martedì 22 aprile 2008

«Le parole e le cose»: Foucault diventa una collana

Corriere della Sera 22.4.08
Editoria. Un'iniziativa della Sellerio, curata da Gianni Puglisi, indaga i nuovi saperi
«Le parole e le cose»: Foucault diventa una collana
di Pierluigi Panza

Dalla più teoretica tra le opera del filosofo francese Michel Foucault, Le parole e le cose (un'analisi epistemologica del sapere nell'età classica che mostra il dominio del linguaggio sull'individuo) prende nome e spunto una collana di saggi della casa editrice Sellerio, curata da Gianni Puglisi, rettore dello Iulm.
La collana, viene presentata oggi a Milano (ore 18, libreria Feltrinelli di piazza del Duomo, con Daniel-Henri Pageaux dell'Università Paris III e Luca Maria Scarantino dell'Ecole des Hautes Etudes di Parigi) nell'occasione di due nuove uscite:
Il grado zero dell'immagine. Rispecchiamenti dell'io nell'Altro di Puglisi e Paolo Proietti (pagine 68, e 12) e Specchi del Letterario: l'imagologia di Proietti (pp. 168, e 14).
La collana si prefigge di tratteggiare statuti disciplinari di materie tradizionali e di nuove «scienze umane» che vanno definendosi, come la «narratologia», la «imagologia» o la «tematologia» in un quadro di sapere interdisciplinare che va dagli studi sociologici a quelli della comunicazione.
Tra tutti questi argomenti accenniamo a due aspetti. Nel libro di Puglisi-Proietti emerge l'idea di conoscenza come performance, ovvero oggi ogni sapere è — come già in Richard Rorty ( Le conseguenze del pragmatismo) — costruzione di un modello che resiste al tempo in ragione della sua efficacia. In un altro testo della collana, Addio all'estetica di Jean-Marie Schaeffer (pp. 84, e 12) si mette sotto accusa il pan-estetismo, ovvero l'estendere all'infinito il campo d'indagine di questa disciplina fondata a metà Settecento da Baumgarten, transitata da un piano gnoseologico inferiore e di indagine artistica a quella di una soggettivazione di ogni fenomeno mondano.

domenica 20 aprile 2008

I misteri di Shakespeare. Thriller, biografie, saggi: così il Bardo è tornato a far parlare di sé

Corriere della Sera 20.4.08
Personaggi Bill Bryson ricostruisce le (poche) certezze e demolisce le (molte) leggende: il viaggio in Italia, la fede cattolica, la mano di Marlowe
I misteri di Shakespeare. Thriller, biografie, saggi: così il Bardo è tornato a far parlare di sé
di Ranieri Polese

