giovedì 29 maggio 2008

Ariosto, il «picaro» moderno che anticipò Cervantes

l'Unità 29.5.08
SAGGI Una nuova interpretazione di Giulio Ferroni che fa del poeta un assertore «gioioso» della finzione come antidoto al «tragico» del mondo
Ariosto, il «picaro» moderno che anticipò Cervantes
di Roberto Gigliucci

Quando Astolfo giunge sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, incontra Giovanni l’evangelista il quale gli dice cose davvero sconcertanti. Fra cui la più inquietante riguarda i poeti e la poesia. Di poeti autentici ce n’è pochi, e più o meno tutti mentono per necessità e per natura. La storia della poesia è storia di menzogne pazzesche: Enea in realtà non fu affatto pietoso, Achille era un debole, Ettore un pusillanime, Augusto non era benigno, di Nerone non sapremo mai se sia stato effettivamente ingiusto - lecito il dubitarlo - e poi, clamoroso davvero, a Troia non vinsero i Greci di Agamennone bensì i Troiani, Penelope era una meretrice mentre al contrario Didone, tanto biasimata, era la più pudica di tutte. Tuttavia, conclude San Giovanni, non è che io ce l’abbia con gli scrittori, perché fui scrittore anch’io e scrissi le lodi di Cristo.
Possiamo allora addirittura pensare che l’evangelista arrivi ad affacciare «una sorta di dubbio ironico sulla stessa verità della Sacra Scrittura, anche se poi il suo discorso si conclude con una rivendicazione del valore dei veri scrittori e della forza civilizzatrice della poesia». Sono parole di Giulio Ferroni, dal suo volume Ariosto, appena uscito per la Salerno editrice. Parole pesanti quelle di Ariosto in bocca a Giovanni, parole pesanti quelle di Ferroni. Certo, per noi abituati alla letteratura come menzogna intesa in senso manganelliano, o semplicemente derivante dalla mistificazione del realismo in senso barthesiano, tutto questo non è grande scandalo. Ma per chi crede all’Ariosto come tranquillo poeta oraziano dedito all’armonia e alla bellezza, sentirsi dire che il Furioso è un monumento all’umanesimo della menzogna, o per meglio dire all’umanesimo paradossale della crisi di tutte le verità, può essere uno choc.
Intendiamoci, la visione anti-crociana dell’Ariosto che mostra la luce per indicare ambiguamente l’ombra, ovvero dell’Ariosto pessimista e amaro (l’Ariosto ad esempio dei Cinque canti e della bitter harmony, come suona un saggio del critico americano Ascoli, titolo che fa pensare alla bitter Arcadia di cui Jan Kott a proposito di Shakespeare) è una visione ormai proposta già più volte, da molti, anzi quasi sul punto ormai di logorarsi. Ed infatti non è propriamente questa la prospettiva che offre Ferroni, il quale invece recupera la complessità della crociana «armonia» traducendola però in una poetica ariostea della contraddizione. Cito ancora: «Ariosto sembra voler estrarre dall’intero patrimonio culturale una possibilità di bellezza, una configurazione felice della parola e della vita, che pur comprende entro sé l’eco, in parte attutita ma pur sempre lacerante, del fondo cupo e negativo del mondo, del nesso di violenza e di estraneità che lo regge». Insomma, la bellezza che l’Ariosto mette in gioco attraverso l’ironia è bellezza che include il suo contrario disarmonico ma «come per bruciarlo in un esito assoluto». La smaterializzazione di tutte le illusioni e i dogmi, simili alle vane apparenze del castello di Atlante, non arriva a smaterializzare del tutto l’aspirazione alla felicità. Ferroni, innamorato di Stendhal e di Mozart, pone elegantemente un poeta come Ariosto all’origine di una famiglia di artisti come quelli, e svela la propria sensibilità di classicista critico, pensoso, inquieto, di adorniano e insieme di settatore dell’equilibrio che sia sempre affacciato sul disequilibrio. In tal senso l’evocazione della dapontiana-mozartiana Così fan tutte come «opera esplicitamente ariostesca» coglie nel segno: qui infatti i protagonisti danzano sull’orlo dell’abisso fornendo balenamenti di un classicismo demistificato e pure nitidamente impareggiabile («sei tu Palla o Citerea?»…).
Ma la menzogna strutturale che San Giovanni squaderna ad Astolfo? Non ci riporta a una idea di letteratura immorale, tutta finzione e scarto dal reale, beffarda al limite del nichilismo? Posto che comunque "il meraviglioso ariostesco si afferma in un ironico confronto con i limiti del reale», e quindi non lo dimentica affatto, anzi, resta il dato che questo meraviglioso «è la configurazione in cui il desiderio si affaccia davanti alla mente dell’uomo: e nel suo libero dilatarsi è implicito sempre un elemento di artificio e di simulazione, tra magia e costruzione teatrale». Insomma, Ferroni insiste sulla natura «aperta» del Furioso e, potremmo insinuare, sulla sua dialettica negativa, senza sintesi.
Ariosto è moderno? Per rispondere a questa domanda l’operazione preliminare imprescindibile è il confronto, arduo ma lecito, con il Chisciotte, e Ferroni non si sottrae alla sincrisi, anzi le dedica alcune fra le pagine più belle del libro. Per dirci che sì, Ariosto passa il testimone a Cervantes, ma precisando che la pazzia di don Chisciotte «proprio perché follia del lettore di romanzi, trascina la contraddizione nella banalità e nella volgarità del mondo quotidiano, mette a confronto l’improbabilità dell’eroico e tutto l’immaginario di cui il lettore è nutrito con la violenza, la brutalità, la casualità, la mediocrità e la finitudine della vita “normale”, scopre sotto di essa una più radicale e inestirpabile follia». In tal senso, aggiungeremmo, il momento del primo barocco, cioè della scoperta del realismo (dal picaresco a Vélasquez, da Caravaggio a Bacone), si pone come il vero incunabolo del moderno. Dissoluzione e riformulazione della bellezza, sguardo impietoso ed entusiasta sull’imperfezione, per scoprire magari qualche perfezione altra, o qualche metafisica più o meno stabile. Ariosto è così superato, e la sua denuncia della menzogna bruciata e assunta in nuova consapevolezza.
E Ariosto oggi? Ferroni, critico aspro della contemporaneità e dei postmodernismi, vede nel poema ariostesco una possibile forza per «snidare una bellezza che la nostra costipata cultura non è più capace di concepire». Un Ariosto non leggero, ludico, virtuale, decostruzionista, ma perfettamente tranquillo e insieme turbato. Il paradigma stesso di ciò che è classico.