lunedì 18 febbraio 2008

Bruciano i libri, università indifese

Bruciano i libri, università indifese

Il Riformista del 17 novembre 2006, pag. 7

di Gabriele Carchella

Alcuni liberati, altri torturati e uc­cisi. Il destino ha separato le strade degli ostaggi rapiti nel blitz di mar­tedì in un edificio del ministero del­l'Istruzione: una settantina di loro è tornata ieri in libertà, un'ottantina resta nelle mani degli aguzzini. Am­messo che siano ancora vivi, perché -raccontano i sopravvissuti - un nu­mero imprecisato di ostaggi sono stati eliminati, mentre tutti avrebbe­ro subito torture e maltrattamenti. Molti i punti oscuri della vicenda. In primis, non è chiaro chi siano gli ele­menti del commando che ha com­piuto l'operazione. Secondo alcuni testimoni oculari, i rapitori hanno agito con indosso le uniformi della polizia. La circostanza, non nuova, suggerisce possibili connivenze con l'apparato statale. Le milizie parami­litari, secondo molti osservatori, agi­scono per portare a termine vendet­te trasversali all'interno dello stesso governo. Il ministro dell'Istruzione Abed Dhiab al-Ujaili appartiene al­la comunità sunnita, in minoranza nell'esecutivo diretto dal premier sciita Nuri Al Maliki. Il rapimento di massa di dipendenti e visitatori del ministero è visto come un colpo alla rappresentanza sunnita nel governo. La rivalità tra le comunità irachene, del resto, assomiglia sempre di più a una guerra totale in cui il gioco del­le vendette incrociate rende difficile qualsiasi lettura. «Mi dimetto fino a quando qualcuno non si deciderà a fare qualcosa di concreto», ha an­nunciato il ministro Ujaili. «Bisognerebbe indagare sulle forze di po­lizia e mettere le persone giuste al posto giusto. Non c'è un governo ef­ficace e penso di poter dire che siamo nell'anarchia». Parlando ai mi­crofoni della tv Al Iraqiya, il mini­stro ha poi rivelato di aver chiesto 800 guardie a protezione di tutte le università irachene poco prima del sequestro. Ma la richiesta non è sta­ta approvata. Il messaggio ai vertici del governo appare chiaro.



Oltre alla violenza inter-comunitaria, il rapimento di massa di mar­tedì è stato letto come l'ennesimo crimine contro la classe colta irache­na. Secondo alcune stime, negli ulti­mi tre anni sono quasi 200 gli acca­demici uccisi in Iraq. Tutto fa pensa­re ad azioni pianificate, a una sorta di operazione "tabula rasa" pensata per distruggere il sistema d'istruzione del paese. E impedire così una rinasci­ta che non può prescinde­re dall'istruzione e dalla cultura. La deriva è co­minciata nel 2003. La guerra irachena si è rivela­ta da subito un disastro per una delle culture più antiche del mondo. Due eventi dal forte valore simbolico hanno dato il via alla distruzione: l'incendio e il saccheggio della biblioteca naziona­le e del museo archeologico di Ba­ghdad. Migliaia di manoscritti anti­chissimi sono andati in fumo il 14 aprile del 2003, quando il fuoco è di­vampato nella biblioteca. «Una ca­tastrofe per il patrimonio culturale dell'Iraq», secondo l'Unesco. Poche settimane dopo, gli impiegati della biblioteca, in maggioranza donne con il velo, facevano la fila per ritira­re il salario sociale distri­buito dai militari Usa. Del saccheggio al museo ar­cheologico molto si è det­to e scritto. Si pensa che la maggioranza dei suoi 170mila pezzi siano stati rubati in seguito alla ca­duta della capitale. Nel giardino del museo erano state scavate trincee, ancora fumanti a distanza di giorni. Dopo aver con­statato che le orde di ladroni aveva­no risparmiato il ministero del pe­trolio, ben protetto, la comunità in­ternazionale puntò il dito contro gli Usa. Da allora, la classe media ira­chena è stata smantellata pezzo do­po pezzo. Gli ingegneri e i tecnici so­no rimasti senza lavoro, costretti a vivere di espedienti perché le cen­trali elettriche erano distrutte o fun­zionavano a singhiozzo. La vera ri­costruzione non è mai iniziata e solo di rado ha coinvolto personale loca­le. Per un paese sfiancato da anni di embargo è stato il colpo di grazia. Le uccisioni mirate di professori e scienziati hanno fatto il resto.



Gli intellettuali ancora vivi medi­tano di andarsene all'estero. Il sogno di un paese che potesse risorgere su­bito dalle proprie ceneri è durato poche settimane. Un sogno che può sintetizzarsi in un'immagine. Nei pri­mi giorni del cosiddetto dopoguerra, il mercatino dei libri sotto i portici adiacenti all'antica università Mu-stansiriya, aveva ripreso le sue attività: volumi usati, cartine geografi­che ingiallite, quaderni e penne in vendita sui banchi tra cartacce e pol­vere. Quell'angolo di Baghdad face­va pensare a un ritorno alla norma­lità. Poco dopo, il sorgere della guer­riglia irachena avrebbe riportato gli iracheni alla cruda realtà.

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