

 Crudeltà


Donna tinta di sangue il volto, e il manto

Succinta veste lacerata, e breve

Irata in dossa, lago al piè di pianto

Scorrer si mira, come oggetto lieve.

Spada infiammata alza di tanto in tanto,

Dagli urli, e dal clamor gioia riceve,

In ferreo vaso il proprio sangue beve,

Il flagello, e il furor si porta accanto.

Döunque mira cade l’uom distrutto,

Segna tremenda ognor sanguigne l’orme,

La seguono il dolor, la tema, il lutto.

Cadono a piedi suoi diverse Torme,

Ecco la Crudeltà, che atterra il tutto ;

E fra i spenti da lei tranquilla dorme.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


domenica 1 ottobre 2023

Vendetta

 Vendetta


Donna di truce volto, e guardo fiero,

Che viperco flagello in man si porta,

Feroce, alata in portamento altero

Che l’opre spïa cautamente accorta.

Alza un’ardente face, e il mondo intero

Mentre che incende il suo furor conforta :

Volubil ruota è a passi suoi di scorta,

Ed un timon, che scorre il salso impero.

Livida spuma il crudo labro versa,

Opre orrende eseguir vola, e s’affretta

Di sangue intrisa, e di veleno aspersa

Miser colui, che nel suo sen ricetta

Questa ad opre di sdegno ognor conversa

In odio al mondo, e al Ciel crudel vendetta.



Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


domenica 3 settembre 2023

la conquista delle stelle

 F.-T. Marinetti : la conquista delle stelle


In lontananza il terribile gemito del mare immenso e il fracasso della terra sotto i colpi; in alto il sussurro del vasto cielo scosso; in basso le scosse della lunga catena dell'Olimpo che trema sotto i piedi degli Immortali... Gli uni contro gli altri si lanciavano proiettili a gran rumore. La voce dei combattenti saliva fino alle stelle, grida di rabbia e di incoraggiamento; e si scontravano gridando il grido di guerra attraverso lo spazio.

Miraggio! Un enorme viso angolare e olivastro

Emerse tutto fradicio dalle acque.

Un volto con poderosi piani di rocce viscose

Sotto una vasta chioma liquida

Sollevata e schizzante in un'aurora nera!

E questa chioma balzava intorno a lei

Mordendo il cielo; e c'erano torrenti

Di pece, che galoppavano contro lo spazio,

E scorrevano all'indietro per risalire il loro letto;

E il mio Sogno riconobbe con terrore

L'enorme viso spugnoso del Mare Sovrano!

Le pupille fiammeggiavano come palle di fosforo,

Sciogliendo gli sguardi come nodi di serpenti,

E la sua bocca si apriva a forma di ventosa.


domenica 6 agosto 2023

Venezia - Una idea che ronzava

Venezia -  Una idea che ronzava

Mercure de France, 1900

« Un'idea che ronzava nella testa di alcuni speculatori, la cui realizzazione segnerebbe per Venezia l'apice dell'incoscienza. Quest'idea non esiste ancora sotto forma di piano o di progetto accertato. Gli interessati si guardano bene dal diffonderla; e quando se ne parla con i Veneziani, questi ridono, alzano le spalle. Non rideranno più quando, con tutti i piani decisi, la coalizione degli interessi formata e ben salda, non potranno impedire ciò che potevano prevedere.


Si tratta - semplicemente - di una ferrovia che, attraverso lavori diventati ormai poco difficili, collegherebbe la città al Lido con una stazione più o meno invisibile, in Piazza San Marco... Leggete bene: in Piazza San Marco!


Coloro che non hanno preso coscienza delle trasformazioni latenti di questi ultimi anni rimarranno scioccati da questa notizia e non la capiranno. E' che non sanno che "l'orribile Lido", come diceva Musset, è diventato uno dei bagni di mare più alla moda della penisola, non solo per gli italiani, ma anche per i tedeschi e gli ungheresi. Non sanno che tra dieci anni il Lido sarà completamente costruito. La spiaggia di sabbia, poco larga, si estende a perdita d'occhio di fronte all'Adriatico. Un grande hotel si è già eretto, dall'inverno, da un lato dei "Bagni"; un altro sorgerà dall'altro lato, l'anno prossimo. Tutti i terreni dell'isola sono stati acquistati da una "società" di questi ricchi ebrei italiani che, va riconosciuto, sono stati, prima di questa fase, la provvidenza delle industrie veneziane che sostenevano con i loro soldi. Ville si costruiscono lungo l'avenue con tram che collega le due sponde dell'isola. Il Lido non tarderà a diventare una piccola Brighton, con il pontile e tutto ciò che ne consegue. Ora, gli speculatori immaginano che la ferrovia, prima di diventare assolutamente necessaria alle aggregazioni di questa nuova città, faciliterà il suo sviluppo e si aspettano che, per essere veramente redditizio, dovrà partire dal centro di Venezia; - perché non tra le due colonne della Piazzetta?»


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domenica 2 luglio 2023

l'olandese e il veneziano

 l'olandese e il veneziano 

Mercure de France, 1900

Considerando la situazione e la destinata analoga dei due popoli, l'olandese e il veneziano devono il loro trionfo a mezzi rigorosamente opposti: l'olandese lottando incessantemente contro il mare, combattendovi come con una bestia selvaggia, sempre pronta ad strapparti i tuoi tesori; il veneziano affidandosi ad essa come ad una nutrice tranquilla, tanto più abbondante quanto meno si disturbano i suoi agi e il suo territorio. Alle origini dei popoli e della loro potenza, come delle città e della loro bellezza, ci sono cause particolari che in qualsiasi fase dello sviluppo nazionale non si possono trascurare senza i rischi più gravi. E Venezia si era allungata in mezzo alle acque vive, figlia assoluta del mare: volerla rendere terrena è ignorare le condizioni più elementari della sua esistenza, condannandola alle polveri mortali, alle esalazioni paludose, all'anemia lenta, alla solitudine estrema.



venerdì 2 giugno 2023

Venezia - Come danneggiamo la bellezza della città?

Venezia - Come danneggiamo la bellezza della città? 

