martedì 27 maggio 2008

Se i «Contributi» sono un salto nel vuoto

il Riformista 27.5.08
Heidegger perché manca la cura editoriale di volpi?
Se i «Contributi» sono un salto nel vuoto
di Ludovico De Roberto

Dopo anni di attesa, anche se un po' in sordina, sono usciti finalmente i Contributi alla filosofia. (Dall'evento) di Martin Heidegger. Scritto fra il 1936 e il 1938, ultimato e rivisto dall'autore in forma di dattiloscritto, questo libro che Adelphi si è finalmente decisa a pubblicare in traduzione italiana (di Franco Volpi e Alessandra Iadicicco) era espressamente pensato per i posteri. Si narra fra l'altro che Heidegger volesse riservare lo stesso destino a tutti i suoi inediti, ovvero che restassero tali per almeno un secolo dopo la sua morte, e che fu convinto a cambiare idea dal figlio Hermann (proprio colui che di recente ha dichiarato di essere altrui figlio naturale) allorché gli paventò la minaccia distruttiva di una guerra atomica. Ecco dunque che in Germania esso è uscito postumo per celebrarne il centenario della nascita nel 1989. Il libro era annunciato come la seconda grande opera di Heidegger, utile per comprendere, Essere e tempo , notoriamente rimasta incompiuta. La fuga centrale è intitolata «Il salto» ed è forse la più adatta ad indicare la posta in gioco nei Contributi . Heidegger sapeva bene che il modo di scrivere posto qui in opera non disponeva di lettori «adeguati». Si premura di indicare che, all'interno dell'opera completa, i Contributi escano dopo la pubblicazione dei corsi universitari, in cui si vede come le sue principali acquisizioni non galleggiano nell'aria, ma vengono espugnate una a una nel confronto serrato con la tradizione filosofica nel suo insieme, nell'ambito della quale assumeranno sempre più peso i pensatori «iniziali» (i Presocratici), il dire poetico soprattutto di Hölderlin, e la presenza ultimativa di Nietzsche. Senza un terreno adeguatamente dissodato, questo testo rischia di costituire null'altro che un salto nel vuoto, o, detto più impietosamente, la brutta figura di un filosofo che prova a cimentarsi in sgangherate sentenze oracolari peraltro stilisticamente infelici.
Esistono antidoti per quanto meno attenuare simili brutte figure, e sono quelli che prendono il nome di cura dell'edizione di un'opera. Che lo si faccia per passione, per denaro, per vanità, per ottenere titoli accademici, curare l'edizione di un'opera del pensiero significa mettersi al servizio del suo potenziale, adoperarsi a che questo si ritrovi sotto l'angolo di massima luce. Per lo stesso Heidegger, almeno in Essere e tempo ma ancora nel libro in questione, la cura è una dimensione fondamentale dell'umano, termine chiave per indicare il rapporto fra l'esistenza e le cose del mondo, che oscilla fra l'apprensione/preoccupazione e un'idea operativa dell'amore, e che, nella sua declinazione più appropriata, può aprire alla dimensione più piena dell'esistenza stessa. Perché dunque Volpi non ha curato i Contributi , così come tanti altri volumi heidegerriani Adelphi, limitandosi alla sola co-traduzione?
Nell'«Avvertenza» all'edizione italiana si offre da un lato una presentazione chiara e sintetica - comunque utile - del testo e del linguaggio che l'improvvido lettore si accinge ad affrontare, ma dall'altro risultano evidenti due curiose anomalie. La prima è che l'editore tedesco non ha concesso la pubblicazione di apparati assieme al testo: «Dovendo rimandare ad altra sede, per disposizione degli eredi, ogni spiegazione in merito a genesi, stile e contenuto…». Altro punto non marginale: non si concorda sul modo in cui l'editore tedesco ha disposto i materiali, segnatamente la scelta di porre alla fine la sezione «L'essere», e non prima delle sei fughe come avveniva nel dattiloscritto. In un libro articolato in fughe si potrà immaginare quanto conti la dispositio degli argomenti. Al punto che le fughe si suddividono a loro volta in innumerevoli paragrafi contrassegnati da un titolo, non numerati, e sono molti, all'interno della stessa fuga, i paragrafi con lo stesso titolo, dove l'unica differenza è data appunto dalla posizione.
La cosa più grave, dunque, è la mancanza di un apparato di contestualizzazione, di una rampa che ricongiunga al contesto la materia di questo «salto». Si desume che tale mancanza sia dovuta all'atteggiamento degli editori tedeschi, o meglio del già citato Hermann Heidegger, e del capo dei curatori dell'edizione tedesca dell'opera completa Friedrich-Wilhelm von Herrmann: pare che essi pretendano di ingerire sul modo in cui il verbo heideggeriano andrebbe diffuso in Italia. Ciò si vede anche dalla difficoltà che incontra in Italia qualsiasi editore provi a chiedere di pubblicare o ripubblicare uno dei tanti corsi heideggeriani ancora inediti in italiano o da lungo tempo esauriti. Del resto, dall'altro lato, hanno concesso di effettuare traduzioni o ritraduzioni (pensiamo al caso famoso dell'Origine dell'opera d'arte ) in cui hanno luogo sperimentalismi individuali che fanno piombare il testo nell'oscurità e in cui si vede bene come, alla grossa, le traduzioni di Pietro Chiodi offrissero una ben più agevole base di leggibilità. Si tratta, per concludere, degli ennesimi danni creati da una legge sul copyright che lo mantiene per settanta anni dopo la morte dell'autore. La bella conseguenza è che praticamente un'intera generazione non ha potuto leggere quest'opera in italiano. E che, in generale, per via di politiche editoriali sconsiderate che hanno ostacolato la libera diffusione del pensiero di Heidegger, ora che esce, è divenuta praticamente illeggibile.

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