giovedì 13 marzo 2008

Un poeta per difendere la nostra cultura, minacciata dall'esterno

Corriere della Sera 13.3.08
Così sarà il mio Baudelaire
Un poeta per difendere la nostra cultura, minacciata dall'esterno
di Roberto Calasso

Vorrei innanzitutto ringraziare Antoine Gallimard e Marc Fumaroli per le loro parole, quanto mai generose e per me tanto più significative, data l'antica ammirazione che provo per entrambi. Ma, oltre che a loro, vorrei dire la mia gratitudine a un testimone muto, che è il luogo dove ci troviamo in questo momento. Devo confessarvi che sono un devoto osservatore e cultore delle coincidenze, nelle quali intravedo le ultime tracce nel nostro mondo di quelli che i veggenti vedici chiamavano i bandhu, le «connessioni». Ora, si dà il caso che questo luogo ne racchiuda una che per me è trascinante.
Innanzitutto da qui sono usciti quei libri che, quando da ragazzino li vedevo schierati in drappelli compatti, nella loro elegante divisa bianca con filetti neri e rossi, sul primo banco a sinistra della libreria Seeber a Firenze, significavano la Francia stessa e la sua letteratura, traboccanti di malie e di misteri. Ma c'è anche qualcos'altro: esattamente qui, al 17 di rue de l'Université, abitò in un periodo cruciale della sua vita e della Francia, nel 1790, un personaggio che sarebbe poi diventato per me lo Hermes psicopompo nell'impresa che ho avviato con La rovina di Kasch:
Monsieur de Talleyrand. Perciò in certo modo è come se la quintessenza della mia doppia vita, di scrittore e di editore, si fosse cristallizzata fra queste mura.
Nulla potrebbe aiutarmi meglio a spiegare quella sorta di compulsione — o altrimenti attrazione magnetica — che ha condotto sempre di nuovo chi vi parla verso questi luoghi. Una compulsione che proverò brevemente a raccontarvi. Tutto comincia con tre volumi Gallimard, la prima edizione della Recherche di Proust nella Pléiade, che fu il più bel regalo di Natale che abbia mai ricevuto. Era il 1954 e avevo tredici anni. Ricordo che mi ero fatto male a un ginocchio e dovevo restare immobile a letto per qualche giorno. Fu allora che mio padre mi portò quei tre volumi, nei quali mi immersi con un senso di ebbrezza che forse non ho più incontrato.
Pochi mesi dopo, Parigi fu la prima città straniera dove mi trovai a vivere da solo. Abitavo da amici dei miei nonni a Montmorency e ogni mattina prendevo il treno per Parigi da Enghien. Poi, fino alla notte, vagavo ovunque. Non credo di aver mai camminato senza meta in un luogo per così tanti chilometri come a Parigi in quelle settimane. E non vi è città di cui abbia mai conosciuto così bene la rete del métro, con una sorta di partecipazione erotica ai nomi delle stazioni, un po' come accadeva a Marcel per le stazioni ferroviarie intorno a Balbec. E il métro anche mi nutriva, con i suoi automates pieni di sucreries che mi fornivano energia per camminare.
Da quei giorni un filo teso e ininterrotto mi collega al punto in cui, circa trent'anni fa, tracciai un primo disegno, piuttosto temerario, di un'opera composta da vari pannelli al tempo stesso autosufficienti e interconnessi. A oggi, di quell'opera sono apparsi cinque volumi, che formano un insieme di più di duemila pagine. Li si potrebbe definire il romanzo di una famiglia capillarmente ramificata, eccentrica e migratoria, i cui membri si possono incontrare nella Francia sia di Port-Royal sia del Palais-Royal come nella Grecia di Omero e di Nonno, nell'India dei veggenti vedici o nel paese senza nome di Franz Kafka o nella Venezia di Giambattista Tiepolo. Per introdurre le storie di questa turbolenta famiglia avevo bisogno di un maestro di cerimonie — e uno solo si impose di autorità: era M. de Talleyrand, il quale a pochi metri da qui una sera introdusse in società, nel corso di un ballo memorabile per Joséphine all'Hôtel Galliffet, colui che avrebbe istituito la Légion d'Honneur ed era allora il generale Bonaparte. E così come, nella Rovina di Kasch, Talleyrand guida il racconto attraverso una fuga di saloni, nella sesta parte di questo romanzo di famiglia, che dovrebbe essere pubblicata nell'ottobre di quest'anno, a fare da guida sarà ancora una volta qualcuno che è nato non lontano da qui, a un incrocio di boulevard Saint-Germain. Si tratta di Charles Baudelaire — e i primi passi della narrazione non saranno nei salons descritti dalla duchessa d'Abrantès ma nei Salons della pittura, dove Baudelaire cominciò a esercitare la sua prosa.
Tutto questo mi induce a pensare che, quando mi trovo a uno snodo decisivo in questo abnorme romanzo di famiglia, qualcosa mi spinge irresistibilmente verso l'aria e le storie dei luoghi dove ci troviamo in questo momento. E, se mi domando perché, penso subito a Cioran, il quale preferiva la sua mansarda della rue de l'Odéon a ogni altro domicilio, non solo perché gli permetteva di fare agevolmente lunghe passeggiate solitarie al Luxembourg, ma perché aveva la vaga impressione che la stessa rue de l'Odéon fosse una sorta di perno cosmico, in qualche modo congeniale alla sua ipocondria ed euforia balcaniche. Cioran era convinto che in questa lingua, in queste strade e nella loro storia si celasse qualcosa che coinvolge nella sua interezza quel «piccolo capo del continente asiatico » (come diceva Valéry) in cui ogni europeo ha avuto in sorte di nascere. È un punto su cui ho sempre concordato pienamente con Cioran — e oggi vorrei solo aggiungere, come preliminare a ogni altra considerazione, le parole che ha detto una volta in un'intervista del 1985 (si osservi la data), il glorioso decano degli scrittori francesi, Claude Lévi-Strauss: «Ho cominciato a riflettere in un'epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture — e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l'esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura».

