lunedì 3 marzo 2008

Da Leopardi a Heidegger, Il seme nascosto delle parole

Corriere della Sera 3.2.08
Da Leopardi a Heidegger, Il seme nascosto delle parole
di Natalino Irti

Un gioco continuo fra il vincolo dell'ètimo, l'eleganza verbale e la scientificità

Il destino della parola, di ciascuna parola del nostro linguaggio, si muove tra fissità etimologica e mutevole storicità dei significati. Ètimo indica — come appunto si svela nell'origine greca — il "vero", l'originario e autentico significato, il bisogno esistenziale che la parola ha soddisfatto al principio del suo cammino. Ci sono così i grandi ascoltatori delle parole, capaci di restituirle alla trasparenza aurorale, di reintegrarle nella loro incontaminata radice. La pagina di Heidegger mostra questo eccezionale talento, questo fascinoso consultare e scrutare dentro la parola.
Ma la parola assai spesso sfugge all'ètimo e cammina con sciolta libertà: è usata e poi lasciata cadere in oblio, volta a nuove accezioni e congiunta con altre, inserita nella frase e nei contesti di discorso: insomma, si carica di tempo, e fa tutt'uno con l'essere storico dell'uomo. Essa si distacca dal significato originario, il quale vi rimane dentro come in un angolo segreto, intorno a cui si affollino genti nuovissime e irriguardose. Talvolta riemerge, e ancora fa sentire la propria forza vincolante.
I significati storici, sovrapponendosi al significato etimologico (il quale è anch'esso storico, ma quasi di una remota e perduta antichità), sollevano la questione della "'proprietà" della parola. Propria è la parola esatta, che coglie ed esprime le cose nella loro concreta specificità, ed è pronta a sacrificare per questo scopo colori e sfumature e tonalità di suono. Alla proprietà delle parole dedicò pensieri profondi Giacomo Leopardi, distinguendola dall'eleganza e dalla purità del lessico. La proprietà, come precisione espositiva e didascalica, è «assolutamente di sua natura incompatibile colla eleganza », ma «compatibilissima colla purità, come si può vedere in Galileo, che dovunque è preciso e matematico quivi non è mai elegante, ma sempre purissimo italiano» (Zibaldone, 2013, 30 ottobre 1821).
Il sopravvenire di scoperte scientifiche e applicazioni tecniche, il diverso atteggiarsi di costumi e stili di vita, nuovi metodi e risultati di pensiero, esigono un lor proprio linguaggio, e perciò o piegano vecchie parole ad altre accezioni o coniano nuove parole. Leggo ora, nella dotta e perspicua pagina di Tullio Gregory («Origini della terminologia filosofica moderna», Olschki editore, 2006), una proposizione di Erasmo: vocabula nova cum rebus novis exhorta sunt. Le cose nuove nascono insieme con parole nuove, le quali non vengono dopo, non sono aggiunte e sovrapposte, ma sorgono nel medesimo atto e sono tutt'uno con ciò che esprimono e significano. Qui la proprietà tecnica, se pur sacrifichi eleganza e aggraziati stilemi, può ben segnare il ritorno al significato originario e riscoprire il seme nascosto nella parola matura o consunta.
L'autore di queste colonnine, non ignaro di problemi giuridici, rammenta che l'interprete deve accogliere le parole della legge nel «significato proprio»: cioè, non nel significato originario o in altro storicamente emerso, ma nell'accezione tecnica, nell'uso praticato dal sistema normativo e dagli studiosi di diritto. La tecnica mobilita tutte le risorse della lingua, determina ritorni alle radici o corruzioni dell'antica purezza, genera nuovi significati o nuove parole, sfrutta il patrimonio nazionale o attinge allo straniero. Bisogna disporsi al sacrificio della eleganza o della purità etimologica, perché la proprietà tecnica è sempre disciplina del pensiero e difesa contro la barbarie del vago e del confuso. Il giuoco storico è tra vincolo dell'ètimo, eleganza fonica e proprietà di singoli rami scientifici. Nessuno può dettare una regola e decidere la partita.

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