Mercure de France, 1900

Il pericolo - leggiamo - è che questa prosperità rinata risvegli il vandalismo degli ingegneri, stimoli l'amor proprio delle amministrazioni, più distruttivo della loro indolenza. E naturalmente, a nome dell'igiene, e al fine di garantire questa rapidità delle comunicazioni "imposta - seguendo la fallace formula - dalle nuove esigenze", sono stati stabiliti progetti che si riassumono così: demolizione, sgombero di alcuni quartieri; ampliamento di vicoli e calli; costruzione di un viadotto che, partendo dalla costa di Mestre, permetterebbe di raggiungere Venezia non solo a piedi, ma anche in auto e soprattutto in bicicletta!


Si sa che Venezia è già collegata alla terraferma da un ponte ferroviario che attraversa le lagune e il mare per quasi quattro chilometri. Ora i sostenitori del progetto ti dicono subdolamente: "Come danneggiamo la bellezza della città? Abbiamo già questo viadotto che, tra parentesi, porta le locomotive al bordo del Canal Grande, all'estremità di Venezia, senza che da nessun punto, se non dall'alto del Campanile, si possa sospettare l'esistenza di una ferrovia. Semplicemente lo si duplica con un altro viadotto per la strada carrozzabile, e la città ne guadagna, senza essere toccata, comunicazioni con la terra complete e facili. Per quanto riguarda le poche baracche che si possono abbattere e i vicoli che si vogliono allargare qua e là, è una semplice misura igienica per pulire quartieri senza interesse!


Si riconoscono qui gli argomenti dolciastri, "avanti la lettera", dei signori ingegneri - che ci hanno valso l'abbattimento dell'Esplanade des Invalides. Purtroppo, stanchi di lottare, molti artisti anche si lasciano prendere.

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domenica 21 maggio 2023

Nessuno è profeta nella propria terra! O le tribolazioni di Merlino in Armorica

 dal libro

RELIGION ET MENTALITÉS AU MOYEN ÂGE


Nessuno è profeta nella propria terra! O le tribolazioni di Merlino in Armorica.


Nul n’est prophète en son pays ! Ou les tribulations de Merlin en Armorique

Jean-Christophe Cassard


Il detto recita: "Nessuno è profeta nella propria terra" e, sembra, i profeti ancor meno della gente comune. Bretone di pedigree incerto, Myrddin - presto divenuto Merlin a causa di una cattiva ortografia durante la traduzione del suo nome in romano - invade lo spazio storico-leggendario dell'isola d'Inghilterra già nella prima metà del XII secolo: la sua Vita e le sue Profezie, immaginate o almeno arrangiate da Geoffroy de Monmouth, ottengono il successo che si conosce mentre il suo personaggio, sviluppando la sua complessità, integra la materia letteraria della gesta arturiana fino ai suoi ultimi sviluppi. In modo curioso, questo successo non viene riscontrato in Bretagna armoricana, dove occorre aspettare il XIV secolo per vedere Merlin segnalato quasi per caso e non tra coloro che ci si sarebbe aspettati in primo luogo.

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Quando Merlino sembrava inglese


Oggi è riconosciuto che una guerra non si vince solo per fortuna sul campo di battaglia: da sempre, la vittoria implica molti altri parametri, alcuni fattuali - come la capacità di mobilitare risorse finanziarie ed umane, la disciplina e l'arte tattica, la capacità di controllare una rete di città e castelli - e altri più sottili, a sfondo psicologico, che sono gli unici capaci di rafforzare le fedeltà, di ravvivare gli entusiasmi quando le operazioni si prolungano. Ma questi ultimi fattori sono anche i più difficili da comprendere per lo storico poiché la documentazione scritta medievale rende conto solo in modo molto imperfetto della profondità vissuta di un conflitto, della motivazione dei suoi attori o della sostanza dei loro pensieri più profondi. Nella guerra di successione bretone (1341-1364), la competizione per il patronato dei santi è evidente, unico dato tangibile che riflette apertamente un enigma di propaganda significativo. I cronisti o i testimoni lasciano trasparire tuttavia intorno alla persona di Carlo di Blois altri vettori di questa guerra immateriale - la rivelazione dei mali di una mendicante, spia durante l'assedio di Quimper nel 13444 o un sogno premonitore prima di Auray - ma sembra che queste interferenze soprannaturali non abbiano avuto alcuna pubblicità e quindi la loro efficacia in termini di propaganda appare nulla, almeno sul momento. Un'altra occorrenza della guerra psicologica, questa volta pubblica, si trova nel campo avversario e coinvolge direttamente il nostro profeta.


(...)


Almeno in tre occasioni, degli Inglesi si considerano informati sull'esito di una battaglia grazie all'interpretazione che fanno dei Libri di Merlino che i loro compatrioti amano possedere e che utilizzano comunemente in quel periodo. Su questi libri, non ci viene detto nulla che ci permetta di sapere se si tratta effettivamente del saggio di Geoffrey di Monmouth o, almeno, di una delle sue traduzioni-adattamenti in francese d'Inghilterra, o addirittura di un altro testo attribuito al vecchio profeta dei Brettoni dell'isola. Nulla a maggior ragione permette di suggerire a quale passaggio preciso delle previsioni si riferissero questi lettori interessati a scoprire il pegno del destino delle loro armi. Tuttavia, non c'è dubbio che Merlino abbia contribuito a rafforzare il morale di almeno alcuni combattenti d'oltremanica bloccati nella interminabile contesa bretone: in questo senso egli partecipa alla costruzione di un immaginario di guerra indipendente dalle considerazioni tecniche piatte dell'arte militare e che fa pienamente parte della storia delle mentalità.


(...)


Merlino lo straniero, passato al servizio della Francia? 