martedì 11 marzo 2008

Il Papa che si imprigionò per punire l’Italia

Corriere della Sera, 30/10/2005

Il Papa che si imprigionò per punire l’Italia
Un saggio di Kertzer ricostruisce lo scontro tra Stato e Chiesa subito dopo l’Unità Pio IX si chiuse in Vaticano contro la politica laica del governo

Chissà se l’erudito Papa tedesco lo sapeva, nell’agosto scorso, quando ha scelto la città di Colonia per il suo primo viaggio apostolico all’estero. Chissà se Benedetto XVI sapeva che un illustre suo predecessore ottocentesco, Pio IX, in tutt’altre condizioni aveva meditato di compiere analogo viaggio. Non come trionfale inaugurazione di un pontificato nuovo di zecca, ma come esito fatale di un pontificato interminabile. E non per una visita di qualche giorno, ma per rimanerci non si sa quanto, forse per il resto della vita. Era successo a fine settembre del 1870, dopo che l’Italia di Vittorio Emanuele II aveva profittato della disfatta di Napoleone III a Sedan per sbrecciare Porta Pia e conquistare Roma. Allora, il Cancelliere del neonato Impero prussiano, Otto von Bismarck, aveva fatto sapere che Pio IX poteva ormai contare sulla sua protezione e che una città come Colonia si sarebbe prestata magnificamente a servire da nuova casa del Santo Padre. Nei panni del profugo - aveva spiegato Bismarck - il Papa non avrebbe potuto che migliorare la propria immagine di vegliardo intransigente e bisbetico: sarebbe parso «un vecchio che cerca aiuto, un buon vecchio, come un vescovo che, come gli altri, mangia e beve, fa un tiro di tabacco oppure fuma un sigaro»... In quale misura il Cancelliere protestante fosse sincero nella sollecitudine verso il capo della Chiesa cattolica, lo si sarebbe visto una manciata d’anni più tardi, nel febbraio del 1878: quando la morte di Pio IX pose fine al pontificato più lungo e più drammatico dell’intera vicenda petrina. Raggiunto dalla notizia nella sua residenza di campagna, Bismarck ordinò al servitore di portargli una bottiglia di grappa e propose: «Brindiamo!». Resta il fatto che negli anni Settanta del XIX secolo e poi ancora negli anni Ottanta e Novanta - durante il pontificato di Leone XIII - sia il Vaticano sia le maggiori cancellerie europee misero seriamente in conto la possibilità che il Papa lasciasse una Roma, in cui si sentiva ormai prigioniero, per stabilirsi altrove sul continente. Dove? Si ipotizzò un po’ di tutto, da Colonia a Malta, da Auch a Barcellona, dalla Corsica al Canton Ticino... E per quanto vaga, tale prospettiva rappresentò un incubo per il governo dell’Italia unita da poco, che rischiava di non reggere le conseguenze politiche (o militari) di una fuga del Papa da Roma. Il Santo Padre prigioniero nelle sue stanze del Vaticano: è questa - più che avventurosa, claustrofobica e ossessiva - la storia raccontata adesso, con la consueta felicità di scrittura, dal migliore studioso americano del nostro Risorgimento, David Kertzer. Il quale, a partire da una messe di materiali archivistici finora trascurati o del tutto inaccessibili, è riuscito nell’impresa di restituire gli esordi dell’Italia unita al clima che fu loro proprio e che una storiografia troppo eufemistica si è curata di occultare: il clima di una lotta senza quartiere, di uno scontro a morte fra l’Italia laica e la Chiesa cattolica. Adusi come siamo oggi - dopo il pontificato itinerante di Karol Wojtyla - all’idea di un Papa pellegrino, noi fatichiamo a comprendere la scelta di vita di Pio IX, a cui i successori si sarebbero uniformati fino ai Patti Lateranensi del 1929: la decisione di non mettere piede fuori dal Vaticano, di non spingersi neppure fino al Laterano o a Castelgandolfo, per qualcosa come 59 anni di soggiorno obbligato. Kertzer ci aiuta a decifrare la logica di una scelta così grave. Era la volontà di mettere sotto scacco il governo italiano (fosse questo espressione della destra o della sinistra: di Lanza o di Depretis, di Lamarmora o di Crispi), presentando come il più odioso dei soprusi la politica laica di una separazione netta fra lo Stato e la Chiesa. Ai quattro angoli dell’Italia e dell’Europa, e particolarmente in Francia, i devoti di Pio IX furono abilissimi nel brandire l’icona del Papa prigioniero in Vaticano come un’arma di propaganda. Preti e suore presero a vendere come una reliquia sacra la paglia sulla quale - dicevano - il Santo Padre era costretto dal governo italiano a passare le sue notti d’infelice. E il conte di Montalembert, figura chiave della Chiesa cattolica francese, mise in guardia i presunti carcerieri del Papa: «Badate bene, che gl’italiani non diventino i giudei della cristianità futura. Badate che dai lidi dell’Irlanda a quelli dell’Australia, i nostri figliuoli non imparino infin dalle fasce a maledirli». Il governo italiano tenne duro, anche quando - dopo il 1887 - il nuovo segretario di Stato di Leone XIII, il machiavellico cardinale Rampolla, cercò di utilizzare l’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza con l’Austria e la Prussia come pretesto per scatenarle contro la Terza Repubblica francese. Ma se pure le trame del Vaticano intorno al Papa prigioniero non approdarono a nulla di concreto, la puntuale ricostruzione di Kertzer vale a illuminare la storia moderna d’Italia secondo una prospettiva di lungo periodo. Dopo il 1870, Pio IX non esitò a scomunicare collettivamente la classe dirigente dell’Italia unita e poi, nel 1873, il re sabaudo in persona, Vittorio Emanuele II. Da allora tante cose sono cambiate, ma non l’abitudine di certi inquilini d’oltre Tevere di levare il dito accusatore contro chiunque osi presumere che il nostro è uno Stato laico. Il libro: David I. Kertzer, «Prigioniero del Vaticano. Pio IX e lo scontro tra la Chiesa e lo Stato italiano», traduzione di Giovanni Giri, Rizzoli, pagine 366, 21

