giovedì 15 maggio 2008

Naomi Klein, se il mercato incoraggia il disastro

Liberazione, 12/09/2007
Naomi Klein, se il mercato incoraggia il disastro
"Shock economy", da oggi l'ultimo libro dell'autrice di "No Logo" che mette sotto accusa il nuovo capitalismo globale.
L'Iraq, Katrina, Pinochet e lo Tsunami. Quando la crisi di un Paese diventa un'occasione per il fondamentalismo neoliberista

Ivan Bonfanti
Qualche anno fa, prima che il progetto per il "grande Medio Oriente" naufragasse miseramente tra i morti e le bombe in Iraq, alcuni coloni della destra fondamentalista israeliana avevano messo a punto una teoria sul conflitto con gli arabi che chiamavano apertamente "terapia shock". In sostanza - spiegavano agli interlocutori che domandavano come loro, apologeti del progetto per un Grande Israele dal Mediterraneo al Giordano, intendessero convincere i palestinesi senza dargli una terra - spiegavano che il problema era tutto culturale. «Finché i palestinesi avranno questa mentalità sarà impossibile», ammettevano. «La terapia shock consiste esattamente nello sfruttare un evento o una serie di accadimenti per cambiare la mentalità di un popolo. E i palestinesi subiranno una sconfitta militare di tale portata e uno shock così profondo da cambiare radicalmente la loro mentalità: come è successo ai giapponesi dopo la bomba atomica».
In un contesto meno biblico, ma sempre intorno al concetto di terapia shock, si muove l'ultimo saggio di Naomi Klein, Shock Economy, l'ascesa del capitalismo dei disastri (Rizzoli, pp. 621, euro 20,50), un viaggio attraverso il fondamentalismo neoliberista analizzato dal filtro di alcune delle crisi più profonde attraversate dal mondo negli ultimi trent'anni. Trattandosi di ideologia del mercato, l'autrice di No Logo non può che partire da uno dei grandi teorici della dottrina neocon in economia, il capostipite: Milton Friedman. Più che un precursore il profeta.
«Lascia che bruci», lascia che infine il disastro si compia. Solo allora ci saranno le condizioni per interventi radicali. Il lucido percorso di Klein attraversa scenari recenti come New Orleans, il Cile di Pinochet, l'Argentina della crisi economica, lo Tsunami nel Sud Est asiatico. E naturalmente l'Iraq. «Sto scrivendo un libro sullo shock - spiega ad un certo punto l'autrice - un libro sui Paesi che vengono scioccati dalle guerre, dai disastri naturali, da attacchi terroristici, colpi di Stato o altri disastri. Sto scrivendo un libro su come questi Paesi vengono scioccati un'altra volta, dalle grandi aziende e dai politici che sfruttano la paura e il disorientamento del primo shock per imporre la loro strategia economica».
E' su questo binario che Shock Economy muove il suo itinerario. Prendiamo Katrina, l'uragano che sconvolse New Orleans. Perché le macerie non forniscono solo un'occasione per ricostruire. La devastazione di una città permette di cambiarla, di mutarne il volto a favore di alcuni e discapito di altri. E la situazione di shock abbassa le difese immunitarie di una società, apre le maglie. Per questo «grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità», come commenta Joseph Canizaro, uno dei più grandi costruttori di New Orleans, osservando beato il centro di New Orleans raso al suolo.
«Una pletora di politici conservatori, think tanks e imprenditori parlavano apertamente della tabula rasa come di una meravigliosa occasione». Non per ricostruire quello che c'era prima, però. Spiega Klein: «la ricostruzione inizò portando a compimento il lavoro svolto dal disastro, spazzando via cioè quanto rimaneva della sfera pubblica».
E' l'uragano, il disastro, la guerra, a creare le condizioni per l'affondo. Lo stesso Milton Friedman, ormai 93enne, vide nel passaggio del ciclone una splendida opportunità. Lo scrisse anche sul Wall Street Journal : «la maggior parte delle scuole di New Orleans è in rovina (...) ma oggi abbiamo una grande opportunità. L'opportunità di riformare radicalmente il sistema educativo». Dove andasse poi a parare era chiaro: «una riforma permanente delle scuole americane incentivando i privati». Ovvero, privatizzare e tagliare un'altra fettina del già pallido welfare Usa.
Friedman e i suoi seguaci avevano perfezionato questa strategia per oltre trent'anni. «Attendere il verificarsi di un evento shock, quindi sfruttare le risorse dello Stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati, poi agire rapidamente per rendere "permanenti" le riforme». Secondo Klein questa è la dottrina dello shock, che Friedman «ha messo a punto ai tempi in cui faceva il consigliere di Pinochet». Fu proprio con il popolo cileno ancora sconvolto dal colpo di Stato che i Chicago boys di Friedman operarono tagli fiscali, cancellarono servizi pubblici, tagliarono la spesa sociale e incentivarono la deregulation.