In quest'analisi laconica, ovviamente, occorre sfumare il campo di osservazione. Se l'uso dei libri di profezia sembra poco comune tra i guerrieri coinvolti nelle realtà vincolanti del terreno nel XIV secolo, diventa più frequente nella letteratura cavalleresca, e presto l'intera Francia, dal 1380 circa al 1435, si troverà di fronte a una nuova ondata di profezie popolari, di cui Giovanna d'Arco rappresenta l'apice. Del ricordo della sua epopea, Merlino non è assente: un autore tanto autorevole come Christine de Pisan ricorda nel 1429 nel suo Ditié de Jehane d'Arc che con la Sibilla e Beda il Venerabile preannunciò la sua venuta, poi nel 1456, durante il suo processo di riabilitazione, Jean Bréhal si basa, tra gli altri argomenti, su alcuni versi di Merlino, avvalorati da Sigebert de Gembloux e Vincent de Beauvais, per rafforzare l'autenticità della missione profetica di Giovanna. Ancora alla fine del secolo, intorno al 1488, Simon de Phares lo accoglie favorevolmente nel suo pantheon degli astrologi più celebri, unico profeta qualificato come tale dalla venuta di Cristo perché il suo prestigio, brutalmente esaltato dal sentimento nazionale attraverso gli episodi di Du Guesclin e, soprattutto, di Giovanna d'Arco, lo esonera da ogni sospetto di impostura intrinseco al profetismo mercantile, agli occhi di questo rigoroso astrologo riguardo al credito "scientifico" da applicare alla sua disciplina. 


(...)


Ma questo si verifica solo durante la seconda fase della guerra franco-inglese, quando la figura di Merlino si è sufficientemente affermata da essere utilizzata saggiamente da entrambi i beligeranti. Allora, il recupero dell'apatride da parte del campo francese sembra acquisito. All'inizio del conflitto, la discrepanza delle propagande appare invece molto marcata, quasi unilaterale.



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Più o meno concertata, una potente offensiva profetica anti-francese, ripresa da diversi relais continentali, tra cui Froissart, caratterizza infatti la prima metà del XIV secolo: ad un Edoardo III promesso alle destinazioni più belle, già unificatore dei tre corone che si spartivano l'isola, rifondatore della Tavola rotonda di Artù, si oppongono gigli in preda alla decadenza fisica e morale, incapaci di imporre la pace e la prosperità nei loro stati. Il cinghiale intravisto da Merlino denuncia ora in modo implicito attraverso le voci che circolano e nella letteratura - come quella del Roman de Perceforest - la perdita programmata di un nuovo re malfermo, ferito alla coscia da un enorme e meraviglioso maiale che si rotola nella melma, colpito da sterilità, incapacità... I capricci del clima, gli scandali domestici della casa capetingia, la successione rapida dei "re maledetti" e poi il trono mal assicurato di un Filippo VI si ostinano a confortare l'uditorio continentale della propaganda inglese senza che il solito messianismo reale francese trovi ancora materia per una replica efficace. Emergono così la realizzazione e la riforma del regno bicéfalo nella persona di Edoardo III, erede regolare dei re Plantageneti, ma anche figlio di Isabella di Francia, parente stretto degli imperatori, cavaliere completo... insomma, un Edoardo trasformato in un nuovo Artù, pronto per completare il ciclo di Merlino.

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In questo contesto calamitoso, le tre allusioni ai Libri di Merlin che abbiamo individuato nel teatro bretone rappresentano, a mio avviso, come un primo tentativo di fuoco di sbarramento, improvvisato e ancora in fase di taratura. Piuttosto che rispondere con un argomentario dello stesso tipo, gli autori pro-francesi - testimoni e cantori sia di un successo di stima delle loro armi, sia di un risveglio indiscutibile con Bertrand - si accontentano prima di tutto, per la battaglia dei Trenta, di sottolineare in modo ironico l'insensatezza della credenza inglese, rimandando il vinto alla sua cattiva e fatale lettura. In un secondo momento, sempre con urgenza, ma con un'urgenza rilassata grazie alla gesta del connestabile, con Cuvelier e l'anonimo della Cronaca di sire Bertrand du Guesclin, Merlin sta già diventando parte dell'immaginario di guerra accettabile dal pubblico francese: la sua irruzione sulla scena di Auray, sebbene non sconvolga l'ordine della storia poiché l'esito della battaglia è noto a tutti, la sospende per un momento quando Charles si crede liberato del suo rivale... Una generazione dopo, intorno a Jeanne d'Arc, il profeta si è imposto abbastanza da far cadere gli ultimi pregiudizi e da avallare, con il suo modesto ruolo, l'epopea della Pulcella.


Quindi, Merlin non ha completamente abbandonato il regno continentale e, se necessario, annuncia il raddrizzamento delle armi del re o del delfino: tuttavia, la sua intrusione attiva in Bretagna sembra essere stata il risultato dell'influenza straniera, di questo inglese che, meglio del popolo bretone per ovvie ragioni di accaparramento dell'eredità monarchica comprovata sin dal XII secolo dai Plantageneti, ha saputo onorare e far prosperare la figura mitica di un re Artù, annunciatore della grandezza rinnovata dei sovrani britannici, mentre nella sua scia si trovava il vaticinatore delle oscure foreste caldeonesi. Questo periodo vede come corollario il crollo dell'ultimo sussulto della speranza bretone con il crudele assassinio di Artù di Bretagna, perpetrato, secondo forti probabilità, dalla mano dello zio Giovanni senza Terra a Rouen nel 1203: da allora gli Armoricani attendono invano il ritorno di Artù alla loro guida, e tra i loro vicini questa attesa, presto rassegnata, di un improbabile salvatore suona così falso, passa per un sogno così vuoto che potrebbe rendersi con il nostro moderno "attendere ai calendari greci". Potrebbe persino darsi che il nome di Artù sia diventato un soprannome che copre con la sua vergogna i malcapitati peninsulari costretti dalla povertà all'esilio attraverso le province francesi: nell'ottobre del 1351 il re grazia un certo Jean le Breton, di Lussac in Poitou, che aveva ucciso per errore Adam Morin durante un esercizio di tiro con l'arco. Jean era soprannominato Arturus nel suo ambiente e definito "pauper et miserabilis persona". Un bretone, un Artù, un nullità! In confronto al suo re, la figura di Merlin non ha subito probabilmente una caduta simile a causa della sua popolarità non altrettanto radicata in Armorica.



