martedì 11 marzo 2008

Dietro le sbarre delle prigioni di Dio

il Manifesto, 18/02/2005, Iaia Vantaggiato

Dietro le sbarre delle prigioni di Dio

Tutti gli uomini del Libro Tra fede e appartenenza, mito, storia e poesia il destino già scritto del popolo ebraico. Incontro con Jean Daniel, fondatore e direttore de «Le nouvel observateur», in Italia per presentare il suo ultimo libro

Neanche il tempo di stringergli la mano che Jean Daniel - fondatore e direttore de Le nouvel observateur - chiede notizie di Giuliana Sgrena: «C'è qualche novità? Forse potrei fare qualcosa, anche se ho difficoltà ad esprimere opinioni obiettive: mia figlia ha passato due anni tra l'Irak e l'Afghanistan e ogni volta che si metteva in viaggio per me era un'angoscia». Ma altro è il tema dell'incontro perché di Jean Daniel, Baldini Castoldi ha appena tradotto l'ultimo saggio - titolato La prigione ebraica - che in Francia ha già acceso animi e discussioni. Lei descrive la prigione ebraica come il luogo che gli ebrei stessi si sarebbero costruiti sulla base di una indebita confusione tra mito e storia, religione e politica. In realtà, non esiste solo una prigione ebraica. Tutte le grandi religioni monoteiste si sono costruite le «proprie» prigioni, luoghi nei quali nessun uomo si sente veramente libero e dai quali è pressocché impossibile uscire. A meno che, beninteso, non si accetti di passare per traditori, rinnegati o apostati. Poi, certo, ogni prigione ha le sue sbarre e quelle degli ebrei sono diverse da quelle dei musulmani o dei cattolici. Messa così, tuttavia, la questione sembra riguardare solo i credenti. E' proprio qui la specificità dell'ebraismo che anche ai non credenti nega la libertà. Basta sostituire alla fede il senso d'appartenenza ed è fatta. Per tutti, il Libro attiene all'ambito della fede. Per tutti, ma non per gli ebrei che nel Libro leggono e ricostruiscono la propria storia, compreso il presente. Il problema è che la Bibbia non è stata scritta oggi e che - pur essendo un magnifico testo poetico - manca del rigore e del metodo propri della storia. Intende dire che è sempre alla storia biblica che si richiamano gli ebrei non credenti? Sì, e si tratta di una storia che intreccia mito e poesia. Di quali miti parla? Di quello dell'Elezione, per esempio, che costringe tutti gli eletti al ruolo di sacerdoti o testimoni. Ma non può esistere un popolo fatto solo di sacerdoti o testimoni. Non si può fondare uno stato sulla base di queste premesse. Perché? Perché - come dicono alcuni tra i maggiori pensatori ebrei da Levinas a Leibowitz - il richiamo all'Elezione è richiamo all'eccellenza: per gli ebrei non ci sono diritti ma solo doveri e l'elezione va guadagnata tutti i giorni. Come si fa a vivere così? Come si fa a comportarsi secondo le regole comuni della vita collettiva, come si fa a fondare uno Stato e - nello stesso tempo - a osservare i Dieci Comandamenti? L'Elezione è una delle sbarre della nostra prigione. Il suo libro procede per interrogazioni continue e lascia aperte le risposte. O, meglio, ne ammette di diverse. Non le sembra una modalità argomentativa specificamente ebraica? Lei sta cercando di psicoanalizzarmi. Passiamo, allora, all'altra sbarra. L'Alleanza. Cioè l'ingiunzione, l'ordine dato da Dio ad Abramo di lasciare tutto per andare verso una terra sconosciuta ma promessa. Non c'è ancora il popolo ebraico ma c'è già la costruzione del mito di Israele nella quale - peraltro - interviene la volontà divina. Quando Theodor Herzl - peraltro ateo - comincia a concepire la creazione di uno stato ebraico, non pensa alla Palestina, cerca solo un paese. Ma quando i sionisti arrivano in Giudea e in Samaria tutti dicono: non è un caso. Anche i non credenti. E' il mito delle origini. Lei parla spesso di teologia ebraica ma è difficile trovare nella Torà un passo in cui si disquisisca dell'essenza di Dio. Piuttosto prevale il dialogo, quello stesso in cui si cimenta Giobbe da lei spesso citato. Sono assolutamente d'accordo. Il dialogo è essenziale, nella leggenda e nella storia. Quanto a Giobbe, mi è simpatico mentre non mi soddisfa la risposta di Dio. Che perlatro riesce solo ad esprimere un desiderio estremo di essere amato. Forse si sente solo. Si, però dispone di tutto il potere necessario a riempire la sua solitudine. Sharon sembra essere riusciuto laddove Rabin aveva fallito. Crede a quella stretta di mano con Abu Mazen? Sharon è stato l'ideatore e il fondatore delle colonie che ritengo essere la fonte più tragica del conflitto israelo-palestinese. Proprio per questo il suo cambio di rotta mi rallegra e penso che ci siano buoni motivi per non essere troppo pessimisti. Quanto a Rabin - se non l'avese ucciso un fanatico ebreo - avrebbe potuto realizzare il progetto di pace. Nessuno ha mai goduto più di lui di prestigio nel mondo arabo. E quando è morto ho visto gli arabi piangere. Cosa vuol dire per lei essere ebreo? Avere solidarietà accorta verso tutti i perseguitati. E, quando gli ebrei soffrono più degli altri, avere nei loro confronti un'attenzione più accorta.

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