Un thriller (W di Jennifer Lee Carrell), la biografia ipotetica di Anne Hathaway ( Shakespeare's Wife di Germaine Greer), la ricostruzione romanzesca di un episodio minore della vita del drammaturgo ( The Lodger di Charles Nicholl): sono i casi più recenti di quell'industria di congetture legata al nome e ai misteri del Bardo di Stratford upon Avon. Il primo indaga su un'opera teatrale perduta, il Cardenio, ispirato al Chisciotte di Cervantes; il secondo immagina tutto quello che non sappiamo della donna che sposò Shakespeare nel 1582, gli dette tre figli, restò vedova nel 1616 (ottenendo nel testamento solo «the second best bed», nemmeno il letto matrimoniale!) e morì nel 1623; il terzo estrapola i possibili retroscena del fatto che Shakespeare, nel 1604, vivesse in affitto in una casa della City, proprietà di Christopher Mountjoy, un ugonotto francese stimato fabbricante di cappelli per signora. La sua presenza in quella casa è attestata dagli atti di un processo del 1612, quando il drammaturgo fu chiamato a testimoniare nella causa intentata dal genero di Mountjoy contro il suocero che non gli aveva corrisposto la dote promessa.
Con una vita densa di opere (38 drammi, 154 sonetti, due lunghi poemi e due altri componimenti in versi) e poverissima di fatti documentati, Shakespeare (1564-1616) non ha mai cessato di ispirare ogni genere di supposizioni. Su di lui, peraltro, ogni anno escono mediamente quattromila studi: è un soggetto inesauribile per ogni genere di indagine. Anche quelle più bizzarre, come «Mal d'orecchi e omicidio nell'Amleto» o «Shakespeare e la nazione del Quebec». Ma cosa possiamo dire di sapere veramente su di lui? A questa esigenza di semplificazione e di ripulitura risponde il lavoro di Bill Bryson, lo scrittore americano autore di brillanti libri di viaggio (Notizie da un'isoletta, America perduta)
e di una divertente miscellanea su tutto quello che non sappiamo della scienza ( Breve storia di — quasi — tutto). Pubblicato nella collana di Atlas Books (HarperCollins) dedicata alle biografie, Shakespeare: The World as a Stage, esce a fine mese in traduzione italiana da Guanda, con il titolo Il mondo è un teatro. La vita e l'opera di William Shakespeare (traduzione Stefano Bortolussi, pp. 246, e 15).
Troppe congetture
Secondo un esperto citato da Bryson «ogni biografia di Shakespeare è formata al 5 per cento di fatti e al 95 per cento di congetture». In caccia di fatti, molti studiosi, pertanto, si dedicano alle ricerche di archivio, nella speranza di trovare il nome del poeta in qualche carta. Lo spoglio sistematico dei documenti d'archivio era cominciato ufficialmente agli inizi del '900, quando una coppia di americani (Charles e Hulda Wallace) passò lunghi periodi in Inghilterra esaminando milioni di documenti dell'epoca. A loro si deve la scoperta della testimonianza resa da Shakespeare nel processo contro Mountjoy (1612, con firma dello stesso poeta). Deluso per i mancati riconoscimenti, Charles Wallace se ne tornò in America, dove fece fortuna come proprietario di pozzi di petrolio. Da allora la ricerca prosegue; potrebbe ancora dare dei frutti anche se, nota Bryson, da queste indagini escono solo atti legali e certificati di proprietà. Sulla personalità del poeta, i suoi affetti, i suoi interessi culturali gli archivi tacciono.
Le critiche e il sarcasmo di Bryson, però, si appuntano soprattutto sui fabbricanti di congetture, che nei loro lavori passano con grande disinvoltura dalle ipotesi alla certezza assoluta. Per esempio, nel caso dei cosiddetti Lost Years, gli anni perduti (1585-1592), il periodo in cui Shakespeare lascia moglie e tre figli a Stratford per trasferirsi a Londra e cominciare a lavorare in teatro e di cui non sappiamo niente. Partendo dal fatto che Shakespeare produce diversi drammi di ambiente italiano, molti studiosi hanno sostenuto che in quegli anni il giovane William visitò l'Italia. Illazione non proprio lecita, dice Bryson, oltretutto perché i drammi italiani di Shakespeare offrono solo informazioni confuse, inverosimili (per esempio, nella Tempesta e nei Due gentiluomini di Verona, per raggiungere rispettivamente Milano e Verona si va per mare) che tutto provano fuori che una conoscenza diretta del Paese. Più complessa l'altra ipotesi secondo la quale Shakespeare in quegli anni avrebbe prestato servizio come tutore presso una famiglia di nobili cattolici del Nord dell'Inghilterra. Quella di uno Shakespeare segretamente cattolico è una teoria che ha affascinato molti, ma le prove addotte sono poco consistenti. Si dice, per esempio, che fra gli insegnanti della Grammar School presumibilmente frequentata dal giovane William (ma i registri sono perduti) c'era il fratello di un missionario cattolico scoperto e messo a morte nel 1582. Poi si aggiunge la notizia del ritrovamento verso la fine del '700, durante dei lavori nella casa di Shakespeare, del «testamento spirituale» del padre di William, John, che si dichiarava cattolico. Peccato, scrive Bryson, che quel testamento fu perduto poco dopo, e che quindi non si possa valutare la sua autenticità. Peggio di tutti, comunque, sempre secondo Bryson, si comportano quegli studiosi che passano dall'esame dei testi (frequenza di certe parole, uso di determinate espressioni, ecc.) per arrivare a conclusioni assolutamente ingiustificabili. Fra gli altri, quelli che da due sonetti (37 e 89) deducono che Shakespeare zoppicava; o quelli che si immaginano uno Shakespeare marinaio (addirittura insieme a Sir Francis Drake) vista la frequenza di termini marini.
William chi?
La controversia sulla vera identità di Shakespeare (una sorta di Questione omerica per il più grande poeta dell'età moderna) nasce relativamente tardi. Nel 1857, quando un'americana, Delia Bacon, pubblica The Philosophy of the Plays of Shakespeare Unfolded (La filosofia delle opere di S. rivelata). Lì si sostiene che a scrivere i drammi del Bardo fu il filosofo Francis Bacon. La Bacon basava la sua argomentazione sul fatto che le opere di Shakespeare mostrano conoscenze fuori dal comune per un provinciale venuto a Londra per fare l'attore; ma aggiungeva di essere arrivata alla verità grazie alle sue particolari doti intuitive. (Tornata in America nel 1859, la poverina finì i suoi giorni in un manicomio). Il partito dei «baconiani» riscosse subito grande successo, fra l'altro ottenne l'adesione di Henry James e Mark Twain.
Comune a tutti i cosiddetti «antistratfordiani», quelli cioè che non riconoscono la paternità dei drammi all'uomo di Stratford, c'è il pregiudizio di uno Shakespeare troppo rozzo e senza cultura per poter scrivere le opere che vanno sotto il suo nome. Così, nel 1918 si volle «dimostrare» che l'autore vero di drammi, poemi e sonetti era Edward de Vere, conte di Oxford, colto e raffinato uomo di mondo, protettore di una compagnia teatrale e ammirato dalla regina Elisabetta. Peccato — nota Bryson — che Oxford muore nel 1604, quando ancora dovevano nascere molti capolavori shakespeariani. Un altro candidato, inevitabile, è Christopher Marlowe: molti sostengono che non morì nella rissa alla taverna di Deptford nel 1593, ma sotto copertura continuò a scrivere. Anche una donna appare nella lista dei pretendenti, Mary Sidney, sorella del poeta Philip Sidney. Infine — ed è la tesi ripresa dal thriller W di Jennifer Lee Carrell — c'è anche l'idea che dietro il nome di Shakespeare si celassero molti personaggi, fra cui lo stesso Philip Sidney e Walter Raleigh. Ma che valore hanno tutte queste supposizioni? Per Bryson nessuno, sono solo fantasie romanzesche più vicine alle teorie dei complotti che non a seri studi. Ai cultori di questa mania moderna (curiosamente, per circa 200 anni, nessuno mise mai in dubbio l'identità del poeta), ossessionati dal fatto che di un genio così grande si conosca così poco, Bryson ricorda che dei poeti e drammaturghi contemporanei di Shakespeare si conosce molto meno. E ci sono rimaste molte meno opere.

martedì 15 aprile 2008

La civiltà dei barbari

La Repubblica 15.4.08
Un saggio dello storico Modzelewski
La civiltà dei barbari
di Adriano Prosperi

Un´indagine sui rapporti tra le culture europee nel passaggio dal paganesimo , mai del tutto veramente estinto, all´affermarsi del cristianesimo
È molto fragile il mito di un popolo tedesco fatto per la guerra diffuso dai nazisti
Il dominio dei Longobardi in Italia fu costruito come una monarchia