Merlino, tuttavia, non ha abbandonato completamente il regno continentale e, se necessario, annuncia il ripristino delle armi del re o del Delfino: la sua intrusione attiva in Bretagna sembra invece essere stata opera di un estraneo, di quell'inglese che, meglio del popolo bretone, per evidenti ragioni di acquisizione ereditaria monarchica, dimostrata sin dal XII secolo dai Plantageneti, era riuscito ad onorare e far prosperare la figura mitica di un re Artù annunciatore della grandezza rinnovata dei sovrani britannici, mentre nella sua scia appariva il vaticinatore delle oscure foreste caldeoniane. In conseguenza di ciò, in questa epoca si verifica il collasso dell'ultimo sussulto della speranza bretone con l'atroce omicidio di Arturo di Bretagna, perpetrato, secondo forti probabilità, dalla mano dello stesso zio Giovanni Senza Terra a Rouen nel 1203: da allora, gli Armorici attenderanno invano il ritorno di Arturo alla loro testa, e tra i loro vicini quest'attesa, presto rassegnata, di un improbabile salvatore suona così falso, passa per un sogno così vuoto che potrebbe essere reso dal nostro moderno "attendere alle calende greche". Potrebbe anche darsi che il nome di Arturo sia finito per diventare un soprannome che copre con la sua ignominia i malcapitati peninsulari costretti dall'indigenza all'esilio attraverso le province francesi: nell'ottobre del 1351 il re perdonò un certo Jean le Breton, di Lussac in Poitou, che aveva ucciso accidentalmente Adam Morin durante un'esercitazione di tiro con l'arco. Jean era soprannominato nel suo entourage Arturus e definito "pauper et miserabilis persona". Un bretone, un Arturo, un buono a nulla! In confronto al suo re, la figura di Merlino non ha certamente subito una simile decadenza per mancanza di una popolarità altrettanto radicata in Armorica.


Tuttavia, nelle sue nobili origini Merlino - o più precisamente Myrddin per ancora - era un buon bretone, al servizio del più grande re delle loro leggende. La sua autoctonia approssimativa non soffre di discussioni e si inserisce bene nel gusto degli antichi bretoni per i testi profetici e divinatori. Qualunque sia stato il meccanismo che ha portato alla concretizzazione nella sua figura emblematica della loro propensione comune a rivolgersi a messaggeri eccezionali in grado di rivelare un futuro migliore a un popolo alle prese con difficoltà di ogni genere, i bretoni non hanno mancato di proporre prototipi ai chierici medievali per stabilire il loro Merlino nei suoi diversi ruoli e posture.



Ma l'originale Merlin britannico era dell'Armorica? Se si riprendono i testimoni più antichi, Geoffrey di Monmouth e Jean di Cornovaglia, è forza riconoscere che la Bretagna continentale figura ben poco nel galimatias che questi autori imputano al profeta ispirato. Una identica constatazione si impone per i brandelli della letteratura perduta degli Armorici: tutto sommato, la figura di Guinglaff si rivela più autentica, più viva anche di quella di Merlin nel suo ruolo di uomo selvaggio dotato del dono della doppia vista... In realtà, il divinatore acquisisce qui un pizzico di rispettabilità tardiva grazie all'ombra proiettata della scrittura e dall'alto.


Ma Merlin è diventato un vero e proprio bretone? Nel comporre i frammenti della sua Cronaca sotto il regno del duca François II, Jean de Saint-Paul riprende a modo suo l'essenziale del Poema dei Trenta con l'inefficace annuncio merlinesco interpretato dal capitano inglese, e poi attribuisce esplicitamente ai sortz Merlin la saggia precauzione presa all'inizio della battaglia di Auray da un Montfort preoccupato per una certa profezia:


"Il conte fece vestire la sua tunica, coperta di armi di Bretagna, a un cavaliere che era suo cugino, perché aveva trovato nei sorti di Merlin che tra due signori che contenderanno la Bretagna, la battaglia sarà faticosa, in cui le armi della Bretagna saranno sconfitte."


Riguardo alla grande guerra nobiliare del XIV secolo, questi richiami di Jean de Saint-Paul a comportamenti passati un po' sorpassati non avranno seguito poiché gli storici successivi non si estendono molto su un conflitto doloroso per tutti, che va contro le loro chiamate incessanti all'unità dei Brettoni dietro il loro duca... Merlin esce con loro dall'attualità bruciante e diventa sempre più una semplice icona di carta scritta, ereditata da Geoffroy de Monmouth. Tuttavia, non era sempre stato così nelle decadi precedenti.



Verso la fine del XIV secolo e l'inizio del XV, l'autore anonimo della Cronaca di Saint-Brieuc riferisce di aver letto e compilato gli autori inglesi che si erano impegnati a decifrare la storia politica della loro isola attraverso i versi misteriosi attribuiti al profeta. Dalla conquista di Guglielmo il Conquistatore, figlio di una Armoricana incontrata a Rouen dal padre e restitutore parziale dell'isola ai suoi antichi padroni, tutto passa attraverso un registro molto oscuro: la disputa mortale dei due figli del Conquistatore, l'assassinio di San Tommaso Beckett, le dispute tra i "leoni" nati da Enrico II, la servitù degli inglesi dopo che Giovanni senza Terra divenne vassallo del suo regno presso il Santo Padre... La storia armoricana non trova il suo posto, tranne in un caso marginale con l'annuncio di Merlin del destino tragico di Arturo di Bretagna, figlio di Goffredo Plantageneto e Costanza, destinato a una morte atroce per mano dello zio. La dominante è molto anti-inglese sia nella forma che nella sostanza, l'autore anonimo denuncia con violenza le tentate falsificazioni commesse dagli interpreti a servizio della nazione detestata. Questa virulenza deve essere inserita nel contesto particolare di un ducato che, verso il 1400, fatica ad affermare la sua identità propria tra i due regni e dove i combattenti d'oltremare non hanno lasciato solo buoni ricordi, nonostante il sostegno decisivo che hanno fornito a Jean IV all'inizio: la personalità nazionale bretone si costruisce soprattutto contro i "sassoni, pagani e traditori, che ora vengono chiamati inglesi", usurpatori dell'isola, e i loro discendenti in un'epoca in cui la minaccia francese non sembra credibile.