Bomba su Nagasaki, il reportage censurato

Corriere della Sera, 20/06/2005

Bomba su Nagasaki, il reportage censurato

Le copie delle corrispondenze scritte dal giornalista Weller trovate dal figlio nella sua casa di Roma. Ora un quotidiano giapponese le ha pubblicate Dopo 60 anni rispuntano gli articoli sequestrati dai comandi americani

« Nagasaki è un’isola che assomiglia a Manhattan in forma e dimensioni . Quelli che corrispondono ai versanti del New Jersey e di Manhattan affacciati sul fiume Hudson sono punteggiati di stabilimenti industriali di proprietà delle famiglie Mitsubishi e Kawanami ». Le prime righe del diario di George Weller, il primo reporter straniero entrato a Nagasaki dopo il bombardamento del 9 agosto 1945. « Negli stabilimenti di Kawamani, dove si costruivano navi, lavoravano circa ventimila persone. Gli impianti si trovano a cinque miglia dall’epicentro dell’esplosione. Le verdi colline sono vicine, al di là delle lunghe file di stabilimenti industriali. La stazione ferroviaria, quasi totalmente distrutta, è già attiva ». Weller descrive il risveglio lento e stupefatto della città giapponese. E il tentativo di spiegare la catastrofe. « Un allarme generale era stato dato alle 7 del mattino, quattro ore prima che comparissero i due B-29. La maggior parte della popolazione lo ha ignorato ». Radiazioni letali « I giapponesi hanno sentito alla radio americana che il terreno conserva le radiazioni letali. Ho camminato per ore tra le rovine, lì dove l’odore dei cadaveri in decomposizione è ancora forte: ho provato nausea ma nessun malessere . « Qui a Nagasaki nessuno è ancora riuscito a dimostrare che questa bomba sia diversa dalle altre - prosegue il giornalista, come intenerito di fronte a cittadini sprovveduti e soccorritori impotenti - tranne che per l’intensità dei raggi luminosi ». Weller trascorre un’ora nei locali ormai inanimati dell’Istituto medico di Nagasaki. « Nelle stanze invase dai detriti, solo ratti. Sul lato opposto della vallata, al di là del fiume Urakame, c’è un college americano in cemento di tre piani. Il college si chiama Chin Jei ed è quasi totalmente distrutto. Le autorità giapponesi evidenziano che l’area bombardata era tradizionalmente destinata ai cattolici e ai cristiani. «A guardare la facciata sventrata del consolato americano o quella della cattedrale cattolica, accartocciata come fosse di pan di zenzero, sembra che l’atomica non risparmi nulla di ciò che incontra sul proprio cammino ». L’ospedale L’8 settembre Weller attraversa i corridoi dei due ospedali di Nagasaki, parla con i medici, annota minuziosamente le scene di dolore che gli trafiggono gli occhi. La principale preoccupazione dei medici, poche settimane dopo il bombardamento, resta quella di spiegare l’origine dei sintomi registrati in centinaia di casi. « Gli scheletri degli edifici, che prima ospitavano l’esercito giapponese, rivelano quello che la bomba atomica è in grado di fare all’acciaio e alla pietra, ma gli effetti su carne e ossa umane sono custoditi nei due ospedali della città . « Sono il primo americano ad aver raggiunto Nagasaki, la guida che mi accompagna lo sa bene e puntandomi gli occhi in viso pare chiedere: "Che ne pensi?" «Cosa vorrebbe dirmi? Che l’America ha fatto qualcosa di inumano sganciando quest’arma sul Giappone? Vorrebbe che scrivessi questo? « Ci sono dei bambini, alcuni ustionati, che siedono tra le loro madri. Ieri i giapponesi hanno scattato molte foto qui. Uno su cinque di questi bimbi è quasi interamente fasciato, nessuno dà segni di sofferenza. Alcuni adulti giacciono sulle stuoie. Gemono. C’è una donna che si prende cura del marito, ha gli occhi pieni di lacrime. La guida continua a fissarmi. «Cammino tra i rifiuti, parlo con due fisici generici e uno specialista di raggi X. Ottengo così un gran numero di informazioni e opinioni. Le cifre cambiano continuamente. Questa settimana l’ospedale ha accolto 750 pazienti colpiti dalle radiazioni originate dalla bomba e ne ha persi 360. Il 70% circa dei decessi è dovuto alle ustioni». Un miglio di morte «I giapponesi sostengono che chiunque sia stato raggiunto dalle radiazioni nel raggio di un miglio è morto per le bruciature. «Vedo una donna sistemata su una stuoia gialla. I medici mi dicono che è stata appena portata in ospedale. Le sue gambe nude sono punteggiate di macchie rosse che traspaiono dalle bende. Accanto a lei, una ragazzina di 15 anni con le stesse macchioline ha delle croste di sangue sul naso. Più avanti, alla finestra, quattro bambini sotto gli otto anni. I due più piccoli hanno perso i capelli». Gli ex prigionieri Weller avvicina alcuni militari americani sopravvissuti alla prigionia nei campi giapponesi. I soldati vagano tra le macerie. «Sono i prigionieri dei campi di Kyushu, l’isola più a Sud del Giappone, a fornire ulteriori tasselli del mosaico. Dal campo n.3 di Tabata nei pressi di Mojie, a Nord di Kyushu, arrivano tre ex prigionieri venuti qui per verificare gli effetti della bomba atomica. Miles Mahnke è nato a Chicago, racconta: "Ero a Bataan. Non immagini cosa è stato". «Altri quattro ex prigionieri vagabondi arrivano da campi in cui i comandanti e le guardie giapponesi sono semplicemente scomparsi: Albert Johnson, dall’Ohio; Hershel Langston, dal Kansas; Morris Kellogg, dal Texas, tutti membri dell’equipaggio del Connecticut, che ora girano il Giappone. A Kyushu ci sono circa diecimila prigionieri. Nel campo n.2, all’ingresso di Nagasaki Bay, trovo 68 sopravvissuti del British Cruiser Exeter, affondato nella battaglia del Mare di Giava». Spettri tra gli spettri. Il 9 settembre Weller torna in ospedale. « Il male causato dalla bomba, senza cura perché senza diagnosi, continua a mietere vite. Uomini, donne, bambini apparentemente privi di segni di malattia e ferite muoiono ogni giorno, alcuni dopo essersi trattenuti nei dintorni per settimane nella speranza di sottrarsi agli effetti della bomba. I medici dispongono di medicinali moderni ma confessano candidamente che la risposta alla situazione è al di sopra delle loro capacità. «Secondo il dott. Yosisada Nakashima, specialista in raggi X giunto oggi da Fukuoka, i pazienti sono tormentati dalle conseguenze dei raggi beta gamma. Nakashima non è d’accordo con i fisici generici che hanno raccomandato di chiudere l’area bombardata, convinti che le persone provenienti dalla zona siano state infettate dopo essere state a contatto con il terreno contaminato . Lo scienziato analizza i sintomi: tutti simili: vomito, emorragie sottocutanee. I bambini perdono capelli. Sintomi ricorrenti in caso di sovraesposizione ai raggi Roentgen. Tutte manifestazioni normali ».