Nei primi giorni dell'occupazione all'Iraq, Klein ritrova il medesimo fenomeno. «La stessa formnula è riemersa, con molta più violenza, in Iraq». In Shock Economy l'autrice riprende la teoria già emersa nel saggio di Ullman e Wade, Shock and Awe (Shock e Sgmomento): «La guerra ha anche lo scopo di controllare la volontà dell'avversario, le sue percezioni e il suo intelletto, di renderlo letteralmente incapace di agire o reagire». «E dopo le bombe - insiste Klein riferendosi all'Iraq - è venuta la terapia shock dell'economia, imposta in un Paese ancora in fiamme. Privatizzazione selvaggia, completa libertà di scambio, un'aliquota d'imposta unica al 15 per cento e un governo di proporzioni ridotte per scongiurare resistenze». Qui Klein ricorda i timori di Etienne Balibar quando questi parla del «rischio che la democrazia venga sopraffatta e scivoli in una apartheid strisciante». Balibar si riferisce all'Europa, alla Cina e alla necessità di controbilanciare la super potenza militare e coloniale degli Stati Uniti, ma il contesto della deriva è lo stesso, con Balibar che identifica il potenziale devastante di uno shock e pensa ai rimedi.
La memoria dei giorni iracheni di Mike Battles, un ex agente della Cia, è ancora più sintetica: «Per noi la paura e il disordine offrivano promesse concrete». Altro che. La Custer Battles, una piccola compagnia di sicurezza privata fondata proprio dall'ex spione, ottenne circa cento milioni di dollari in contratti governativi. Dopo i mesi da corrispondente a Baghdad, dove Klein assiste «al tentativo, fallito, di fare seguire alla dottrina Shock and Awe la terapia shock dell'economia», la giornalista canadese va nel Sud Est asiatico, al seguito di un altro evento catastrofico. E' il cataclisma Tsunami, nel dicembre 2004, ed ecco che gli investitori stranieri e i prestatori internazionali «si uniscono allo scopo di sfruttare l'atmosfera di panico per consegnare l'intero litorale a imprenditori perché vi costruiscano villaggi turistici, impedendo a centinaia di migliaia di pescatori di ricostruire le loro case vicino al mare».
Si pensi poi alla Russia di Boris Eltsin. Nel 1993, dopo un fallito e oscuro tentativo di golpe, le cannonate sul Parlamento e la carcerazione dei leader dell'opposizione, lo shock tra la gente e nel Paese era immenso. Un modello quasi didascalico di tabula rasa. E infatti nessuno fu in grado di reagire o afferrare la reale portata delle privatizzazioni che a prezzi di saldo svendettero il patrimonio di uno Stato dando vita all'economia mafiosa e ai noti oligarchi.
L'esempio dell'Argentina di diverso ha soltanto gli esiti, visto che dopo lo shock la tendenza si è invertita. Eppure alla fine degli anni '90, trascinata dalla crisi di solvenza che due anni prima aveva freddato l'economia asiatica, in una situazione di stagnazione e grande disoccupazione, il ministro dell'Economia Cavallo impone un monetarismo monastico accompagnato da un'ampio progetto di "riforme". Mentre nel vicino Brasile, a partire dallo Stato del Minas Gerais, l'economia riparte proprio ammettendo di non poter pagare i debiti, dando quindi vita a una contrattazione su cui si abbattono le ire del Fondo Monetario, Cavallo si comporta come se fosse a Francoforte anziché a Buenos Aires, col risultato di dopare un'economia allo stremo, che di lì a pochi mesi trascinò un Paese intero in bancarotta. «Ma come Friedman aveva ben compreso - precisa Naomi Klein - l'atmosfera di crisi forniva il necessario pretesto per consegnare il Pese a economisti "tecnocrati"».
Naturalmente non mancano gli esempi in cui le politiche neoliberiste vengono adottate democraticamente, vedi gli anni '80 di Ronald Reagan oppure la più recente elezione di Nicholas Sarkozy in Francia. «In questi casi però - nota ancora l'autrice - i crociati del libero mercato hanno incontrato la pressione dell'opinione pubblica e sono stati obbligati a temprerare e modificare i loro piani. Perché è la stessa congiutura democratica ad essere un ostacolo all'applicazione del fondamentalismo capitalista. «Il modello economico di Friedman può essere solo parzialmente imposto in una democrazia: per attuarlo in tutta la sua portata ideale ha bisogno di uno schock e di una tabula rasa».


12/09/2007

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