Barbaro: una parola greca, nata per fare il verso col suo balbettìo inarticolato (bar-bar) a quelli di cui non si capiva la lingua. Al riso dei greci seguì il severo spirito ordinatore e la volontà di conquista dei romani: la parola servì per distinguere la civiltà come patrimonio dei «cives romani» da chi ancora non la possedeva. Certo, poteva già allora accendersi il gioco di specchi che ha reso celebre l´osservazione di Michel de Montaigne davanti ai selvaggi americani: ognuno definisce barbari gli usi diversi dai propri. Quando Ovidio fu esiliato a Soci tra le popolazioni del Mar Nero si rese conto che i ruoli potevano rovesciarsi e che il più raffinato cittadino romano poteva diventare il barbaro di chi non capiva la sua lingua. Col crollo dell´impero romano la storia dei barbari è diventata la storia d´Europa. Ma chi erano coloro che travolsero i confini romani e dilagarono in occidente? Su di loro gli storici dell´800 proiettarono i confini degli stati nazionali: la divisione tra popoli germanici, baltici e slavi apparve allora obbligatoria. Oggi una importante opera dello storico polacco Karol Modzelewski affronta l´impegnativo compito di ridefinire la carta dell´Europa alto-medievale in una fase in cui non c´è solo da cancellare gli anacronismi del nazionalismo (L´Europa dei barbari. Le culture tribali di fronte alla cultura romano-cristiana, Bollati Boringhieri, pagg.481, euro 40). La discussione sulle radici culturali cristiane dell´Europa che si è accesa intorno al preambolo della costituzione europea impone a chi affronta il tema da storico un compito imponente: quello di fare un bilancio storico - non politico, non religioso - del rapporto tra culture pagane e cristianità romana. Karol Modzelewski non si è sottratto all´impegno. Il suo libro affronta la questione dei rapporti tra le culture europee su di un arco temporale che va dalle invasioni barbariche alle radici sopravviventi di un mondo pagano che «non morì completamente». E´ proprio con questa citazione oraziana che il libro si conclude.
Che cosa non è morto? Per esempio il fondamento religioso germanico della regola dell´unanimità del verdetto dei giurati, oggi indiscusso pilastro del sistema giudiziario statunitense: oppure l´archetipo del legame di sangue tra i membri della tribù che è rimasto nella definizione della guerra civile come «lotta fratricida». Certo, gli antichi dèi furono sconfitti: lo riconobbero gli abitanti di Stettino quando, davanti al ludibrio che i missionari cristiani facevano dei loro idoli, si sentirono non più protetti e si rassegnarono al battesimo con parole non diverse da quelle che secoli dopo furono pronunziate in America dagli aztechi sconfitti da Cortès. Quel mondo pagano crollò come l´albero altissimo che impediva al cielo di cadere sulla testa degli uomini (chi non ricorda Asterix?). I Sassoni adoravano un grande tronco di albero, che chiamavano «colonna universale»: così racconta Rudolf di Fulda. I missionari cristiani tagliarono l´albero, fecero trascinare via gli idoli, frantumarono i recinti sacri delle assemblee. Si ripeteva il trauma della fine del paganesimo antico simboleggiata dalla morte del dio Pan. Ma la morte delle culture non è come quella degli esseri umani: di quella barbarica sopravvissero forme nascoste e profonde, che il volume di Modzelewski decifra seguendo percorsi inconsueti e ricostruendo processi storici complessi su di uno scenario di grande ampiezza spaziale e cronologica e dominando una straordinaria ricchezza di fonti. Lo storico ha dovuto lavorare in condizioni di speciale difficoltà, che è facile immaginare se si pensa che ha avuto a disposizione tracce incerte, nell´assenza spesso quasi completa di documenti scritti, e dovendo per di più fare i conti con rappresentazioni tenaci quanto infondate. Facciamo un solo esempio per intenderci.
Il mito di un popolo tedesco fatto per la guerra e per l´obbedienza ha ricevuto diritto di presenza nel passato quando storici filonazisti elaborarono la costruzione di un ipotetico gruppo sociale - i cosiddetti «liberi del re» soggetti solo al sovrano e dediti esclusivamente alla guerra - che sarebbe stato tipico dei popoli germanici.
Quella costruzione aveva basi fragilissime e oggi appare a pezzi, nota Karol Modzelewski. Ma questo non le ha impedito di resistere a lungo. Prova - se ce ne fosse bisogno - della verità dell´osservazione che su di un piano generale Modzelewski propone al lettore: «Ogni riflessione sul passato si accompagna a un certo modo di valutare e di comprendere il mondo contemporaneo». Alle realtà politiche del mondo contemporaneo Karol Modzelewski ha partecipato personalmente militando nell´opposizione da sinistra al regime filosovietico in Polonia dove è stato tra i fondatori del sindacato Solidarnosc. Ma, a differenza di altri intellettuali polacchi, per lui l´impegno politico non è diventato una professione: ha continuato a fare il mestiere di insegnante e di storico conservando di quella esperienza di impegno politico una vigile attenzione al rapporto tra presente e passato. Oggi, con questo robusto e affascinante volume, offre il suo contributo per rispondere alla domanda se ci siano e quali siano le basi comuni della cultura europea derivate dalla tradizione dei barbari. Questa Europa barbarica venne integrata nell´ambito della cultura dominata dalla Roma pagana e poi cristiana durante una vicenda lunga tredici secoli, dalla guerra gallica di Cesare fino alle campagne dei cavalieri teutonici. Si svolse allora il confronto e il conflitto tra le culture tribali germaniche, slave e baltiche e la cultura romano-cristiana. Questo è il tema del libro. I confini abbracciati dalla ricerca di Modzelewski comprendono territori e popoli oggi divisi da identità nazionali fortemente consapevoli delle proprie diversità e spesso reciprocamente risentite. Per ricostruirne i tratti culturali comuni c´è voluto un esercizio straordinario di microanalisi associata a una capacità di mettere in relazione testimonianze di natura diversa e di epoche lontane fra di loro.