«Il nostro avo bambino rapito e plagiato da Pio IX»

Corriere della Sera, 17/06/2005

«Il nostro avo bambino rapito e plagiato da Pio IX»
Il memoriale anticipato dal «Corriere» riaccende la disputa sul piccolo ebreo sottratto alla famiglia nel 1858 e poi divenuto sacerdote

«Vorrei rassicurare Vittorio Messori: noi discendenti dei Mortara non siamo stati sollecitati da nessuno, come lui insinua nel suo libro, ma soltanto dalla nostra coscienza, a criticare la beatificazione di Pio IX. Semplicemente ci ha lasciati stupefatti che si proponesse come esempio da ammirare il responsabile del sequestro di un bambino sottratto alla sua famiglia». Sorride amaramente Elèna Mortara, docente di Letteratura angloamericana all’Università di Roma Tor Vergata e pronipote di una sorella di Edgardo, mentre respinge l’idea che qualcuno l’abbia aizzata contro l’ultimo Papa-re. E si dice «allibita» per il modo in cui la questione del bimbo ebreo strappato ai genitori nel 1858 viene ora ripresentata. «Non c’è niente di realmente inedito - continua - nel memoriale pubblicato da Messori, perché Edgardo aveva difeso Pio IX in molti altri scritti già noti. Segregato e indottrinato dai sei anni in poi perché diventasse sacerdote, aveva sviluppato il tipico attaccamento del prigioniero verso i suoi carcerieri che si osserva a volte anche nelle vittime adulte dei sequestri di persona. E aveva visto nel Pontefice una figura paterna, sviluppando un forte senso di colpa per i "dolori immensi" che, secondo quanto gli veniva ripetuto dallo stesso rapitore, pensava di avergli arrecato attirandogli contro tante polemiche. Non a caso soffriva di momenti di profonda angoscia, che Messori, con insinuazione di dubbio gusto, vorrebbe far risalire a un fattore ereditario, piuttosto che all’effetto degli incontestabili traumi subiti». Nei rimproveri dello scrittore cattolico ai famigliari del bambino, la loro discendente avverte un grande astio: «Come si fa a dire che i genitori di Edgardo protestarono perché sobillati? Non è naturale che un padre e una madre reagiscano, quando si vedono portare via un figlio? La loro fu la legittima reazione ad un sopruso. E il padre Momolo fu un eroe coraggioso e sfortunato, "pellegrino del dolore", che cercò di combattere con la semplice parola un potere così crudele. Ed è grave che si difenda il sequestro e si accusino i Mortara di aver violato le leggi discriminatorie dello Stato pontificio, assumendo la domestica cristiana che impartì al bambino il presunto battesimo, di validità assai dubbia, del quale si ricordò solo cinque anni dopo, quando fu licenziata. È come se oggi si parlasse delle conseguenze delle leggi razziali fasciste (che tra l’altro prevedevano per gli ebrei lo stesso divieto di prendere a servizio i non ebrei), come se si trattasse di un semplice dato di fatto ineluttabile, senza esprimere un giudizio di valore su quelle stesse leggi». Quanto poi all’atteggiamento della comunità ebraica romana, che non vide di buon occhio le proteste internazionali contro Pio IX, per Elèna Mortara è facilmente spiegabile: «Si trattava di persone intimorite, che vivevano chiuse da secoli in un ghetto, sotto il giogo di un potere dispotico, sottoposte a continue angherie (se ciò nonostante non se ne andavano, come si domanda ironizzando Messori, è perché a Roma vivevano da oltre duemila anni, da prima dei Papi, e sentivano la città come anche loro). È logico che il segretario della Comunità, Sabatino Scazzocchio, si riferisse a Pio IX con la massima deferenza; e tuttavia, anche in un contesto così difficile, ogni sforzo fu compiuto dai massimi esponenti della Comunità di Roma per cercare di far recedere il Papa dal suo atto. In realtà la pratica delle conversioni forzate durava da lungo tempo e il caso Mortara ne era all’epoca l’ultimo esempio. Solo che in quel caso l’abuso non venne sopportato in silenzio. E la famiglia trovò una vasta solidarietà nell’opinione pubblica mondiale, ormai sensibile al problema dei diritti umani». Proprio quella mobilitazione, però, è nel mirino di Messori, che la giudica strumentale. «Sì, nel suo linguaggio allusivo sull’influenza degli ebrei affiorano pregiudizi antichi e pericolosi. Ma la campagna sul caso Mortara, soprattutto in Francia, coinvolse anche i cattolici liberali. Per esempio lo scrittore Victor Séjour, autore di un’opera teatrale sulla vicenda, rivendicava la sua fede nella Chiesa, ma si stupiva che il Papa potesse compiere un’azione contraria al valore cristiano della famiglia. Se il potere temporale dei pontefici ricevette allora un colpo così duro, come ammette Messori, fu perché la vicenda di Edgardo mostrò a tutti che si trattava di un regime oppressivo ormai anacronistico». Ma perché Pio IX insistette tanto su una posizione che lo indeboliva politicamente? «Mi sembra il tipico errore di chi si considera il detentore assoluto della verità. Del resto tutta la vicenda si fonda su questa pretesa, fonte dell’intolleranza religiosa. Io auspico la comprensione e il dialogo tra le fedi. Amo il passo biblico di Isaia (11, 6-7) in cui si legge che il lupo abiterà con l’agnello e il leopardo giacerà con il capretto. Mi pare che prefiguri un futuro di dialogo e convivenza nel rispetto reciproco. Devo aggiungere però che il libro di Messori va nella direzione opposta. E mi auguro che dal mondo cattolico, specie dalle più alte autorità ecclesiastiche, giungano segnali diversi. Tra l’altro mi sconcerta l’affermazione di Messori che il caso Mortara, a norma del diritto canonico, potrebbe ripetersi ancora oggi. Sarebbe opportuno che la Chiesa facesse chiarezza su un punto tanto delicato». Tuttavia, secondo Elèna Mortara, il libro di Messori non chiama in causa solo il mondo cattolico. «Mi rattristano attacchi così violenti al Risorgimento, che presentano l’unità dell’Italia come un evento negativo, quasi una conseguenza deprecabile del caso Mortara. Ma io rovescio l’impostazione di Messori. Secondo lui "Dio scrisse dritto su righe storte" perché da quel dramma derivò la conversione di Edgardo. Secondo me l’aspetto provvidenziale sta nel fatto che l’abuso compiuto da Pio IX, per lo scandalo che ne nacque, contribuì all’unificazione italiana sotto un regime liberale e alla fine della teocrazia pontificia».

