martedì 4 gennaio 2011

Vino, simposio e poeti. Così nacque l’alfabeto

La Repubblica 4.1.11
Un saggio di Maria Luisa Catoni sugli effetti sociali del bere nel mondo antico
Vino, simposio e poeti. Così nacque l’alfabeto
di Laura Lilli

Nella pratica conviviale si sperimentavano forme di inclusione e di esclusione. Si mettevano a punto parole e immagini. E in questo ambito fu inventato il sistema dei segni

«Scrivere questo libro è stato come entrare in un laboratorio del pregiudizio, farlo a pezzi, smontarne gli elementi. Ogni volta, è venuto fuori che il pregiudizio nasce dalla paura: così si fanno mille acrobazie per definire se stessi in primo luogo e poi l´altro, o gli altri, come diversi da sé. Oggi in Occidente la paura dell´altro è al culmine, e la ricerca di una pretesa propria identità è ossessiva». Maria Luisa Catoni è una storica di arte antica e archeologia, e insegna al prestigioso Institute for Advanced Studies di Lucca, dove si entra con selezioni severissime. Lei si occupa della sezione Beni culturali, «cercando», dice, «di rispondere alla domanda: cosa serve veramente?».
Il libro in questione è Bere vino puro. Immagini dal simposio (Feltrinelli, pagg. 505, 39 euro), saggio documentatissimo e originale su come bevevano i nostri pretesi progenitori del mondo classico (che il vino puro lo bevevano di rado, e invece lo diluivano con due parti di acqua). Un libro capace di viaggiare nel tempo, arrivando dal simposio ateniese alla geniale invenzione greca dell´alfabeto, e ancora più indietro, alla questione omerica. E, per contro, di venire in avanti verso i nostri tempi leggendo come funziona la paura dell´altro quando tutti si mescolano con tutti gli altri. Non solo: ma le parole si sono svincolate dalle cose, e di simposi (chiamiamoli anche convegni) se ne fanno tanti, ma molti sono solo vaniloquio. Un saggio, infine, fitto di illustrazioni che sono un inno alla sfrenata fantasia greca: "crateri" gremiti di satiri che afferrano altri satiri o baccanti, di cavalieri, di coppieri, di suonatori di cetra o di flauto, di atleti e lottatori, di miti illustrati – come quello di Atena che sbuca dalla testa di Zeus.
Professoressa Catoni, perché il bere insieme è importante nell´antichità classica, e cosa c´entra col pregiudizio e la ricerca di identità propria e altrui?
«Perché è fatto di inclusi ed esclusi. Gli uomini che partecipavano al simposio greco si definivano arbitrariamente "i migliori", ed erano ovviamente "gli inclusi". Parlavano di politica, di eros, di filosofia, e avevano un forte pregiudizio contro chi doveva lavorare per vivere e contro gli stranieri. Senonché, gli oggetti che tenevano in mano – crateri o strumenti musicali, o la coppa per bere – erano fatti da artigiani, uomini considerati dappoco: esclusi. Spesso erano immigrati. Sul simposio noi abbiamo due fonti principali: i canti (cioè le parole) e le immagini. I canti sono fatti dagli inclusi, le immagini dagli esclusi, che a volte però lasciano sul manufatto qualche piccola traccia di sé: una sigla, o una piccola immagine, quasi un ideogramma».
È così che si è giunti a inventare l´alfabeto?
«Forse, almeno in parte. Certo è che questa invenzione – una delle più geniali, un alfabeto di ventidue segni, che inserisce le vocali, grande novità rispetto alla scrittura fenicia sillabica – implica assolutamente una mescolanza. Non a caso dovette avvenire fra l´ottavo e il settimo secolo, quando i traffici fra Greci e levantini erano molto intensi nelle due direzioni, e non si stava tanto lì a chiedersi chi era chi».
Ma perché ci si arrivò?
«Ci sono due risposte, ma nessuna delle due è provata fino in fondo. La prima è commerciale. Data l´enorme quantità di merci trasportate nei vasi, occorreva indicare quantità, proprietà e così via. La seconda è che era diventato necessario annotare la poesia, e non lasciarla solo alla voce degli aedi. Se fosse vero, questo ci condurrebbe al cuore della questione omerica. A testimoniarlo, ci sarebbe la coppa di Nestore, trovata ad Ischia, su cui sono annotati dei versi».
Tornando alla contraddizione inclusi/esclusi, capita anche che gli esclusi siano ammessi al banchetto come mendicanti, no? Penso a Ulisse che, vestito poveramente, va a mendicare a Itaca, al banchetto dei Proci.
«Ottimo esempio di meccanismo inclusione / esclusione, addirittura al quadrato. Infatti a prendersela con Ulisse, finto – ma soprattutto nuovo – mendicante, non sono solo i Proci, che si sono inclusi da sé (non dovrebbero), ma è il mendicante abituale, Imo, timoroso che il nuovo arrivato gli porti via cibo e vino».
I romani bevevano in modo diverso dai greci?
«Sì. Il banchetto romano era gerarchico (i triclini disposti attorno alla mensa centrale in ordine di importanza) ed esibiva il rango del padrone di casa. Il quale non operava esclusioni, anzi invitava degli ospiti di serie b, detti umbrae (ombre), che non avevano il diritto di parlare. Potevano solo mangiare e bere (cibi e vini meno buoni) e stavano a significare la magnificenza dell´ospite. Che, più in alto stava nella scala sociale, più clientes aveva».

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