Facciamo anche qui un solo esempio: nel 1030 un missionario cristiano di nome Volfred giunto dall´Inghilterra in Svezia fu messo a morte per aver fatto a pezzi l´idolo del dio Thor. Il suo corpo dilaniato fu gettato nella palude. Così racconta Adamo di Brema. Ora, che il rito dell´esecuzione capitale germanico prevedesse l´affogamento di certi tipi di condannati nel fango delle paludi era stato scritto nella Germania di Tacito, un´opera che riemerse nella cultura dotta solo nel 1455 da un unico manoscritto trovato in monastero tedesco. Forse Adamo di Brema aveva letto l´opera di Tacito o quella di un altro autore che aveva utilizzato Tacito? Questo poteva accadere; in altri casi accadde. La grande affidabilità e acutezza dell´inchiesta antropologica di Tacito trova continue conferme nello studio di Modzelewski che in molti punti si può quasi considerare un omaggio al grande storico romano. Ma nel caso di Adamo di Brema le analogie fra i due testi non si spiegano ricorrendo alla trasmissione di un motivo letterario. Qui Modzelewski apre un ampio spiraglio sulla realtà medievale delle sopravvivenze pagane tra i popoli barbari e ne mostra gli scontri e gli accomodamenti col cristianesimo e con la cultura latina: intanto le leggi consuetudinarie di popoli «barbari» - i Burgundi (inizi del VI secolo), i Frisoni (norma codificata nell´803) - attestano la pena capitale dell´affogamento nel fango. La pena aveva un carattere religioso, di espiazione per offese agli dèi. E che venisse praticata lo dimostra una prova materiale: in Danimarca, Olanda, Irlanda gli scavi archeologici e le estrazioni della torba hanno portato al rinvenimento di alcune centinaia di «cadaveri di palude» alcuni dei quali con gli occhi bendati e con segni di torture (i terreni paludosi hanno notoriamente la caratteristica di conservare perfettamente i resti organici).
Questo è solo un piccolo esempio dell´interesse di questa storia: dall´indagine di Karol Modzelewski vengono illuminate pratiche divinatorie pagane solo superficialmente cristianizzate, come quella in uso per scoprire il colpevole in un processo penale. Sono particolarmente interessanti le sue osservazioni sui caratteri sacrali dell´assemblea pubblica (fu necessario un ordine specifico di Carlo Magno per imporre l´obbligo del culto festivo al Dio cristiano a danno di quelle assemblee). Si tenga conto di quanto il terreno di riti e miti dell´antichità germanica sia stato reso un campo minato dalla propaganda nazista e dagli storici tedeschi del III Reich: per reazione gli studiosi hanno poi ecceduto nel metterne in ombra gli aspetti sacrali e le convinzioni religiose soggiacenti. L´analisi di Modzelewski invece è un restauro paziente e accurato di un mondo che ha lasciato tracce nelle leggi, nelle consuetudini e nel linguaggio in un´area che abbraccia popoli germanici, slavi, ugrofinnici e si estende dalla Svezia all´Irlanda, alla Lettonia e a tanti altri paesi. Anche all´Italia: anzi, specialmente all´Italia perché il dominio del Longobardi su parte della penisola fu costruito come una monarchia di conquistatori, senza il concorso delle élite romane che furono invece determinanti nella storia della vicina Gallia. Perciò le leggi longobarde hanno uno speciale valore di prova in questa inchiesta sulle categorie delle culture barbariche. Si pensi allo speciale diritto del re sulle donne del popolo longobardo, che si spiega solo sulla base di una concezione privatistica del sovrano come un grande parente di ogni famiglia.
«C´è voluto un secolo o più di duro lavoro - ha scritto Zygmunt Bauman - ... per convincere i prussiani, i bavaresi, i renani, i turingi o i sassoni... che sono tutti parenti stretti e discendenti dello stesso ceppo germanico» (Le vespe di Panama, Laterza, p.12). Senza ricorrere alla forza militare, con l´intelligenza e lo sguardo dello storico Karol Modzelewski ha raggiunto un risultato di gran lunga maggiore: dimostrare l´appartenenza dei popoli della Scandinavia, della Russia, della Polonia e naturalmente della Germania - cioè di tutte le popolazioni discendenti dai «barbari» - a una stessa cultura originaria, frammentata in seguito dal diverso livello di integrazione con la cultura dell´impero romano e con la religione cristiana ma non cancellata del tutto. La vittoria del cristianesimo fu non uno smantellamento ma una interazione con l´eredità del mondo dei barbari: e l´Europa di oggi reca nella sua cultura le diverse facce delle reciproche influenze - mondo romano, mondo bizantino e retaggio culturale barbarico.