Caso Mortara: dopo 150 anni esce il memoriale del protagonista

Corriere della Sera, 13/06/2005

Caso Mortara: dopo 150 anni esce il memoriale del protagonista
INEDITO Battezzato di nascosto, venne sottratto ai genitori ebrei:

Messori, dove e come ha ritrovato l'autobiografia di Edgardo Mortara? «Padre Mortara la scrisse nel 1888, a 37 anni, in spagnolo, visto che allora predicava nei Paesi Baschi. Se ne fece (forse, ma non è certo) un opuscolo che non sappiamo quale diffusione abbia avuto all’epoca in Spagna ma che, a quanto consta, non fu tradotto in altre lingue né risulta in alcuna bibliografia. Che padre Mortara abbia condotto una vita devota sino alla morte, a quasi 90 anni, e proclamato e difeso sempre la santità del suo padre spirituale Pio IX, era noto. Ma questo suo memoriale si può considerare inedito. Il testo ricostruisce il caso del bambino ebreo bolognese, dal battesimo furtivo da parte di una domestica nel 1852, al trasporto a Roma per ordine di Pio IX nel 1858, all'ordinazione sacerdotale del 1873 a Poitiers, in Francia. E' custodito nell'archivio romano dei Canonici Regolari Lateranensi, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Ma nessuno dei saggisti che si sono occupati di Mortara ha mai ritenuto di dover consultare questa autobiografia, scritta in terza persona dal protagonista stesso». Perché? «Perché del Mortara "vero", non quello dello strumento polemico, non è mai importato molto a nessuno. Da subito, la sua vicenda fu utilizzata. Da Cavour, che ne fece uno straordinario mezzo di propaganda contro lo Stato pontificio: senza il caso Mortara, che mise in difficoltà i cattolici francesi, Napoleone III non avrebbe potuto stringere gli accordi di Plombières e scatenare la guerra contro l'Austria. Dalle logge massoniche. E dalla comunità israelitica internazionale. Come il caso Dreyfus fu un propellente decisivo per il sionismo (e infatti Herzl se ne rallegrò), che altrimenti sarebbe rimasto una delle tante utopie ebraiche, così il caso Mortara fu alle origini della formazione dell'«Alliance Israélite Universelle», la prima organizzazione ebraica di autodifesa in una prospettiva mondiale, e poi dell'influente Board of American Israelites». Queste sue affermazioni desteranno polemiche. «Non sono io a farle. E' lo stesso responsabile della comunità ebraica romana dell'Ottocento, Sabatino Scazzocchio, a lagnarsi delle incursioni di estranei, compresi potenti rappresentanti dell'ebraismo mondiale, senza cui il caso si poteva risolvere. E' la politica, dice, non il bambino che interessa. Scazzocchio lo scrive al padre, Samuele Levi Mortara detto Momolo, in una lettera in cui loda "l'indole benigna e caritatevole di chi siede in alto". Cioè di Pio IX». Lei stesso, nella lunga introduzione che precede il memoriale, ricorda che alla metà dell'Ottocento Roma è l'unica città occidentale ad avere ancora un ghetto. «Però gli ebrei, pur liberi di farlo, non se ne vanno. E' singolare: negli anni in cui fuggono a navi intere dall'Europa orientale verso l'America, gli ebrei restano a Roma. Rifiutano di appoggiare la Repubblica mazziniana, e al ritorno di Pio IX vanno a rendergli omaggio. Quanto all'"indole benigna e caritatevole" di quel Papa diffamato, nel memoriale Mortara fa una rivelazione: Pio IX aveva deciso di crescerlo in un istituto bolognese, dove la famiglia avrebbe potuto visitarlo regolarmente; dopodiché, verso i diciassette anni, avrebbe deciso se proseguire sulla via del cristianesimo o tornare alla religione dei padri. Fu la resistenza dei suoi, sobillati da altri, a cominciare dal medico di famiglia massone, a costringere il Papa a condurre il piccolo Mortara a Roma. Dove lo accolse e lo amò sempre come un figlio». Un figlio di soli sette anni. Le pagine dove racconta l'allontanamento dalla famiglia sono tragiche: la disperazione della madre, l'ira del padre, il suo sbigottimento infantile. Alla guardia chiede: «E ora mi taglierete la testa?» . «E' vero. Fu un dramma. E' anche vero che i funzionari pontifici presero accorgimenti per rendere il distacco il meno traumatico possibile. Ma è lo stesso Mortara a