mercoledì 30 novembre 2011

Il Dalmatico: Resti di un'antica lingua romanza parlata da Veglia a Ragusa e sua collocazione nella Romània appennino-balcanica

Il Dalmatico: Resti di un'antica lingua romanza parlata da Veglia a Ragusa e sua collocazione nella Romània appennino-balcanica

Matteo Giulio Bartoli

New edition of the original German version published in 1906.

A cura di Aldo Duro

Resti di un'antica lingua romanza parlata da Veglia a Ragusa e sua collocazione nella Romània appennino-balcanica.

Per dalmatico non si intende, come qualcuno potrebbe forse pensare in un primo momento, una varietà del dialetto veneto parlato sulla costa dalmata e nelle isole litoranee nei secoli che vanno dal XV al XX, da quando cioè i rapporti commerciali e marittimi, ma anche politici, militari e soprattutto culturali con Venezia si fanno sempre più stretti, fino al termine della prima, e soprattutto della seconda guerra mondiale, quando la mutata situazione politica e il pressoché totale esodo della popolazione italiana ivi residente troncano o modificano tali rapporti (che al contrario si rinnovano e si fanno più stretti per coloro che come sede dell'esilio hanno scelto proprio il territorio veneto, largamente inteso).
Nella classificazione delle lingue romanze, si è dato invece il nome di dalmatico alla lingua neolatina formatasi nell'età medievale, attraverso progressive trasformazionil latino penetrato in Dalmazia con le legioni romane prima ancora che all'evo antico facesse seguito l'era cristiana.
Altra denominazione con cui è stato anche indicato dagli studiosi il dalmatico è quella di veglioto (o, toscanamente, vegliotto), in quanto nell'isola quarnerina di Veglia questo idioma si è conservato quasi miracolosamente più a lungo che altrove, tramandato e compreso, anche se non sporadicamente parlato, fin verso la fine del secolo XIX, quando, nel giugno 1898, si spegne con la morte dell'ultimo dei parlanti, Antonio Udina, che fu anche il più ascoltato tra gli informatori che Matteo Giulio Bartoli ebbe modo di interrogare a più riprese nel tempo in cui preparava la sua tesi di laurea proprio sul dialetto veglioto che, scritta in italiano, fu da lui sostenuta nel luglio 1898 all'Università di Vienna con il grande glottologo Meyer-Lübke (avendo come correlatore lo spalatino Adolfo Mussafia).

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