lunedì 14 aprile 2008

«Le scienze cognitive classiche: un panorama»

Corriere della Sera 14.4.08
Dialoghi Lo scienziato italiano e il fondatore della «grammatica generativa» esaminano i nuovi sviluppi delle discipline cognitive
Il cervello non è relativista
Pensiero e genetica, incontro tra Piattelli Palmarini e Noam Chomsky «Esistono componenti biologiche innate nella mente e nel linguaggio»
di Massimo Piattelli Palmarini

Piattelli Palmarini insegna Scienze cognitive all'Università dell'Arizona Nato nel 1928, Noam Chomsky è professore emerito di Linguistica al Mit
A livello profondo le strutture logiche mostrano una fondamentale semplicità

Sono appena usciti, negli Stati Uniti, due eccellenti dvd destinati ai corsi universitari, a cura del noto psicologo della Harvard University Howard Gardner. Uno è intitolato La mente di Noam Chomsky, l'altro Noam Chomsky: linguaggio e pensiero (www.classroommedia.
com). Osannato da alcuni come il Galileo delle scienze cognitive e il Copernico della linguistica, detestato da altri come un arido riduzionista delle squisite sottigliezze del linguaggio e della mente, una recente ricerca statistica ha rivelato che Chomsky, oggi ottantenne e sempre attivissimo, è l'intellettuale vivente più citato al mondo. Inoltre è stato il più noto e uno dei più inflessibili avversari della guerra in Vietnam, militanza che gli ha anche procurato brevi detenzioni nelle patrie galere. Le sue posizioni politiche di matrice anarchica sono ben note e non mi ci soffermerò qui. La lista di autori, di articoli e di libri anti chomskiani sarebbe molto lunga, ma bastino due recenti esempi: nel 2006, la psicologa inglese Margaret Boden pretendeva di smascherare «dieci miti su Chomsky». Dello stesso tenore, e con simili fraintendimenti ed errori, è un articolo appena pubblicato su Libero (martedì 1 aprile) a firma Lucio d'Arcangelo, intitolato «Vacilla il mito del linguista più scientifico del mondo».
Chomsky ha pazientemente e molto dettagliatamente, nel corso di decenni, ribattuto alle critiche e messo in evidenza gli errori e i fraintendimenti. Prima di dargli la parola in un'intervista in esclusiva sulle scienze cognitive, vorrei citare solo alcuni dati di fatto. Da molti anni leggo i lavori di grammatica generativa (così si chiama esattamente il filone di linguistica inaugurato da Chomsky intorno alla metà degli Anni Cinquanta), ho a suo tempo seguito dieci interi corsi semestrali di Chomsky al Mit e circa altri dieci di linguisti suoi colleghi e collaboratori. Ciò nonostante, non ho problemi ad ammettere che molti dettagli tecnici ancora mi sfuggono.
Il messaggio, qui, è che si tratta di una scienza immensamente complessa e profonda e che ogni ritocco a un'ipotesi, a una teoria, riverbera con inevitabili ritocchi su molte altre ipotesi e teorie e su dati già noti per varie lingue. Sbalordisco quando vedo criticata con sicumera la grammatica generativa da chi, con ogni evidenza, ne sa poco o niente. Un altro dato, diciamo, demografico: hanno contribuito a questa scienza, nel corso di mezzo secolo, circa duemila studiosi, in vari Paesi. Importanti ricadute della teoria e notevoli conferme sono venute anche da altri campi come la genetica, le neuroscienze, le simulazioni su calcolatori, le patologie del linguaggio, la psicologia animale. Formidabile è stato il potere di attrattiva di questa scienza su menti di straordinario calibro, su studiosi di matematica, fisica, ingegneria, scienze di calcolo e biologia. Questa comunità ha offerto, offre e continuerà a offrire una grande diversità di teorie, di ipotesi e di indirizzi, non di rado in aspra polemica, anche con lo stesso Chomsky, come è naturale che sia in una scienza viva e in incessante progresso. Vengo ora alla mia intervista.
Piattelli Palmarini — Se dovesse scegliere un'idea, un evento, un'ipotesi o un campo di ricerca che ritiene essere il più importante per la nascita delle scienze cognitive, quale sarebbe?
Chomsky — Penso che l'evento centrale sia stato riconoscere come i fenomeni mentali possano e debbano essere studiati come gli altri fenomeni naturali, non attraverso metodi per manipolare il comportamento, né osservandoli superficialmente, ma indagandone i meccanismi interni, quelli che sono alla base dei comportamenti e spiegano i dati osservabili.
Piattelli Palmarini — Ritiene giustificata l'espressione «rivoluzione cognitiva»?
Chomsky — C'è stato un cambiamento importante di prospettiva a partire dagli Anni Cinquanta. Sostanzialmente si è trattato di un recupero di intuizioni e riflessioni che risalivano al XVII e al XVIII secolo, ma che furono spinte in direzioni nuove. Non amo troppo il termine «rivoluzione», e ho sempre ritenuto che, se proprio lo si vuole adottare, quello che è successo negli Anni Cinquanta sia una seconda rivoluzione cognitiva.
Piattelli Palmarini — È d'accordo con me che due componenti sono state centrali: l'importanza e la complessità dei processi detti
bottom-up (cioè che procedono dal basso in alto, dai dati dei sensi al pensiero) e la modularità della mente, cioè la suddivisione della mente e del cervello in molte unità relativamente autonome?
Chomsky — Sì, ma mi chiedo se non siano conseguenze dell'aver adottato con successo un approccio biologico alla cognizione. Speculando un po', ho il sospetto che tra un secolo, guardando indietro verso il presente, si concluderà che la componente veramente centrale è stata la scoperta di un livello profondo. I processi mentali superiori mostrano, a questo livello, una fondamentale semplicità, forse il risultato di un'evoluzione biologica relativamente improvvisa e recente.
Piattelli Palmarini — Il titolo del mio libro usa l'aggettivo «classiche» per distinguere le scienze cognitive dal ritorno odierno di tendenze del passato, cioè modelli che vogliono ritornare a un'analisi generica, superficiale, statistica. Che ne pensa?
Chomsky — È certo che c'è, oggi, una pressione possente verso un ritorno allo studio dei fenomeni mentali in superficie, enfatizzando le differenze culturali, le stranezze, le frequenze statistiche. Perfino la fisica, fino a circa un secolo fa, era soprattutto basata su misure di fenomeni osservabili. Uno scienziato del calibro di Henri Poincaré riteneva che avessimo adottato l'ipotesi della natura molecolare dei gas solo perché ci sono familiari i rimpalli delle biglie, delle bocce e delle palle da biliardo. I principi della chimica erano ritenuti dai massimi studiosi essere solo utili semplificazioni di calcolo, senza una vera realtà fisica. C'è, quindi, una certa somiglianza con l'assurdo dogma che i processi mentali, se reali, debbano essere accessibili alla nostra coscienza (Chomsky ha polemizzato su questo per anni con il famoso filosofo americano John Searle, nda). Cercare, per i processi mentali superiori, teorie che siano genuinamente esplicative e non solo superficialmente descrittive rappresenta, con ogni evidenza, uno sforzo psicologico. Ci è difficile ammettere che ciò che sentiamo e pensiamo è il prodotto di meccanismi invisibili e di principi astratti, inaccessibili, se ci limitiamo a semplici induzioni e a piatte generalizzazioni.
Piattelli Palmarini — Le critiche anti chomskiane di Margaret Boden e del giornalista di Libero, tra gli altri, rivelano una forte resistenza ad ammettere che esiste una grammatica universale e delle forti componenti biologiche nel linguaggio e nel pensiero. Come mai le tendenze al relativismo e al generalismo cognitivo sono così diffuse e possenti?
Chomsky — Ho risposto recentemente in dettaglio a Margaret Boden e nel corso degli anni a tanti altri critici. Esiste, purtroppo, una forte tentazione a essere dualisti, cioè a ritenere che il mondo dei fenomeni naturali e il mondo della mente siano due settori distinti e separati. Anche coloro che non lo ammettono fino in fondo, cioè anche quando non sono dualisti in senso metafisico, lo sono in senso metodologico. Cioè non ammettono che gli stessi standard razionali di indagine delle normali scienze e gli stessi metodi di ricerca delle scienze possano essere applicati anche allo studio della mente. Sarebbe interessante capire perché il dualismo sia ancora oggi tanto diffuso. C'è un'assurdità nel rifiutare la grammatica universale, cioè nel rifiutarsi di ammettere che esiste una componente genetica della facoltà di linguaggio. Come ho cercato di mostrare in dettaglio per molti anni, se così fosse davvero, cioè se non esistesse questa componente innata, l'acquisizione del linguaggio nel bambino diventerebbe un miracolo.

Baldini Castoldi Dalai ha appena pubblicato il libro di Chomsky «Regole e rappresentazioni. Sei lezioni sul linguaggio» (pp. 542, e 18,50)
«Le scienze cognitive classiche: un panorama» è il titolo del saggio più recente di Piattelli Palmarini, uscito da Einaudi (pagine 534, e 23,50), a cura di Nicola Canessa e Alessandra Gorini

sabato 12 aprile 2008

La bellezza è libertà: e Heidegger annunciò la scoperta di Schiller

Corriere della Sera 12.4.08
Documenti Recuperate le prime lezioni del filosofo sull'arte
La bellezza è libertà: e Heidegger annunciò la scoperta di Schiller
di Armando Torno