Nel lungo capitolo che si propone di chiarire le cose, l'autore anonimo combatte con veemenza la pretesa inglese di incarnare l'autentica Bretagna. Confuta questa usurpazione d'identità, sostenendosi sui fatti comprovati della storia dedotti dal miglior testo disponibile delle Profezie, che ha ottenuto da un signore bretone che ha lungamente soggiornato in Inghilterra. Nonostante, alla fine, alcune proteste di prudenza su queste parole oscure, il suo profondo sentimento rimane che la speranza bretone si realizzerà nel suo tempo, conformemente alle parole di Merlino: allora gli "stranieri" saranno cacciati dall'isola dai suoi autentici "cittadini", cornici, gallesi, scozzesi di Albania e bretoni d'Armorica. Contro il popolo infedele destinato alla decadenza terminale, il vocabolario dell'autore anonimo esprime un'abrupta xenofobia tanto la razza sassone, assetata di sangue umano, iniqua, gli appare attentatoria alla grandezza passata della Bretagna, ma l'ora di una giusta vendetta suonerà nel momento assegnato da Dio e intravisto da Merlino! Questo discorso estremo, che introduce un profeta partigiano e fino in fondo nel dibattito nazionale sotto il regno di Carlo VI, porta ovviamente a un doppio vicolo cieco - uno pratico alla luce dei rapporti di forza reali sul campo in quel momento, l'altro strategico poiché il ducato dei Montfort sotto Giovanni V e i suoi successori evita di provocare gratuitamente il suo potente vicino insulare, ancora di più di rivendicare un ipotetico eredità ancestrale fondata sull'antichità dei diritti storici sull'altra riva della Manica…


In relazione alle folli e irredentiste fantasie alimentate intorno al 1394 nella Cronaca di Saint-Brieuc, le Profezie di Merlino potrebbero rivelarsi pericolose e controproducenti: ogni interpretazione eccessiva di questi testi oscuri è pertanto bandita ai tempi dei Montfort. In altre parole, di Merlino non rimane che una figura su carta, sterilizzata, svalutata, tratta dai vecchi libri di magia, che gli storici del ducato citano per erudizione senza concedergli alcun impatto sul loro mondo.



(...)


Le riferimenti attuali ai misteriosi ospiti della foresta di Brocéliande non hanno, a mio parere, alcun valore di radicamento temporale in quanto sono solo avatar di una piantagione mitico-letteraria rischiosa sin dalla riscoperta della letteratura medievale nel XIX secolo, suscitata dal romanticismo e alimentata da un regionalismo in cerca di falso esotismo in patria. Il turismo ha poi preso il posto per coltivare l'idea ricevuta e far prosperare il cliché nella civiltà del tempo libero. Ma l'albero d'oro non deve nascondere la brughiera rasa: Merlin il profeta non lo fu realmente in Bretagna armoricana. Infatti, giunse su questa terra solo nei bagagli dei cavalieri inglesi che vi combattevano per la causa del giovane Montfort; la sua acclimatazione rimase precaria, come un innesto secco trapiantato bruscamente da una conoscenza libraria quasi diversa, perché, nonostante le apparenze iniziali, non tutto ciò che è bretone è necessariamente di qui. Eterna cultura di un'ambiguità tra tutte le possibili Bretagne!




giovedì 11 maggio 2023

Paganesimo cristianizzato o cristianesimo folklorizzato?

 La religione dei Rus' di Kiev (X secolo - XIII secolo). "Paganesimo cristianizzato o cristianesimo folklorizzato?"


La religion des Rus’ de Kiev (xe-mil. xiiie siècle). « Paganisme christianisé ou christianisme folklorisé ? »

Jean-Pierre Arrignon


(...)


"Se si cerca di definire esattamente la religione della massa dei Polacchi intorno al 1200, l'espressione di paganesimo cristianizzato sembrerà infine meno adeguata di quella di cristianesimo folklorizzato da intendersi come un insieme strutturato ed attivo che associa le esigenze della chiesa alle credenze e alle pratiche che interpretavano il mondo e l'uomo da sempre", così si esprime Hervé Martin in conclusione del suo capitolo dedicato alla conversione dei paesi slavi (Polonia e Boemia) dalla metà del X secolo alla metà del XII secolo, un'acculturazione riuscita? È possibile estendere questa conclusione alla Rus' di Kiev, il cui principe Vladimir e i suoi abitanti si sono convertiti al cristianesimo nel 988-989? È ciò che esamineremo utilizzando una fonte particolare, le risposte di Nifont, vescovo di Novgorod, alle domande di Kirik, Sava e Ilja. Presenteremo innanzitutto l'opera e i suoi autori, quindi le necessarie e difficili adattamenti delle abitudini pagane alle esigenze cristiane, infine le particolarità della doppia fede/dvoevere e della diglossia.


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Nifont, che è diventato vescovo di Novgorod il 1º gennaio 1131 e vi rimase fino alla sua morte il 21 aprile 1156, era un monaco del monastero delle Grotte di Kiev quando fu inviato, già consacrato, a occupare la sede vescovile di Novgorod, vacante dopo le dimissioni di Jean Pop’ian. Nifont, probabilmente di origine russa, conosceva non solo il greco, ma anche le usanze in vigore presso la sede patriarcale di Costantinopoli. La sua posizione filogreca lo oppose alla nomina di Clemente di Smolensk (27 luglio 1147-inizio del 1155) alla sede metropolitana di Kiev e al suo sostenitore, il principe di Kiev Izjaslav Mstislavic8 (1146-1154), e lo avvicinò invece al principe di Suzdal, poi principe di Kiev, Iurij Dolgorouki9 (1090-15 maggio 1157). Nominato all'importante sede vescovile della Rus' settentrionale, aveva il compito di diffondere gli usi e spiegare i simboli della liturgia in uso nella Rus' di Kiev10. Quest'ultima prende naturalmente le sue fonti nella liturgia della Grande Chiesa di Costantinopoli, quella di san Giovanni Crisostomo che si era imposta a Costantinopoli fin dal IX secolo, diffusa dai metropoliti greci che occupavano la sede metropolitana di Kiev, ma anche nella liturgia del monastero dello Studion, introdotta in Rus' contemporaneamente alla regola omonima, presso il Monastero delle Grotte di Kiev, intorno al 105112. Quest'ultima si impose nella Rus' di Kiev tra l'XI e il XIV secolo, come dimostrano i numerosi manoscritti slavi conservati di questa regola e di numerose altre opere dell'XI e del XII secolo, tra cui le "Risposte alle domande di Kirik, Sabas ed Elia" del vescovo Nifont di Novgorod. Quest'ultimo era un letterato, sebbene il termine di kniznik non gli venisse conferito, profondamente radicato nell'eredità delle Grotte di Teodosio e nella comunione con la sede patriarcale di Costantinopoli. Le risposte che darà alle domande del suo segretario Kirik e di Sabas ed Elia si inseriscono in questa doppia eredità.