raccontarci come subito dopo la separazione della famiglia fu una misteriosa quiete, anzi gioia, a impadronirsi di lui; e come le prime parole della dottrina cattolica gli parvero familiari, al punto che se ne impadronì sin da subito. Un fenomeno in cui Mortara addita un disegno provvidenziale. Quando, dopo Porta Pia, arrivarono i piemontesi, fuggì all'estero per non farsi "liberare" dal seminario in cui volontariamente era entrato». Messori, il caso Mortara è una ferita ancora aperta. Gli ebrei italiani protestarono quando Wojtyla beatificò Pio IX. E' possibile sostenere che il Pontefice non potesse comportarsi diversamente con quel bambino? «Del caso Mortara, Pio IX avrebbe fatto volentieri a meno. Gliene vennero accuse, calunnie, dolori immensi; non a caso lo definì "il figlio delle lacrime". Subì pressioni di ogni tipo; anche da James Rothschild, finanziatore di tutti i governi d'Europa, compreso quello pontificio. Ma sempre il Papa rispose: Non possumus . Perché non aveva scelta; sia per il diritto civile, sia per il diritto canonico». Che cosa c'entra il diritto civile? «I Mortara avevano violato la legge dello Stato pontificio che imponeva agli ebrei di non tenere a servizio cristiani; e questo, proprio per evitare casi analoghi». Proprio per questo? «Fin dal Medioevo i Papi proibivano con norme severissime il battesimo di figli di genitori non cattolici; a meno che il bambino non fosse in pericolo di vita. E il piccolo Edgardo Mortara lo era. Per questo il battesimo impartitogli dalla domestica fu un atto non solo valido, per un cattolico, ma legittimo. Il diritto canonico non lascia alternative: il battesimo introduce un mutamento irrevocabile, impone di dare al battezzato un'educazione cattolica. Ancora oggi, dopo il Vaticano II, il nuovo codice canonico non innova al riguardo». Sta dicendo che il caso Mortara potrebbe ripetersi ancora oggi? «In punto di fatto, un nuovo caso Mortara oggi non è concepibile; e sono il primo a rallegrarmene. In punto di diritto, nel suo minuscolo Stato il Papa non potrebbe fare nulla di diverso da quel che fece Pio IX». In ogni caso, questo riguarda i cattolici. Per gli ebrei, Mortara resta comunque un figlio sottratto alla famiglia. «Sono consapevole, lo ripeto, che il caso Mortara fu un dramma. Lo riconobbi fin da quando me ne occupai per la prima volta, anni fa. Ma sostenni pure che Dio seppe scrivere dritto su righe storte. Ora le parole stesse del protagonista, rimaste inascoltate per un secolo e mezzo, lo confermano. Quanto alla malattia nervosa che fece penare a lungo questo sacerdote, potrebbe trattarsi di un male ereditario, di cui soffrivano altri membri della sua famiglia, compreso il padre, Momolo; come rivelò il processo intentatogli dopo l'Unità per l'omicidio di un'altra domestica, in cui alla fine, in appello, fu assolto». Messori, ci sono altri passi della sua introduzione che accenderanno polemiche. Come quando racconta che l'«Alliance Israélite Universelle» promise 20 mila franchi a chi avesse organizzato un'incursione armata a Roma per liberare il bambino e lo definisce «quasi una prefigurazione degli "omicidi mirati" dell'esercito israeliano». «Queste non sono opinioni; sono fatti. E i fatti, per restare in Francia, sono têtus , testardi. Quanto a eventuali sospetti: so bene che è esistito, purtroppo, un antigiudaismo cristiano. Ma su base religiosa; non razziale. L'antisemitismo nasce dopo il darwinismo, con il positivismo ateo, ed è messo in pratica dal nazismo. Non a caso l'ebreo Mortara è accolto dal Papa come un figlio e fu sempre un beniamino della Chiesa; ma, se non fosse morto in Belgio nel 1940, alla vigilia dell'invasione tedesca, sarebbe finito nei lager, come un'altra grande ebrea convertita, santa Edith Stein».

Dietro le sbarre delle prigioni di Dio

il Manifesto, 18/02/2005, Iaia Vantaggiato

Dietro le sbarre delle prigioni di Dio

Tutti gli uomini del Libro Tra fede e appartenenza, mito, storia e poesia il destino già scritto del popolo ebraico. Incontro con Jean Daniel, fondatore e direttore de «Le nouvel observateur», in Italia per presentare il suo ultimo libro