Heidegger riserva continuamente sorprese. Una sua ricerca, un viaggio, un corso suggeriscono sempre idee utili alla cultura contemporanea. Così è di un seminario tenuto a Friburgo nel semestre invernale 1936-37, dedicato alle Lettere sull'educazione estetica dell'uomo di Schiller, del quale è andato perduto il testo originale e restano soltanto frammentarie annotazioni. Le pagine non figurano nell'edizione tedesca in corso delle opere del filosofo, ma alcuni partecipanti presero appunti. Grazie a uno di essi, il medico attempato Wilhelm Hallwachs (era nato nel 1872 e seguiva il maestro dal 1930), è possibile ricostruire i dodici incontri, tra il 4 novembre 1936 e il 17 febbraio 1937.
Che importanza può avere un seminario su Schiller del pensatore tedesco? Diremo innanzitutto che le pagine, nate in un corso per matricole, affrontano temi di grande portata e riflettono una scelta esistenziale, giacché in quel tempo Heidegger resta appartato. C'è tuttavia qualcosa di più: come ben nota il curatore dell'edizione italiana, Adriano Ardovino, l'Introduzione all'estetica (uscita ora da Carocci) è un documento prezioso in cui si riflette «la definitiva centralità dell'arte all'interno di un pensiero che valorizza sempre più la storicità dell'esistenza umana». La posta in gioco è alta: Heidegger mostra — utilizziamo le conclusioni presenti nell'edizione italiana — come le Lettere di Schiller rappresentino uno dei tentativi più profondi per ritrovare nella riappropriazione estetica della natura sensibile la storia della libertà umana.
Il filosofo si lasciava alle spalle non poche questioni e alla fine del 1935 in una conferenza a Friburgo, ripetuta a Zurigo all'inizio del 1936, esponeva per la prima volta le sue tesi sull'arte, sulle quali si baserà l'opera definitiva L'origine dell'opera d'arte (tradotta dall'editore Marinotti). Quel 1936 fu un anno di studi, di domande, di tristezze. Schiller è anche un rifugio. Cosa racchiudono veramente queste lezioni?
Cominciamo a rispondere, ricordando che nella primavera — sempre del 1936 — il filosofo è invitato a Roma per dieci giorni. È la prima volta che vede il nostro Paese e ne visita la capitale. Il 2 aprile tiene la conferenza Hölderlin e l'essenza della poesia all'Istituto italiano di studi germanici, dove lo accoglie un pubblico entusiasta; l'8 legge alla Biblioteca Hertziana un testo dal titolo L'Europa e la filosofia tedesca. Rivede, tra i molti, il suo allievo Karl Löwith che, fuggito dal Reich, vive a Roma grazie a una borsa di studio ottenuta per interessamento dello stesso Heidegger. Non passerà molto tempo e dovrà riparare in Giappone.
Tornato in patria, ha uno scambio di corrispondenze e di testi con Jaspers. Emergono le difficoltà di entrambi: uno si sente emarginato, l'altro è preoccupato («...mi si blocca la parola! Nell'operosità silenziosa, però, finché è concesso, possiamo trovarci»). Non è difficile, d'altra parte, per Jaspers prevedere tempi difficili: avendo sposato un'ebrea, nel 1937 gli verrà interdetta la possibilità di insegnare e dal 1938 ogni pubblicazione. Anche Heidegger non sa più cosa siano i giorni di gloria: il 14 maggio il partito ordina accertamenti sulla sua attività, il 29 le informazioni raccolte sono inoltrate al Sicherheitsdienst (il servizio di sicurezza del Reich) e viene decisa la sorveglianza del filosofo.
In quei mesi, tuttavia, l'autore di Essere e tempo è come se guardasse altrove; abbandona sempre più quel che gli sembra superfluo e si immerge nelle ricerche, elaborando testi per i corsi. Tiene quello estivo del 1936 sul saggio dedicato da Schelling alla libertà, ed esercitazioni sulla Critica del giudizio di Kant, né dimentica Hölderlin e Nietzsche (pensa in quei giorni alle lezioni su «La volontà di potenza come arte»), mentre medita qualcosa per il Congresso internazionale su Cartesio del 1937 a Parigi, città dove si sarebbe recato nel-l'estate del 1935 per predisporre la strategia dell'evento (non ci andrà, la delegazione tedesca verrà guidata da Hans Heyse). Poi le lezioni su Schiller. Sembrano l'ultima fuga in una dimensione dove abita un'altra luce. Il 20 gennaio 1937 proferisce al seminario la frase: «I popoli si destano al loro inizio con la poesia e con la fuoruscita da essa giungono alla fine»; e sottolinea: «Nel colloquio, noi viviamo nel linguaggio ». Il 10 febbraio, quasi alla conclusione, afferma: «La forma è tutto. L'apparenza è l'essenza dell'arte. La bellezza è libertà del fenomeno. (Lo stato estetico è la prima forma di libertà, ossia ricettività spontanea). Libertà e forma devono essere lo stesso. Che significa libertà? Ciò che si determina da se stesso». Heidegger aveva dunque trovato nella bellezza la libertà, nella poesia il battito del cuore delle civiltà. Per questo poteva ripetere nella lezione del 2 dicembre 1936 con l'amato Schiller: «Le nature volgari pagano con ciò che fanno, quelle nobili con ciò che sono!».

martedì 8 aprile 2008

"Poesia e ritratto nel Rinascimento"

La Repubblica 8.4.08
"Poesia e ritratto nel Rinascimento" di Lina Bolzoni
Quell’amore allo specchio
di Benedetta Craveri

Era stato Petrarca a riaprire il dibattito sui legami tra pittura e scrittura dedicando due sonetti al ritratto di Laura eseguito da Simone Martini