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Nel testo si parla di due altri chierici, Sabas e Ilja, che rivolgono le loro domande a Nifont, ma di cui si conosce purtroppo molto meno, almeno per quanto riguarda il primo. Sabas, che il padre Marichal vedeva come un prete sposato, potrebbe essere stato solo un monaco, mentre per Ilja si ritiene che sia stato il primo vescovo a portare il titolo di arcivescovo di Novgorod (28-03-1165 - 7-09-1186). Per fermare le distruzioni causate dagli incendi, costruì conventi e diverse chiese in pietra, tra cui quella dedicata ai martiri Boris e Gleb nel 1173. Egli era un vescovo colto, autore di un'istruzione (Poucenie) composta per la prima domenica di Quaresima e di un breve editto, redatto insieme al vescovo di Belgorod e datato 1166, probabilmente a seguito del sinodo annuale della diocesi su varie questioni ecclesiastiche. La sua Istruzione non deve essere confusa con un sermone morale, ma si presenta come una sorta di schema delle ordinanze disciplinari più urgenti, vestito in forma di sermoni. Si noti che i suoi temi si sovrappongono a quelli menzionati da Kirik/Nifont, che lo cita esplicitamente e che, come lui, era molto attento alla salvaguardia dell'ortodossia della giovane chiesa della Rus'.


(...)


Le Risposte dell'Arcivescovo Nifont ci rivelano le difficoltà incontrate dai chierici di questa giovane Chiesa nella loro ardua missione di cristianizzazione della società della Rus', al fine di integrare questa Chiesa all'interno dell'oikouménè bizantino sia per la sua rigore dottrinale che per la pratica sacramentale, che nel suo confronto con la Chiesa latina e con la sopravvivenza delle pratiche pagane. Questo è ciò che testimoniano i grandi temi che costituiscono la struttura delle Risposte dell'Arcivescovo di Novgorod.







domenica 7 maggio 2023

Venezia in pericolo

Venezia in pericolo


Mercure de France, 1900


Una città che ha conservato fino a noi il privilegio di una splendore sovrano di secolo in secolo, non può pensare ad altro che alla sua conservazione senza cadere in decadenza o addirittura in una sorta di inumanità. Il suo ruolo, e il suo ruolo moderno, non è quello di una faticatrice, di una Marthe casalinga, ma di una Marie la cui tenerezza sognante riposa il cuore dell'uomo.

Le antiche città, lontane dall'essere "morti", tutte rigogliose di ricordi nella loro freschezza d'ombra e di silenzio, non dovrebbero essere, in tutto il mondo, come oasi nel deserto? Ognuno, sempre di più, le scopre, vi viene a riprendere le forze dopo le battaglie prosciuganti del giorno. Ora che la terra è così ristretta, che i suoi continenti non ci appaiono più grandi delle province di un solo paese come un tempo, queste città rigeneratrici non appartengono più a se stesse, appartengono al mondo, in un ruolo che forse supera quello della loro giovinezza. Mentre ovunque il terreno è come bruciato dal lavoro che distrugge più di quanto non fonda, dalla febbre del suo stesso movimento, queste sono vere fonti di vita. E queste città elette sono tutte vicine a noi di poche ore, di pochi giorni; la nostra crescente affluenza è acquisita a loro: il loro dovere di umanità è quindi facile, poiché possono vivere della nostra ammirazione.

mercoledì 26 aprile 2023

Desdemona

Desdemona è uno dei personaggi più importanti e complessi della tragedia di William Shakespeare, "Otello". È la moglie del protagonista, Otello, e la sua morte è uno dei momenti più drammatici e commoventi della pièce.


Desdemona è descritta come una donna gentile, virtuosa e devota al marito. Tuttavia, la sua innocenza e la sua purezza sono messe in dubbio da Iago, il malvagio antagonista della storia, che la accusa di essere infedele a Otello con Cassio, un ufficiale dell'esercito.


Nonostante le continue accuse e insinuazioni di Iago, Desdemona rimane fedele al marito e cerca di difendersi dalle accuse. Tuttavia, la sua devozione a Otello la porta alla morte, poiché il marito, convinto della sua infedeltà, la uccide nel loro letto.


Desdemona rappresenta la purezza e l'innocenza, ma anche la vulnerabilità e la debolezza delle donne nell'epoca elisabettiana. La sua morte è un simbolo della violenza e dell'ingiustizia che le donne subivano in quel periodo.


Inoltre, Desdemona rappresenta anche la lotta tra il bene e il male nella tragedia di Otello. La sua morte è il risultato della malvagità di Iago e della gelosia e dell'ira di Otello, che sono entrambi vittime della loro stessa cattiveria.


In conclusione, Desdemona è un personaggio complesso e importante nella tragedia di Otello. La sua morte rappresenta la vulnerabilità e l'ingiustizia che le donne subivano nell'epoca elisabettiana, ma anche la lotta tra il bene e il male nella storia.


martedì 25 aprile 2023

Max Weber e la burocrazia

 La burocrazia è una forma di organizzazione prevalente nelle società moderne. È caratterizzata da una struttura gerarchica, dalla divisione del lavoro e da un sistema di norme e regolamenti. A Max Weber, sociologo tedesco, si attribuisce il merito di aver sviluppato la teoria della burocrazia, da lui descritta come un tipo ideale di organizzazione.