Neanche il tempo di stringergli la mano che Jean Daniel - fondatore e direttore de Le nouvel observateur - chiede notizie di Giuliana Sgrena: «C'è qualche novità? Forse potrei fare qualcosa, anche se ho difficoltà ad esprimere opinioni obiettive: mia figlia ha passato due anni tra l'Irak e l'Afghanistan e ogni volta che si metteva in viaggio per me era un'angoscia». Ma altro è il tema dell'incontro perché di Jean Daniel, Baldini Castoldi ha appena tradotto l'ultimo saggio - titolato La prigione ebraica - che in Francia ha già acceso animi e discussioni. Lei descrive la prigione ebraica come il luogo che gli ebrei stessi si sarebbero costruiti sulla base di una indebita confusione tra mito e storia, religione e politica. In realtà, non esiste solo una prigione ebraica. Tutte le grandi religioni monoteiste si sono costruite le «proprie» prigioni, luoghi nei quali nessun uomo si sente veramente libero e dai quali è pressocché impossibile uscire. A meno che, beninteso, non si accetti di passare per traditori, rinnegati o apostati. Poi, certo, ogni prigione ha le sue sbarre e quelle degli ebrei sono diverse da quelle dei musulmani o dei cattolici. Messa così, tuttavia, la questione sembra riguardare solo i credenti. E' proprio qui la specificità dell'ebraismo che anche ai non credenti nega la libertà. Basta sostituire alla fede il senso d'appartenenza ed è fatta. Per tutti, il Libro attiene all'ambito della fede. Per tutti, ma non per gli ebrei che nel Libro leggono e ricostruiscono la propria storia, compreso il presente. Il problema è che la Bibbia non è stata scritta oggi e che - pur essendo un magnifico testo poetico - manca del rigore e del metodo propri della storia. Intende dire che è sempre alla storia biblica che si richiamano gli ebrei non credenti? Sì, e si tratta di una storia che intreccia mito e poesia. Di quali miti parla? Di quello dell'Elezione, per esempio, che costringe tutti gli eletti al ruolo di sacerdoti o testimoni. Ma non può esistere un popolo fatto solo di sacerdoti o testimoni. Non si può fondare uno stato sulla base di queste premesse. Perché? Perché - come dicono alcuni tra i maggiori pensatori ebrei da Levinas a Leibowitz - il richiamo all'Elezione è richiamo all'eccellenza: per gli ebrei non ci sono diritti ma solo doveri e l'elezione va guadagnata tutti i giorni. Come si fa a vivere così? Come si fa a comportarsi secondo le regole comuni della vita collettiva, come si fa a fondare uno Stato e - nello stesso tempo - a osservare i Dieci Comandamenti? L'Elezione è una delle sbarre della nostra prigione. Il suo libro procede per interrogazioni continue e lascia aperte le risposte. O, meglio, ne ammette di diverse. Non le sembra una modalità argomentativa specificamente ebraica? Lei sta cercando di psicoanalizzarmi. Passiamo, allora, all'altra sbarra. L'Alleanza. Cioè l'ingiunzione, l'ordine dato da Dio ad Abramo di lasciare tutto per andare verso una terra sconosciuta ma promessa. Non c'è ancora il popolo ebraico ma c'è già la costruzione del mito di Israele nella quale - peraltro - interviene la volontà divina. Quando Theodor Herzl - peraltro ateo - comincia a concepire la creazione di uno stato ebraico, non pensa alla Palestina, cerca solo un paese. Ma quando i sionisti arrivano in Giudea e in Samaria tutti dicono: non è un caso. Anche i non credenti. E' il mito delle origini. Lei parla spesso di teologia ebraica ma è difficile trovare nella Torà un passo in cui si disquisisca dell'essenza di Dio. Piuttosto prevale il dialogo, quello stesso in cui si cimenta Giobbe da lei spesso citato. Sono assolutamente d'accordo. Il dialogo è essenziale, nella leggenda e nella storia. Quanto a Giobbe, mi è simpatico mentre non mi soddisfa la risposta di Dio. Che perlatro riesce solo ad esprimere un desiderio estremo di essere amato. Forse si sente solo. Si, però dispone di tutto il potere necessario a riempire la sua solitudine. Sharon sembra essere riusciuto laddove Rabin aveva fallito. Crede a quella stretta di mano con Abu Mazen? Sharon è stato l'ideatore e il fondatore delle colonie che ritengo essere la fonte più tragica del conflitto israelo-palestinese. Proprio per questo il suo cambio di rotta mi rallegra e penso che ci siano buoni motivi per non essere troppo pessimisti. Quanto a Rabin - se non l'avese ucciso un fanatico ebreo - avrebbe potuto realizzare il progetto di pace. Nessuno ha mai goduto più di lui di prestigio nel mondo arabo. E quando è morto ho visto gli arabi piangere. Cosa vuol dire per lei essere ebreo? Avere solidarietà accorta verso tutti i perseguitati. E, quando gli ebrei soffrono più degli altri, avere nei loro confronti un'attenzione più accorta.

Totò, il governo e le forbici della censura. Sesso e politica gli argomenti tabù.

Corriere della Sera, 28/01/2005, RANIERI POLESE

Totò, il governo e le forbici della censura. Sesso e politica gli argomenti tabù.
È in uscita un libro-documento sulla campagna di sospetti e persecuzioni che colpì l’attore dagli anni ’50

