lunedì 3 marzo 2008

Giovanna d’Arco: UNA DONNA UN MISTERO

Corriere della Sera, 26/08/2002, GIOVANNI MARIOTTI

Giovanna d’Arco: UNA DONNA UN MISTERO

«Chi ti ha consigliato di indossare abiti maschili?». Il tema viene toccato per la prima volta durante la seconda udienza. È il 22 febbraio 1431, giovedì, e l’interrogatorio ha luogo nel castello-fortezza di Rouen, in fondo alla Sala Grande. La risposta di Giovanna è ironica: «Non farò ricadere su altri una responsabilità così pesante!»; e il giudice Beaupère non insiste. Forse Giovanna spera che, nel prosieguo del processo, nessuno torni sull’argomento. Ma non sarà così; tutt’altro. In giudizio Si parla ancora di abito durante la terza udienza, quando Beaupère le chiede: «Accetteresti di indossare un abito femminile?». L’udienza sta per finire. Possiamo dunque immaginare che sia subentrato un calo di tensione, com’è naturale che accada. Giovanna risponde: «Datemene uno, e che io possa andare! Altrimenti no. Mi accontento di quello che porto, visto che a Dio piace che io lo porti»; e forse, rispondendo, sorride. Ah, se bastasse davvero indossare una sottana per porre fine a tutti quei tormenti, e tornare dal suo Re! Là, naturalmente, riprenderebbe la corta tunica e il giustacuore; poi indosserebbe l’armatura, salirebbe a cavallo, impugnerebbe lo stendardo, e farebbe ancora guerra agli Inglesi. Forse la risposta di Giovanna fa sorridere anche i giudici, mentre si alzano dai loro scranni. Giovanna ha affermato che a Dio piace il suo abbigliamento e, durante la quarta udienza, Beaupère decide di andare al fondo della questione. La domanda è diretta: «È Dio che ti ha ordinato di indossare abiti maschili?». Giovanna tergiversa: «L’abito non vuol dire niente, è cosa secondaria. Nessuno al mondo mi ha ordinato di vestirmi da uomo. Io non ho preso quest’abito, non ho fatto nulla se non per il consiglio di Dio e degli Angeli». La risposta è ambigua. Giovanna ha appena finito di parlare delle sante Caterina e Margherita, e di san Michele, l’arcangelo, le cui voci la consigliano assiduamente; ma la scelta di vestirsi da maschio non viene attribuita a un loro suggerimento. Giovanna si limita ad affermare, su un piano generale, che tutta la sua missione, compreso il modo di presentarsi sulla scena del mondo, viene da Dio, e che è Lui a guidarla e a ispirarla; e quando Beaupère le chiede se ritenga lecito per una donna indossare abiti virili, risponde: «Se Lui mi comandasse di vestirmi altrimenti, lo farei perché sarebbe lui a comandarmelo». È il leitmotiv di tutto il processo: Giovanna rivendica il diritto di lasciarsi guidare direttamente da Dio, senza la mediazione di quella che i suoi giudici chiamano «la Chiesa militante». Da un lato un gruppo di uomini di Chiesa, dall’altro una vergine diciannovenne (che sia vergine è stato accertato da varie ispezioni) in abiti di paggio, e con i capelli tagliati fin sopra gli orecchi. Perché quei vecchi ecclesiastici, esperti di eresie e di maneggi diabolici, tornano con tanta perseveranza sul tema dell’abito? Forse perché, a inquietarli più di tutto il resto, è quello strano look. Sesta udienza: l’interrogatorio si fa più stringente. I giudici sanno che Giovanna può giustificare l’abbigliamento maschile appellandosi a ragioni di praticità; ma questo vale per le campagne militari, non per i periodi trascorsi a corte. Domanda: «E la tua regina, quando la vedesti per la prima volta, non ti disse nulla riguardo al tuo modo di vestire?». Risposta: «Non ricordo». Domanda: «Al castello di Beaurevoir non ti hanno fatto domande su questo argomento?». «Sì, sì. E io ho risposto che non avrei cambiato abito senza il permesso di Dio. Madamigella di Lussemburgo e la marchesa di Beaurevoir mi avevano offerto un vestito da donna oppure della stoffa per farmene uno e mi chiesero di indossarlo; ma io dissi che non avevo ricevuto l’autorizzazione di Nostro Signore e che non era ancora giunto il