Secondo Weber, la burocrazia è un sistema di amministrazione razionale, efficiente e prevedibile, progettato per raggiungere obiettivi specifici. Egli riteneva che la burocrazia fosse il modo più efficace per organizzare attività complesse, perché consente la specializzazione del lavoro, la standardizzazione delle procedure e l'uso di norme e regolamenti per garantire un processo decisionale coerente.


Weber identificò sei caratteristiche chiave della burocrazia:


Gerarchia: Esiste una chiara catena di comando con ruoli e responsabilità ben definiti.


Divisione del lavoro: I compiti sono suddivisi in ruoli specializzati, assegnati in base alle capacità e alle competenze.


Norme e regolamenti: Esistono norme e regolamenti chiari e coerenti che regolano il comportamento e il processo decisionale.


Impersonalità: Le organizzazioni burocratiche sono impersonali e trattano tutti allo stesso modo.


Formalità: Le burocrazie hanno procedure e protocolli formali che devono essere seguiti.


Avanzamento di carriera basato sul merito: L'avanzamento all'interno dell'organizzazione si basa su capacità e meriti dimostrati.


Se da un lato Weber vedeva nella burocrazia una forma di organizzazione efficiente ed efficace, dall'altro riconosceva che essa presentava degli svantaggi. Egli sosteneva che la burocrazia poteva portare a una mancanza di creatività e innovazione, oltre che a una tendenza alla rigidità e all'inflessibilità. Inoltre, riconosceva che le organizzazioni burocratiche potevano diventare troppo potenti e soffocare le libertà e l'autonomia individuali.


Nonostante i suoi limiti, la burocrazia rimane una forma di organizzazione dominante nella società moderna. È utilizzata nelle agenzie governative, nelle aziende e in altre grandi organizzazioni. Anche se non è perfetta, la sua efficienza e prevedibilità la rendono un'opzione attraente per molte organizzazioni che cercano di raggiungere i propri obiettivi in modo razionale e sistematico.


martedì 4 aprile 2023

campo di frumento con fiordalisi

Tra le dolci colline e i campi d'oro,

Un campo di grano ondeggia nella brezza, audace e antico,

i suoi steli dorati come onde del mare,

danzando al ritmo del vento.


 in mezzo al mare di grano e oro,

Un grappolo di blu, uno spettacolo da vedere,

I fiordalisi ondeggiano con grazia gentile,

aggiungendo un tocco di colore a questo luogo sereno.


Il vento sussurra attraverso il grano,

portando il profumo dei fiori così dolce,

Il fruscio delle foglie è una melodia,

che riempie l'aria di pura tranquillità.


Il sole splende di luce radiosa,

E nel campo, tutto è un bellissimo spettacolo,

Il grano, i fiori, il tocco gentile del vento,

Tutti insieme, un vero capolavoro.


E mentre il giorno si trasforma in notte,

il grano e i fiori dormono felici,

Ma domani balleranno ancora una volta,

nell'abbraccio del vento, come hanno fatto prima.


domenica 2 aprile 2023

La psicologia del lettore

La psicologia del lettore

La psicologia del lettore moderno è ancora da fare: psicologia complessa, in verità! Il lettore moderno non è un tipo semplice, unico. È un essere multiforme, ondeggiante e diverso, un Proteo? Il lettore moderno si chiama legione! Il lettore di un tempo apparteneva all'élite, era un uomo istruito, serio, paziente, che leggeva meno di quanto si legga oggi, ma leggeva meglio. Il grave, il calmo, il profondo lettore di un tempo, colui che meditava sui grandi in-folio nella luce soffusa degli interni olandesi, è stato dimenticato da tempo. Il giornalismo e la nevrosi lo hanno ucciso! Oggi, il lettore in grado di leggere un'opera scientifica o letteraria di lunga durata è egli stesso un essere nervoso, sempre di corsa, con l'ideale di leggere il maggior numero di pagine nel minor tempo possibile! Cerca di afferrare rapidamente, con un colpo d'occhio, la successione delle idee; è costretto a leggere così tanti libri che continua a trovare gli stessi concetti con variazioni di espressione indifferenti: li riconosce e passa oltre.


Mercure de France, 1900


lunedì 27 marzo 2023

Meyrink

 Meyrink Gustav è stato uno scrittore austriaco del XX secolo noto per i suoi romanzi fantastici e grotteschi, spesso ambientati nel misterioso mondo dell'occulto e dell'esoterismo.


Nato a Vienna nel 1868, Meyrink si è interessato sin da giovane all'occultismo, studiando la teosofia e la cabala e frequentando vari gruppi esoterici. Dopo aver lavorato come banchiere per molti anni, si dedicò alla scrittura, pubblicando il suo primo romanzo, "La Golem", nel 1915. Il romanzo, che esplora il mito ebraico del golem e lo combina con il mistero dell'occulto e del soprannaturale, è diventato un classico del genere e ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici e teatrali.


Il successo del romanzo ha spinto Meyrink a scrivere altri romanzi sulla stessa linea, tra cui "La casa con l'orologio a parete" (1921), "Il libro degli spiriti" (1923) e "Il volto verde" (1935), tutti ambientati in ambienti fantastici e grotteschi, caratterizzati da personaggi bizzarri e situazioni surreali.


Meyrink era anche un appassionato di tarocchi, e nel 1928 pubblicò un libro sulla loro interpretazione, "Il libro dei tarocchi". Nel libro, Meyrink esplora i simbolismi e le interpretazioni dei tarocchi, offrendo un'approfondita analisi delle 78 carte del mazzo.


Meyrink Gustav è stato un autore influente nella letteratura fantastica del XX secolo e il suo stile unico ha ispirato molti altri autori. La sua attenzione per l'occulto e il soprannaturale e la sua abilità nell'intrecciare queste tematiche con la realtà ha reso la sua scrittura unica e affascinante.


domenica 26 marzo 2023

Peladan scrive su Leonardo da Vinci e le scienze occulte

Peladan scrive su Leonardo da Vinci e le scienze occulte


M. Péladan écrit sur le Vinci et les sciences occultes


Per scoprire ciò che pensava una mente così complessa, è necessario raccogliere le sue varie confessioni. Molte volte, per interpretazione, si sono già travisati molti passaggi di questo maestro. Ad esempio, si è vista una negazione religiosa in questa profezia: "In tutte le parti d'Europa, si farà una grande lamentazione per la morte di un solo uomo morto in Oriente". E ancora: "Molte persone venderanno in pubblico e in pace cose di grande valore, senza il consenso del proprietario di tali cose." E anche: "Monete irreali faranno trionfare il loro possessore."