Ercole Pappalardo, impiegato statale con famiglia numerosa, rischia il licenziamento: l’odioso superiore ha scoperto che non ha la licenza elementare. Se non passa l'esame perderà il posto. Così, eccolo presentarsi alla commissione. Gli domandano di nominare un pachiderma, lui resta muto. Il presidente compassionevole gli mima una proboscide, Pappalardo s’illumina e risponde: «De Gasperi!» pensando al gran naso del presidente del Consiglio. Italia 1952: la gag contenuta nella sceneggiatura del film Totò e i re di Roma , scritta da Mario Monicelli e Steno che firmano anche la regia, non arriverà mai sullo schermo. Gli spettatori udranno invece, come risposta, «Bartali!». Non fu quello il solo intervento riservato dalla censura al film, che a più di un anno dall’inizio delle riprese uscirà fortemente mutilato e cambiato. Il punto più scabroso per i censori era il suicidio dell’impiegato che spera, dall’Aldilà, di mandare i numeri del lotto alla moglie. Produttori e registi dovranno accettare di far passare la storia per un sogno; il Paradiso, poi, diviene l’Olimpo e il dialogo fra il defunto Pappalardo e l'Onnipotente («chi più truffa più è rispettato, chi più mena più ha ragione, e gli imbroglioni i mascalzoni i delinquenti i farabutti sono quelli che comandano») viene cassato per intervento dello stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti. Un anno dopo il già tartassato Guardie e ladri (Steno e Monicelli: l’immagine di Fabrizi, agente di Ps che fraternizza con un ladruncolo sembra inaccettabile) comincia nei confronti di Totò una campagna di sospetti e di persecuzioni. Che si appunteranno su due temi: il sesso e la politica (che comprende non solo le battute su onorevoli e ministri, ma anche la rappresentazione comica o troppo umana delle forze dell’ordine, dei magistrati ecc.). «In realtà - dice Alberto Anile, autore di Totò proibito che esce in questi giorni da Lindau - l’offesa al comune senso del pudore serve spesso da paravento per più decisi interventi su temi propriamente politici. Un esempio: di Sua eccellenza si fermò a mangiare , un tardo film di Mattoli, 1961, che già si doveva chiamare E il ministro si fermò a mangiare , viene molto tagliata la visita che Totò, finto medico del Duce, fa alla contadinotta opulenta. Ma intanto scompaiono tutte le battute sui ministri ladri («Se è ministro, per forza!»)». Così, ne I tre ladri (1954) si taglia Simone Simon discinta sul letto, ma parte anche la scena finale di giudici e poliziotti che si tuffano a raccogliere i soldi lanciati dal ladro impunito. Di Totò all’inferno , 1955, si alleggerisce la scena della seduzione di Fulvia Franco ma cade anche la battuta del diavolo: «E’ un onorevole, dallo in pasto agli elettori». E nello stesso anno Siamo uomini o caporali viene sforbiciato sia nelle immagini di «signore nude, indossatrici semisvestite» ma anche di frasi come: «questi ministri (...) sono brutti, brutte espressioni, brutti visi»; o anche: «si stava meglio quando si stava peggio». Contenuta già nella legge del 1923, la censura è assunta dall’Italia repubblicana senza grosse modifiche rispetto a quel testo. Ma in più entra in uso la prassi, per i produttori, di consegnare le sceneggiature già prima dell’inizio delle riprese. Questo dovrebbe consentire ai funzionari di indicare subito eventuali cambiamenti, ed evitare la bocciatura a film ultimato. Il cinema e lo spettacolo, in assenza di un ministero, fanno capo alla presidenza del Consiglio e, per delega, al sottosegretario. Giulio Andreotti riveste questo ruolo nei governi De Gasperi dal 1947 al ’53. Lavora alla rinascita della cinematografia nazionale («dobbiamo incoraggiare una produzione sana, moralissima e nello stesso tempo attraente»), anche se il suo nome resterà legato ai «panni sporchi» che il neorealismo, e De Sica in particolare, avevano secondo lui il torto di esporre in pubblico. I primi guai, Totò e i suoi film li passano sotto Andreotti; di certo, per i censori il comico surreale e burattino che si cala nei problemi sociali della ricostruzione non va bene. Totò non è, non è mai stato di sinistra; però - si ragiona così nelle commissioni censura - certi registi (Monicelli) e certe tematiche populiste possono trasformarlo in una pericolosa arma di critica al governo. Così, quando dopo varie traversie i film ottengono il nulla osta, sono spesso bollati con il divieto ai minori di 16 anni (e contemporaneamente dal giudizio «Escluso» del Centro Cattolico Cinematografico). Il culmine dell’accanimento si registra nel ’54, per Totò e Carolin a di Mario Monicelli. La strana coppia formata dal poliziotto buono e dalla ragazza incinta scappata di casa eccita i più efferati interventi che, dopo un anno e mezzo di battaglie, audizioni, polemiche, arriverà nelle sale con oltre venti minuti in meno e un’infinità di cambiamenti nelle parti parlate. Di questo film, il caso monstre dei nostri anni ’50, si era occupato Tatti Sanguineti che nel 1999 presentò a Venezia i risultati delle sue ricerche. «Faceva parte del progetto "Italia Taglia" nato due anni prima» spiega Sanguineti. «Una esplorazione sulla censura in Italia, una ricostruzione della storia proibita del cinema italiano. Che oggi, dopo una interruzione, può riprendere grazie a un nuovo finanziamento ministeriale». Il ’54 però vede un cambiamento di ruoli. Quell’anno al posto di Andreotti subentra Oscar Luigi Scalfaro, certo meno addentro alle cose del cinema. E che forse, insinua Alberto Anile, aveva ancora il dente avvelenato con Totò. Tutto per via della lettera all’ Avanti che il comico mandò dopo l’episodio (1950) della signora Toussan, apostrofata dall’onorevole Dc come "donna disonesta" perché in un locale pubblico esponeva spalle e braccia scoperte. Sfidato a duello dal padre e dal marito della donna, Scalfaro si rifiutò in nome del «sentimento cristiano». E il principe Antonio Focas Comneno De Curtis, in quella lettera, gli impartì una lezione di cavalleria. Dal ’54 al ’62, anno della nuova legge sul cinema (che introduce due divieti, ai minori di 14 e di 18 anni, e apre le commissioni di censura ai rappresentanti delle categorie dello spettacolo), i guai di Totò si moltiplicano. Si creano problemi per I soliti ignoti (titolo originario, bocciato, Le madame ) , per I due marescialli , per Chi si ferma è perduto . Prevedibili difficoltà incontra Arrangiatevi! girato in una ex casa chiusa. Ma l’episodio più bizzarro tocca a Totò Peppino e la dolce vita (1961) che sconta, insieme, gli ultimi rigori della vecchia legge e le vendette dei censori che nulla avevano potuto fare contro il film di Fellini. Cadono fotogrammi di feste, si cancellano battute sui ministri che deviano l’autostrada per contentare i propri elettori, si cassano allusioni alle «polverine», i giochi di parole con i Proci. Insomma, un’ecatombe. Totò, ormai quasi cieco del tutto, assillato dalle tasse, si appresta a girare le cose più alte della sua carriera: con Pasolini fa Uccellacci uccellini e i due episodi, Il mondo visto dalla luna e Cosa sono le nuvole . Potrebbe accomiatarsi sereno, se non fosse per l’ultimo spregio che viene dalla Rai-Tv che, nel fargli confezionare gli episodi di un TuttoTotò (1967), torna a vessarlo con assurdi tagli e rigidissime censure. E pensare che lui sulla televisione aveva sempre avuto dei sospetti, almeno da quando, 1958, durante una puntata del Musichiere , gli era scappato un «Viva Lauro!» che gli costò un lungo ostracismo. Conservatore, aristocratico, monarchico e qualunquista si era trovato a far la parte del sovversivo per troppi anni. Oramai, era veramente tempo di chiudere.