martedì 11 marzo 2008

Il Papa che si imprigionò per punire l’Italia

Corriere della Sera, 30/10/2005

Il Papa che si imprigionò per punire l’Italia
Un saggio di Kertzer ricostruisce lo scontro tra Stato e Chiesa subito dopo l’Unità Pio IX si chiuse in Vaticano contro la politica laica del governo

Chissà se l’erudito Papa tedesco lo sapeva, nell’agosto scorso, quando ha scelto la città di Colonia per il suo primo viaggio apostolico all’estero. Chissà se Benedetto XVI sapeva che un illustre suo predecessore ottocentesco, Pio IX, in tutt’altre condizioni aveva meditato di compiere analogo viaggio. Non come trionfale inaugurazione di un pontificato nuovo di zecca, ma come esito fatale di un pontificato interminabile. E non per una visita di qualche giorno, ma per rimanerci non si sa quanto, forse per il resto della vita. Era successo a fine settembre del 1870, dopo che l’Italia di Vittorio Emanuele II aveva profittato della disfatta di Napoleone III a Sedan per sbrecciare Porta Pia e conquistare Roma. Allora, il Cancelliere del neonato Impero prussiano, Otto von Bismarck, aveva fatto sapere che Pio IX poteva ormai contare sulla sua protezione e che una città come Colonia si sarebbe prestata magnificamente a servire da nuova casa del Santo Padre. Nei panni del profugo - aveva spiegato Bismarck - il Papa non avrebbe potuto che migliorare la propria immagine di vegliardo intransigente e bisbetico: sarebbe parso «un vecchio che cerca aiuto, un buon vecchio, come un vescovo che, come gli altri, mangia e beve, fa un tiro di tabacco oppure fuma un sigaro»... In quale misura il Cancelliere protestante fosse sincero nella sollecitudine verso il capo della Chiesa cattolica, lo si sarebbe visto una manciata d’anni più tardi, nel febbraio del 1878: quando la morte di Pio IX pose fine al pontificato più lungo e più drammatico dell’intera vicenda petrina. Raggiunto dalla notizia nella sua residenza di campagna, Bismarck ordinò al servitore di portargli una bottiglia di grappa e propose: «Brindiamo!». Resta il fatto che negli anni Settanta del XIX secolo e poi ancora negli anni Ottanta e Novanta - durante il pontificato di Leone XIII - sia il Vaticano sia le maggiori cancellerie europee misero seriamente in conto la possibilità che il Papa lasciasse una Roma, in cui si sentiva ormai prigioniero, per stabilirsi altrove sul continente. Dove? Si ipotizzò un po’ di tutto, da Colonia a Malta, da Auch a Barcellona, dalla Corsica al Canton Ticino... E per quanto vaga, tale prospettiva rappresentò un incubo per il governo dell’Italia unita da poco, che rischiava di non reggere le conseguenze politiche (o militari) di una fuga del Papa da Roma. Il Santo Padre prigioniero nelle sue stanze del Vaticano: è questa - più che avventurosa, claustrofobica e ossessiva - la storia raccontata adesso, con la consueta felicità di scrittura, dal migliore studioso americano del nostro Risorgimento, David Kertzer. Il quale, a partire da una messe di materiali archivistici finora trascurati o del tutto inaccessibili, è riuscito nell’impresa di restituire gli esordi dell’Italia unita al clima che fu loro proprio e che una storiografia troppo eufemistica si è curata di occultare: il clima di una lotta senza quartiere, di uno scontro a morte fra l’Italia laica e la Chiesa cattolica. Adusi come siamo oggi - dopo il pontificato itinerante di Karol Wojtyla - all’idea di un Papa pellegrino, noi fatichiamo a comprendere la scelta di vita di Pio IX, a cui i successori si sarebbero uniformati fino ai Patti Lateranensi del 1929: la decisione di non mettere piede fuori dal Vaticano, di non spingersi neppure fino al Laterano o a Castelgandolfo, per qualcosa come 59 anni di soggiorno obbligato. Kertzer ci aiuta a decifrare la logica di una scelta così grave. Era la volontà di mettere sotto scacco il governo italiano (fosse questo espressione della destra o della sinistra: di Lanza o di Depretis, di Lamarmora o di Crispi), presentando come il più odioso dei soprusi la politica laica di una separazione netta fra lo Stato e la Chiesa. Ai quattro angoli dell’Italia e dell’Europa, e particolarmente in Francia, i devoti di Pio IX furono abilissimi nel brandire l’icona del Papa prigioniero in Vaticano come un’arma di propaganda. Preti e suore presero a vendere come una reliquia sacra la paglia sulla quale - dicevano - il Santo Padre era costretto dal governo italiano a passare le sue notti d’infelice. E il conte di Montalembert, figura chiave della Chiesa cattolica francese, mise in guardia i presunti carcerieri del Papa: «Badate bene, che gl’italiani non diventino i giudei della cristianità futura. Badate che dai lidi dell’Irlanda a quelli dell’Australia, i nostri figliuoli non imparino infin dalle fasce a maledirli». Il governo italiano tenne duro, anche quando - dopo il 1887 - il nuovo segretario di Stato di Leone XIII, il machiavellico cardinale Rampolla, cercò di utilizzare l’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza con l’Austria e la Prussia come pretesto per scatenarle contro la Terza Repubblica francese. Ma se pure le trame del Vaticano intorno al Papa prigioniero non approdarono a nulla di concreto, la puntuale ricostruzione di Kertzer vale a illuminare la storia moderna d’Italia secondo una prospettiva di lungo periodo. Dopo il 1870, Pio IX non esitò a scomunicare collettivamente la classe dirigente dell’Italia unita e poi, nel 1873, il re sabaudo in persona, Vittorio Emanuele II. Da allora tante cose sono cambiate, ma non l’abitudine di certi inquilini d’oltre Tevere di levare il dito accusatore contro chiunque osi presumere che il nostro è uno Stato laico. Il libro: David I. Kertzer, «Prigioniero del Vaticano. Pio IX e lo scontro tra la Chiesa e lo Stato italiano», traduzione di Giovanni Giri, Rizzoli, pagine 366, 21

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