momento». Domanda: «Messere Jean de Pressy e altri ad Arras non ti hanno forse offerto un abito da donna?». Risposta: «Lui e molti altri lo hanno fatto più volte». Domanda: «Credevi di commettere peccato mortale indossando abiti femminili?». Risposta: «Credo di fare meglio cercando di obbedire e servire il mio Signore». Domanda: «Quando entravi in qualche città, ricevevi spesso i sacramenti della confessione e della comunione?». Risposta: «Sì, entrambi». Domanda: «Vestita da uomo?». Risposta: «Sì, ma non mi pare di averli mai ricevuti armata». A questo punto l’abito è diventato la posta forse più importante del processo. Se un certo giorno Giovanna si presentasse vestita da donna, i giudici saprebbero di avere in pugno la vittoria; e qualcuno escogita uno stratagemma per affrettarla. Giudice: «Visto che continui a chiedere di sentire messa, mi sembra che sarebbe più conveniente che tu ci andassi vestita da donna. Che cosa preferisci: vestirti da donna e sentire messa o rimanere in abiti maschili e non sentire messa?». Giovanna: «Datemi l’assicurazione che potrò sentire messa se mi vesto da donna e risponderò alla vostra domanda». Giudice: «Ti assicuro che sentirai messa se ti vestirai da donna». Giovanna: «E che cosa direste se io vi dicessi che ho giurato al nostro Re di non lasciare quest’abito? Tuttavia voglio rispondervi: fatemi fare una veste lunga sino a terra, senza strascico, e datemela perché possa andare a messa; poi, al ritorno, riprenderò l’abito che porto». Giudice: «Se vuoi ascoltare messa devi vestire da donna per sempre». La schermaglia continuerà nelle udienze successive, senza approdare a niente. Giovanna tornerà a vestirsi da donna solo dopo aver firmato, davanti al rogo già pronto, la ritrattazione del 24 maggio; e quel cambiamento di abito, che significa l’accettazione della sconfitta e la fine della sua missione, dev’essere per lei la cosa più intollerabile. Quando, quattro giorni dopo, il vescovo di Beauvais Pierre Cauchon va a visitarla in tribunale, è di nuovo vestita da uomo. La ritrattazione è stata soltanto un momento di debolezza. Ancora due giorni e, il 30 maggio, sulla piazza di Rouen, verrà arsa viva. Le altre Alla vicenda di Giovanna d’Arco ci si può accostare per molte vie; io ho scelto la più umile e privata: quella dell’abito. Come vi sono uomini che desiderano gli abiti femminili, così vi sono donne che desiderano l’abito maschile; e quel desiderio e quella scelta, Giovanna li difese accanitamente, sino alla fine, quasi fossero inseparabili dalla sua missione. Privo di quell’elemento estetico o, potremmo dire, di quella sigla grafica, di quella svelta silhouette impressa nella filigrana di un’epoca e di una nazione, il suo stesso destino le diventava irriconoscibile. Leggendo gli atti del suo processo, non ho potuto far a meno di pensare a due personaggi certo infinitamente meno noti di lei: Catalina de Erauso e Nadežda Durova. Le imprese della prima ebbero per teatro il Seicento latino-americano, e De Quincey le dedicò un saggio biografico, Memorie di una monaca vestita da alfiere ; la seconda combatté in vesti da ulano durante le guerre napoleoniche, e scrisse lei stessa un’autobiografia. Entrambe, una volta che fu scoperta la loro identità femminile (giacché, al contrario di quanto fece Giovanna, in un primo tempo l’avevano nascosta), diventarono popolari. Catalina visitò Roma, e al papa Urbano VIII chiese di poter indossare i suoi abiti da alfiere - permesso che le fu accordato; la stessa cosa chiese la fanciulla ulano allo Czar, e anche lei ebbe l’autorizzazione desiderata. Quei due momenti trionfali, e l’umiliazione che dovette provare Giovanna quando, dopo la ritrattazione, fu costretta a indossare abiti femminili, sono il dritto e il rovescio di una stessa medaglia. (le citazioni sono tratte da «Il processo di Giovanna d’Arco» a cura di Teresa Cremisi, Editore SE)

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