Si racconta che nel 1560 la contessa Caterina Mandella, nuora di Baldassarre Castiglione, scoprì per caso che «un grande e bellissimo specchio», che decorava la parete di una stanza della casa d´Urbino dove un tempo aveva abitato suo suocero, era dotato di un congegno segreto. Esso si apriva a comando e rivelava, custodito nell´incasso del supporto di legno della cornice, «un ritratto di bellissima e principalissima signora, di mano di Rafael Sanzio d´Urbino». Nel nascondiglio erano conservati ugualmente due sonetti composti quarantatré anni prima da Castiglione. È possibile che il ritratto di Raffaello fosse quello di Elisabetta Gonzaga, duchessa d´Urbino, oggi conservato agli Uffizi, e che fosse lei l´oggetto di quell´«amore troppo alto e troppo sublime» che l´autore de Il Cortegiano era costretto a celebrare nel più profondo segreto.
Ben lungi dall´essere solo un semplice accorgimento pratico, l´espediente del nascondiglio dietro lo specchio obbediva a una precisa simbologia amorosa di ascendenza platonica: riflesso nello specchio, il volto dell´amante veniva a sovrapporsi all´effigie dell´amata e le due immagini si congiungevano così in una simbiosi segreta. Ai versi custoditi all´interno del mistico scrigno spettava invece il compito di dar voce al dialogo, altrimenti muto, delle immagini.
È proprio la lettura di questi celebri "Sonetti dello specchio" a costituire il momento culminante del viaggio dotto e appassionante di cui Lina Bolzoni ci illustra l´itinerario nel suo Poesia e Ritratto nel Rinascimento (testi a cura di Federica Pich, Laterza, pagg. 288, euro 38). I due componimenti di Castiglione condensano, infatti, i principali temi di una lunga riflessione poetica incentrata sul rapporto tra la parola e l´immagine, tra l´arte e la natura.
Era stato Francesco Petrarca, un secolo e mezzo prima, a riaprire il dibattito, che già aveva appassionato gli antichi, sulle diverse potenzialità espressive proprie alla scrittura e alla pittura e di cui Orazio aveva proposto la sintesi con la sua celebre formula Ut pictura poesis. Con i due sonetti del Canzoniere, composti tra 1338 e il 1343, in cui Petrarca evocava il ritratto di Laura, da lui stesso commissionato a Simone Martini e purtroppo andato smarrito, aveva infatti inizio una tradizione poetica che, scrive la Bolzoni, prendeva spunto dall´immagine pittorica «per variare e celebrare il lavoro della scrittura letteraria, per trarne materiale che permette di declinare in modo nuovo i topoi tradizionali del linguaggio amoroso». Una tradizione di cui la studiosa, che ha fatto del rapporto tra memoria, letteratura e immagine uno degli assi portanti della sua ricerca, ricostruisce oggi, in questo bel saggio, i momenti più significativi.
Nel primo sonetto Petrarca celebra la natura divina dell´ispirazione del pittore che è salito in cielo per contemplare l´immagine spirituale di Laura, infinitamente più bella della sua incarnazione terrestre: «Ma certo il mio Simon fu in paradiso/ onde questa gentil donna si parte:/ivi la vide, et la ritrasse in carte/ per far fede qua giù del suo bel viso». Quel «qua giù» annuncia, tuttavia, i limiti dell´impresa pittorica e la «incolmabile distanza tra il cielo e la terra», tra la visione della bellezza perfetta e originaria ideata da Dio e la sua impossibile rappresentazione. Come ci dice il secondo sonetto, la straordinaria capacità illusionistica del ritratto di Simone Martini - «benignamente assai par che m´ascolte,/ se risponder savesse a´ detti miei» - rende ancora più acuto il dolore per la perdita della donna amata e lascia intendere, al tempo stesso, come solo la poesia abbia la facoltà di dare voce a questa sofferenza e di commemorarla all´infinito.
Il progressivo diffondersi della pratica del ritratto in strati sempre più ampi della società doveva favorire, nel corso dei due secoli successivi, il confronto tra poesia e pittura, evidenziandone di volta in volta affinità e divergenze. Gli esempi propostici da Lina Bolzoni non potrebbero essere più suggestivi: sono qui Giovanni Della Casa e Tiziano, Castiglione e Raffaello, Niccolò da Correggio e Leonardo, Serafino Aquilano e Pinturicchio, Gian Battista Marino e Caravaggio a dialogare insieme a partire da un modello comune.
Pronta a celebrare la suggestione di ritratti di cui ancora oggi ci è dato di ammirare lo splendore, la poesia trovava un´alleata nella pittura, se ne serviva come fonte di immagini, di metafore e di ispirazione erotica, o ne denunciava le pericolose illusioni, ma non transigeva sulla sua superiorità. Se, come aveva teorizzato Leon Battista Alberti, la pittura possedeva la capacità di «far vedere ai vivi, molti secoli dopo, coloro che sono morti», garantendone così la memoria, la poesia sola si arrogava la facoltà di dare voce alle immagini e penetrare nell´interiorità delle persone ritratte.
A sua volta la pittura rispondeva alla sfida tentando di appropriarsi della parola poetica, ritraendo con sempre maggiore frequenza delle persone con in mano delle lettere o dei libri, o inserendo la scrittura all´interno stesso del quadro. È il caso del ritratto della incantevole Giovanna degli Albizzi Tornabuoni, eseguito da Domenico Ghirlandaio nel 1488, dove spicca sullo sfondo la scritta: «Arte, se potessi rappresentare anche i costumi e l´animo, non esisterebbe in terra quadro più bello». Ed è ancor più il caso dello straordinario ritratto di Laura Battiferri, dipinto intorno al 1560 da Bronzino, dove i rinvii tra pittura e poesia si fanno vertiginosi. Rappresentata di profilo, la poetessa schiva lo sguardo dello spettatore ma tiene invece, con ambo le mani, un libro bene aperto su cui è possibile leggere due sonetti trascritti dal Canzoniere di Petrarca, che diventano parola e anima del ritratto. Il quadro stesso, inoltre, aveva dato luogo a uno scambio di versi tra il Bronzino e la sua modella circa la possibilità di esternare l´interiorità in forme visibili.
Come scrive la Bolzoni, «la parola poetica penetra così nel cuore dell´immagine (...) e crea un complesso circuito di messaggi, ricco di allusioni e di sottintesi, che tuttora mette alla prova le capacità interpretative dei critici».
Per consentire, invece, ai lettori di seguirla più agevolmente nella sua esplorazione erudita, la studiosa ha provveduto a fornire loro, in appendice al suo saggio, l´insieme dei testi a cui ella fa riferimento, affidandoli alle cure di Federica Pich.
Sul filo di questa doppia lettura e delle immagini pittoriche che l´accompagnano ci troveremo al cuore di una civiltà per cui il mito del Parnaso ed il concerto armonioso delle Muse non erano ancora ridotti a stereotipi letterari, ma rispondevano a una concezione interdisciplinare delle arti e dei saperi dagli esiti meravigliosamente fecondi.

Se i libri bruciano. Dall’antica cina ai nazisti

La Repubblica 8.4.08
Esce "il matematico impenitente" di Piergiorgio Odifreddi
Se i libri bruciano. Dall’antica cina ai nazisti
di Piergiorgio Odifreddi

È l´assolutismo a provocare questa forma di condanna all´inesistenza di qualunque pensiero sgradito ai potenti in ogni parte del mondo
Anche la Chiesa non mancò di condannare alle fiamme le opere sospette di eresia
In Germania gli autori "contrari allo spirito tedesco" vennero sottoposti all´autodafé