Cosa si può inferire da queste boutade? Ho letto nel diario di uno scrittore pio, morto in beatitudine, questa frase: "Un solo ingiustizia commessa a Gerusalemme ha compromesso per sempre l'idea di giustizia". Riguardo alla satira contro i simoniaci e i falli del clero, questo non prova nulla contro la fede di un artista, altrimenti le cattedrali sarebbero l'opera di una legione di atei? Nel Giudizio universale di Orcagna, ci sono molti monaci e cardinali tra i reprobi.


A Windsor si trova un disegno così enigmatico che credo non sia mai stato commentato. A sinistra, un'aquila si erge sulla palla del mondo vicino alla costa; una gloria di raggi la circonda e una corona con gigli fluttua sulla testa. A destra, una barca a vela il cui albero è un albero folto. Seduto al timone, un maiale o un orso dirige con la sua zampa. L'aquila rappresenta l'antico partito ghibellino, e la barca governata da un animale, la barca di Pietro o la Chiesa. Ci vedo irriverenza e non incredulità.


Certamente, ha la nota realistica, quando (Vinci) dice: "L'uomo, come l'animale, è un canale per il cibo, un luogo di sepoltura per gli animali, una locanda di morte, un contenitore di corruzione e conserva la sua vita solo attraverso la morte di altre creature", ma proclama "che l'anima è indipendente dalla materia e che il nostro corpo è il soggetto del cielo, come il cielo è il soggetto dello spirito". Per lui, i sensi sono terreni, ma la ragione si eleva al di sopra di essi quando opera. La virtù è il vero bene dell'uomo. "Come un giorno ben riempito ci prepara un sonno tranquillo, una vita ben impiegata dona una morte dolce." Non sopporta che degli ipocriti biasimino coloro che disegnano e studiano le domeniche e le feste, ed esclama con una grande eloquenza: "Ma non dicono, questi censori, quale sia il modo di conoscere l'operatore di così tante cose ammirabili e come amare dignitosamente un inventore. Il grande amore nasce dalla grande conoscenza di ciò che si ama. E ciò che non conosci o conosci male, non potrai amarlo, e se lo ami per il bene che ti aspetti da lui e non per la sua suprema virtù, fai come il cane che scodinzola e fa feste, andando verso colui che può dargli un osso." In un altro passo, dice: "Ti benedico, Signore, prima per l'amore che ragionevolmente devo portarti, poi perché sai accorciare o prolungare la vita degli uomini".


"Richter, che ha pubblicato numerosi estratti dei manoscritti di Leonardo, sostiene che il maestro sia andato in Egitto e abbia lavorato per il sultano. Avrebbe preso dagli orientali questa scrittura che va da destra a sinistra e la cui lettura richiede uno specchio. Queste sono fantasie gratuite: l'inventore metteva con questo modo criptografico le sue innumerevoli invenzioni al riparo dall'indiscrezione. L'Accademia che ha fondato a Milano e di cui riproduciamo il marchio non nascondeva nulla di ermetico. Questo grande artista fu un pessimo chimico: i contemporanei sono unanimi nel raccontare che le sue più belle opere sono state rovinate dalla sua mania di inventare nuovi processi tecnici. L'apostolo dell'esperienza, invece di usare le tecniche secolari e collaudate, si ostinava a creare droghe che compromettevano i suoi capolavori.


Qualunque sia l'ammirazione suscitata dal carattere di universalità, Leonardo sarebbe stato il più grande maestro delle belle arti concentrando su di esse la sua attività. Nessun uomo si è mai disperso così tanto, ed è sempre una grande catastrofe quando un creatore d'arte perde le sue cure nelle scienze.


La facoltà di creare è suprema. Tutte le scoperte intraprese da Vinci sono state realizzate, aumentate; ma non è stato creato un volto che possa sopportare la vicinanza con le sue teste radianti di anima e d'infinito. Si può comparare la scienza ad una piramide: ogni pietra scompare sotto la nuova e sempre l'ultima colpisce lo spirito. L'opera d'arte assume un carattere di assolutezza. Un capolavoro non perde mai la sua bellezza perché contiene l'espressione intera di un'anima immortale.


Pubblicando i disegni e le opinioni del grande uomo sulle scienze occulte, concludo che il titolo di mago gli si addice solo per le sue opere d'arte e non per il metodo del suo spirito. Se solo per un istante questo prodigioso osservatore del reale si fosse lasciato distrarre dall'illuminismo, ne sarebbe risultato un grande disordine. Il Leonardo visionario e sperimentatore contemporaneamente non si concepisce. L'ampiezza delle sue conoscenze dà il vertigine: ha toccato ogni cosa, con una avidità incredibile dell'onniscienza; in questo si è soddisfatto. L'umanità gli deve riconoscenza solo perché ha disegnato e dipinto. Nelle arti del disegno, è veramente il mago, colui che racchiude il mistero dell'anima sotto una palpebra e lo fa brillare all'angolo di una labbra. 

Nessuno ha portato l'espressione spirituale così in là, e se alcuni si dispiacciono di non vederlo più come l'occultista tradizionale, che vadano al Louvre ad affrontare lo sguardo del San Giovanni a mezzo busto, il suo capolavoro. In quegli occhi di paradiso, la vera magia dell'intelligenza brilla con una tale luminosità che gli altri sguardi sembrano puramente animici. Ha negato la necromanzia e disprezzato la ciarlataneria degli spiriti del XV secolo, ma ha saputo mettere la propria intelligenza nelle sue figure e incarnare il suo pensiero infinitamente sottile per l'ammirazione e l'abbagliamento dei secoli.


"Il razionalismo rivendica giustamente Leonardo come l'antenato del metodo sperimentale tra i moderni; e il misticismo trova nella sua opera la sua più alta espressione. Nessuno fu così dotto e così vigoroso osservatore; nessuno ha altresì fatto splendere sull'immortalità dell'anima un volto come lui."