Nel saggio La muraglia e i libri, che apre le Altre inquisizioni, Borges ricorda che «l´uomo che ordinò l´edificazione della quasi infinita muraglia cinese fu quel primo imperatore, Shih Huang Ti, che dispose anche che venissero dati alle fiamme tutti i libri scritti prima di lui», e nota che «bruciare libri ed erigere fortificazioni è compito comune dei principi: la sola cosa singolare in Shih Huang Ti fu la scala nella quale operò». Oltre alla maestosa duplicità dell´atto, Borges ne rileva anche l´apparente contraddittorietà: la costruzione della muraglia e la distruzione dei libri tendevano infatti, da un lato, a preservare nello spazio l´integrità territoriale dell´impero, e dall´altro, a cancellarne nel tempo la memoria storica. Si può dunque ipotizzare un loro ordine successivo, che a seconda dei casi mostrerebbe l´immagine di un re placato che cominciò col distruggere e poi si rassegnò a conservare, o quella di un re disingannato che finì per attaccare ciò che prima difendeva.
L´episodio cinese, rievocato anche da Elias Canetti in Autodafé, si situa a metà tra il fatto e la leggenda: possiede dunque entrambe le valenze, letterale e metaforica, che la storia e la letteratura hanno finito per associare all´immagine dei libri in fiamme. I quali, com´è noto, bruciano alla temperatura di Farenheit 451, pari a 233 gradi Celsius, che dà il titolo all´utopia negativa del romanzo di Ray Bradbury e all´omonimo film di François Truffaut.
Il più antico rogo di libri che la storia registri è probabilmente quello della biblioteca di Tebe, ordinato nel 1358 p.E.V. dal faraone Akhenaton, marito di Nefertiti e padre di Tutankhamon. Avendo sostituito il culto dei molti dèi egizi con quello del solo disco solare Aton, il primo monoteista della storia incappò immediatamente negli effetti collaterali più tipici delle fedi uniche: da un lato la persecuzione degli eretici e la distruzione delle loro opere, dall´altro la reazione fondamentalista provocata da ogni azione fondamentalista.
Puntualmente, infatti, alla morte di Akhenaton il clero di Tebe ristabilì il culto di Amon e cancellò a sua volta ogni memoria del riformatore. L´esempio del primo imperatore cinese mostra comunque che i roghi dei libri non sono monopolio del clero: è l´assolutismo a provocarli, e quello religioso non è che una delle sue tante forme.
Ma non bisogna confondere il proposito doloso di cancellare sistematicamente una cultura, con le fiamme appiccate più o meno colposamente durante guerre o rivolte, benché sia spesso difficile determinarne le cause e distinguerne gli effetti. L´unica cosa certa sono le ceneri e le rovine sotto le quali, ad esempio, nel 168 p.E.V., i Seleucidi seppellirono la biblioteca ebraica di Gerusalemme, così come nel 48 p.E.V. Cesare e nel 646 gli Arabi distrussero quella greca di Alessandria, nel 980 Almansor quella dei califfi di Córdoba, nel 1176 Saladino quella sciita del Cairo, nel 1204 i Cristiani quella classica di Costantinopoli, nel 1258 i Mongoli quella sunnita di Baghdad, nel 1560 il vescovo Diego de Landa quella maya dello Yucatán e nel 1691 il vescovo Nunez de la Vega quella maya del Chiapas (tra parentesi, per questo motivo oggi rimangono solo tre libri di questa cultura, uno dei quali è il famoso Popul Vuh). Diverso è il caso dei libri bruciati non alla rinfusa, ma in maniera mirata e per decreto di una suprema autorità censoria, deputata a colpirli uno a uno.
L´esempio più tipico di un tale organismo è naturalmente la Congregazione dell´Indice istituita nel 1571 e attiva fino al 1917, anche se l´Indice dei Libri Proibiti da essa gestito era già stato istituito nel 1559 da Paolo IV e fu abolito solo nel 1966 da Paolo VI. La vittima più famosa fu forse Giordano Bruno, le cui opere furono bruciate in piazza San Pietro il 17 febbraio 1600, nello stesso momento in cui l´autore stesso veniva immolato sul rogo a Campo de´ Fiori. (...)
Naturalmente, la Chiesa non aveva atteso l´Inquisizione per mandare al rogo le opere degli eretici: risalendo nel tempo, ce lo ricordano i processi e le sentenze contro Lutero nel 1520, Abelardo nel 1140 e 1121, Fozio nell´870 e Ario nel 325. Ma in realtà il Cristianesimo era nato infetto, perché il virus del fuoco lo si trova già negli Atti degli Apostoli (XIX, 19): in essi infatti si narra che «molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti». Non è dunque un caso che oggi i roghi dei libri e degli uomini si chiamino autodafé, parola che deriva appunto dal portoghese auto de fé e significa «atto di fede».
L´autodafé ufficiale veniva celebrato in pompa magna sulle pubbliche piazze e la cerimonia comprendeva una messa, una processione dei condannati rasati e messi alla gogna, e una lettura delle sentenze: non la tortura, né l´esecuzione, che erano rispettivamente amministrate prima e dopo, in separata sede. A partire dal primo autodafé registrato, nel 1242 a Parigi, queste macabre messe in scena furono eseguite innumerevoli volte e per secoli, in Europa e nelle Americhe: soprattutto in Spagna, tra il 1481 e il 1691. Voltaire le mise alla berlina nel sesto capitolo del Candide, che narra di «come si fece un bell´autodafé per scongiurare i terremoti», con tanto di fustigazione per Candide e di impiccagione per Pangloss: anche se, naturalmente, «lo stesso giorno la terra tremò di nuovo con un fracasso orribile». Ma non fu soltanto la barbara cristianità a bruciare i libri dei suoi eretici: secondo Diogene Laerzio (IX, 52) la stessa sorte toccò anche a Protagora nella raffinata Grecia, nel periodo buio che Atene visse alla fine del quinto secolo p.E.V. (...)
Se così fecero persino i Greci, cosa avremmo potuto aspettarci dai nazisti? Puntualmente, alla mezzanotte del 10 maggio 1933 migliaia di studenti del nascente regime celebrarono l´autodafé dei libri «degenerati», bruciando in varie città universitarie della Germania opere «contrarie allo spirito tedesco»: gli autori comprendevano la triade ebrea di Karl Marx, Sigmund Freud e Albert Einstein, ma spaziavano democraticamente anche fra ariani e stranieri, da Thomas Mann a Marcel Proust. Alla cerimonia sulla piazza dell´Opera di Berlino, il ministro della Propaganda Joseph Goebbels dichiarò soddisfatto: «L´anima del popolo germanico può di nuovo tornare ad esprimersi. Questi roghi non soltanto illuminano la fine di una vecchia era, ma accendono la nuova». Bertolt Brecht, invece, commemorò l´evento nella poesia Il rogo dei libri: «Quando il regime ordinò che fossero arsi in pubblico i libri di contenuto malefico, e per ogni dove i buoi furono costretti a trascinare ai roghi carri di libri, un poeta (uno di quelli al bando, uno dei migliori) scoprì sgomento, studiando l´elenco degli inceneriti, che i suoi libri erano stati dimenticati. Corse al suo scrittoio, alato d´ira, e scrisse ai potenti una lettera: "Bruciatemi", vergò di getto, "bruciatemi! Non fatemi questo torto! Non lasciatemi fuori! Non ho forse sempre testimoniato la verità, nei miei libri? E ora voi mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando: bruciatemi!"».
Ma il mondo non imparò la lezione, e anche nel dopoguerra innumerevoli piromani, letterali o metaforici, si sono scatenati contro i libri e le altre opere dell´ingegno: dal tentativo di cancellare sistematicamente il pensiero «revisionista» messo in opera dalla Rivoluzione culturale cinese negli anni ´60, alla sentenza della Cassazione italiana che il 29 gennaio 1976 ordinò che fossero bruciate tutte le copie del film L´ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, alla fatwa dichiarata dall´ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro i Versi satanici di Salman Rushdie, alle cannonate dei Talebani che nel marzo 2001 hanno distrutto le due statue del Buddha di Bamiyan.
L´ultimo rogo di libri è, per ora, quello che il 14 aprile 2003 ha azzerato a Baghdad la Biblioteca Coranica, la Biblioteca Nazionale e l´Archivio Nazionale, sotto l´occhio connivente dell´esercito statunitense invasore, che aveva già permesso il loro saccheggio per un´intera settimana. La città ha così rivissuto i giorni bui del sacco dei Mongoli di 750 anni prima, ma paradossalmente questa coazione a ripetere della storia conferma il giudizio espresso da Borges in Nathaniel Hawthorne, nelle già citate Altre inquisizioni: «Il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e, paradossalmente, è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile: prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato».