sabato 7 marzo 2009

Garin il "rinascimentale"la libertà dell'uomo senza dio

Liberazione 5.3.09
A cent'anni dalla nascita un convegno ricorda il grande studioso. A inaugurare i lavori il presidente Napolitano
Garin il "rinascimentale"la libertà dell'uomo senza dio
di Alberto Burgio

Da domani parte il convegno di tre giorni dedicato a Eugenio Garin. Dal Rinascimento all'Illuminismo" a Firenze (Palazzo Vecchio e Palazzo Strozzi). A inaugurare i lavori anche Michele Ciliberto (presidente dell'Istituto nazionale di studi sul Rinascimento). In anticipazione uno stralcio della relazione di Alberto Burgio "Rousseau: una teodicea post-cristiana"


In un testo molto caro a Garin, Il problema Jean-Jacques Rousseau (1932), Cassirer scrive che Kant «attribuisce a Rousseau nulla di meno che il merito di avere risolto il problema della teodicea». Tradotto in termini storici (etici, sociali, politici), il problema del male (dell'errore, della violenza, dell'ingiustizia, dell'egoismo distruttivo) non ha più nulla di trascendente; si configura come risultato del cattivo uso della libertà, quindi del pervertimento della ragione: della sua scissione dal sentimento morale e della sua conseguente regressione ad astratto raziocinio, a mero intelletto riflettente. 
Per contro, la ricomposizione della razionalità nella sua pienezza e concretezza (ragione e sentimento morale, raison e conscience ) restituisce le condizioni per il buon uso della libertà, nel segno dell'amore dell'ordine e del bello, quindi dell'armonia, della giustizia e dell'unità dell'uomo con se stesso e degli uomini tra loro nella Cité .
Tutto questo Garin riprende riconoscendone il merito all'«illuminante saggio» di Cassirer (quindi a Kant), ma anche ad altri protagonisti della rinascita rousseuaiana negli anni Sessanta (sulla scorta del bicentenario del Contrat e dell' Émile ), a cominciare da Derathé, Starobinski e Gouhier, e, per quel che riguarda Italia, da Paolo Casini. Garin tiene a segnalare altresì un altro tema che si pone lungo questa linea, ma la sviluppa ulteriormente (sempre nel segno della storicità e dell'immanenza assoluta quale sfondo della possibile unità dell'esperienza e del pensiero). È un tema importante, che serve a leggere meglio Rousseau, ma illumina anche la prospettiva dello storico che ne studia l'opera: parla delle sue fonti e, forse, delle sue esigenze più propriamente teoriche (in qualche modo legate alla sua stessa vicenda biografica). Garin vede che in tanto la questione del male può essere (da Rousseau) sottratta all'ipoteca della teologia e riportata sul terreno della storia (quindi sotto la piena giurisdizione dell'uomo e della sua azione razionale e responsabile) in quanto (per Rousseau) semplicemente la natura umana non esiste: l'umano è in tutto e per tutto storico, frutto di artificio e di scelta.
È interessante: proprio in questi anni Garin si trova a svolgere osservazioni del tutto analoghe a proposito di un altro suo autore: il Giovanni Pico del De hominis dignitate , del quale mette in risalto una tesi - l'idea, appunto, «che una natura umana non c'è, […] che il […] destino [dell'uomo] è libero atto di scelta», cha la sola "natura" di cui si possa parlare a proposito dell'uomo è «progetto e non destino» - in tutto simile a quella che scopre in Rousseau.
E si potrebbe aggiungere che Garin legge in Rousseau un tema che a sua volta Gramsci aveva posto in evidenza in Marx, ritenendolo essenziale ai fini della radicalità della sua prospettiva critica: «l'innovazione fondamentale introdotta da Marx nella scienza politica e storica in confronto del Machiavelli - così si esprime Gramsci nei Quaderni - è la dimostrazione che non esiste una "natura umana" fissa e immutabile e che pertanto la scienza politica deve essere concepita nel suo contenuto concreto […] come un organismo in isviluppo».
Vale la pena di riportare il passaggio dell' Introduzione agli Scritti politici di Rousseau nel quale Garin introduce questo elemento, per la forza con cui enuncia l'argomento e ne segnala l'importanza: «Dio non entra, in nessun modo, né nella colpa né nella sventura dell'uomo. Solo che, e questo è il passo decisivo che non emerge né in Kant né in Cassirer, nella prospettiva di Rousseau Dio non entra nel peccato originale, non tanto perché è dalla società che ha origine il male, quanto perché dalle mani di Dio neppure l'uomo è uscito. L'uomo del male e del bene, delle leggi e del diritto, del linguaggio e della cultura, è l'uomo della società, indisgiungibile dalla società: e l'uomo della società è l'homme de l'homme ». Insomma, la geniale soluzione del problema consiste (e Garin lo dichiara con la stessa veemenza con la quale nei primi anni della sua ricerca aveva affermato la centralità del divino) nella totale, assoluta negazione (o estromissione) di Dio in quanto l'uomo di Rousseau è creatore di se stesso.
In questo senso Garin rileva come Rousseau si ponga, trascrivendolo «in termini tutti mondani» (cioè affidandolo a un «rinnovamento» degli uomini e dei loro rapporti reciproci), proprio «quello che era stato per il Cristianesimo il problema della salvezza» - precisamente come si pone, «ridotto in termini integralmente umani», il problema della teodicea e dell'origine del male e del peccato. Nella religione rousseauiana dell'immanenza (una «religione umana e sociale»), la storia è ri-creazione, metamorfosi (de-naturazione e generazione di una natura rinnovata): autopoiesi umana (anche questo, a ben guardare, un tema gramsciano, che circola in molte pagine del quaderno su Americanismo e fordismo ). Per Garin questo riorientamento della prospettiva morale e politica (e persino ontologica) in una chiave di radicale storicità rappresenta la conseguenza più rilevante della secolarizzazione rousseauiana della teodicea.
Storia e politica, dunque, come auto-creazione. Massima libertà e massima responsabilità: termini ricorrenti, come in una endiadi, già nella prima fase della ricerca gariniana, ma ora declinati in univoco riferimento all'orizzonte del mondo storico e dell'agire politico. Un tema ambivalente: nel quale è inscritta anche la solitudine dell'uomo; ma che per il momento Garin declina (ancora) in positivo: di Rousseau mette in risalto l'idea del possibile riscatto, della palingenesi che si compie attraverso l'«alienazione totale» imposta dal contratto e attraverso la «frattura assoluta rispetto al divenire storico» che conduce a un nuovo inizio nel segno dell'armonia e della piena autonomia del corpo sociale. [...]
Garin rilegge Rousseau e si sofferma sulla sua opera (nel testo più importante che ha prodotto sull'argomento) in un momento della sua vita in cui è ancora fiducioso nella possibilità di trovare una via d'uscita dalla rovina, dalla violenza e dall'assenza di senso dell'esistenza. Come Gramsci, anche se, certo, con minore impatto, Rousseau - per la sua «alta e vigorosa ispirazione morale» - è un'àncora. L'importanza di Rousseau consiste nell'indicare una strada per ritrovare (in realtà, per costruire ex novo ) l'unità della persona e della compagine umana: il suo è un pensiero della libertà nel segno dell'operare costruttivo; un pensiero della politica e della storia inscritto nell'umanesimo reale e integrale che Garin viene elaborando sulla scia di Gramsci in una temperie storica (civile e politica) che ancora gli pare consentire uno sguardo fiducioso sul futuro, la fiducia nell'«azione riformatrice della volontà» e della razionalità individuale e collettiva (morale, etica e politica).
Se questo è vero, c'è qui un elemento drammatico: alla fine degli anni Sessanta Garin sembra rivolgersi a Rousseau come per un estremo tentativo: per tenere aperta una prospettiva che sta invece per chiudersi; di lì a poco (già nel corso degli anni Settanta) l'equilibrio dinamico e costruttivo che aveva sostenuto la sua attività nella fase dell'Umanesimo civile si incrinerà, sino a spezzarsi del tutto, per lasciare il campo a una crisi profonda: si affermerà allora una Stimmung segnata dal disincanto e dal nichilismo: la vita parrà senza senso e senza significato, un gioco degli dei, del cui capriccio l'uomo è in balia.
Allora non vi sarà più possibile unità, né ricomposizione: esistere significherà dibattersi in un caos di frammenti. A quel punto Rousseau, nonostante la sua «fede operosa», anzi, forse proprio in ragione di essa, non avrà più nulla da dire.

lunedì 2 febbraio 2009

Torna la stampa nazi la Germania si divide sui giornali di Hitler

La Repubblica 2.2.09
Ripubblicate alcune testate del regime La comunità ebraica insorge: propaganda
Torna la stampa nazi la Germania si divide sui giornali di Hitler
di Andrea Tarquini

BERLINO. La ristampa dei media nazisti di quando Hitler dette la scalata al potere spacca la Germania. E ancora una volta, il passato del Terzo Reich divide la prima potenza europea. L´editore Peter McGee ha lanciato sul mercato Zeitungszeugen, una serie di fascicoli settimanali su quell´epoca con annesse ristampe del Voelkischer Beobachter e di Der Angriff, le massime testate dei nazionalsocialisti, ma anche di giornali della Spd e del Partito comunista tedesco. Tutto accompagnato da commenti di storici scevri da ogni sospetto di revisionismo, per narrare e documentare il clima di guerra civile. Ma le autorità bavaresi, competenti in materia, hanno vietato la pubblicazione. Che è uscita con sovraimpresso come un timbro "Censurata". McGee non demorde, adisce alle vie legali. Media e opinione pubblica si dividono: la comunità ebraica è per il divieto, storici dell´autorevolezza del celebre Hans Mommsen, vicino alla Socialdemocrazia, sono contrari. E non pochi denunciano il rischio di aprire volenti o nolenti, col divieto, uno spazio al principio della censura.
«Il progetto che io guido è una cosa seria, non un trucco per offrire propaganda ai neonazisti», dice McGee. Che offre ai potenziali lettori anche buoni per poi acquistare gratis le ristampe dei giornali dell´epoca (tra il 1930 e il 1933), nel caso in cui egli come spera si vedrà dare ragione dalla giustizia. Sul lato opposto della barricata è schierata la comunità ebraica. Secondo cui la ristampa apre il rischio di offrire materiale di propaganda ai gruppi neonazisti e a ogni corrente di un antisemitismo che secondo gli ebrei tedeschi è «in allarmante crescita». «No, non è propaganda, è serio contenuto storico commentato a dovere», replica Hans Mommsen. E accusa il segretario generale del Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Kramer, di «non capirci nulla».
Come andrà a finire? Il pubblico, di uno schieramento o dell´altro, attende con ansia di saperlo. Un compromesso è difficile, anche per ragioni giuridiche. Dopo la vittoria della coalizione antinazista degli Alleati contro l´Asse, le autorità liberatrici- (e amministratori occupanti) americane affidarono al ministero delle Finanze dello Stato di Baviera, uno dei Bundeslaender della Repubblica federale. La competenza per tutta la parte libera della Germania sui copyright su ogni testo nazista affidandogli il compito-dovere di impedirne ogni abuso a fini di propaganda nostalgica. Con serietà inflessibile tipicamente tedesca, le autorità bavaresi hanno immediatamente bloccato dunque la ristampa dei testi da parte di McGee.
Chi ha ragione? La domanda spacca trasversalmente media, partiti e società in Germania. Certo, qualcuno sospetta che sotto sotto il signor McGee veda nella ristampa di giornali nazisti dell´epoca anche fini di lucro: "NS sells", scherzava ieri Welt am Sonntag, cioè "il nazismo si vende bene". Normale per un editore. La tesi è la seguente: non solo lettori aderenti alla galassia neonazista o di ultradestra, ma anche altre parti del pubblico possono subire il fascino del frutto proibito. Cioè appunto di comprare ristampe di testi che dal dopoguerra sono assolutamente vietati.
Insomma, il partito del no sostiene che non sia indispensabile a fini di ricerca storica ristampare quelle testate naziste di allora, specie a fronte del rischio di fare un favore ai neonazisti. Ma il partito del sì ha anche i suoi argomenti. Esperti della fama dello stesso Hans Mommsen, di Wolfgang Benz o di Peter Longerich difendono il valore storico del progetto editoriale di McGee. Gli storici democratici e liberalconservatori tedeschi sperano che, se McGee la spunterà, si rafforzerà la loro richiesta respinta da anni, di pubblicare in Germania il Mein Kampf come edizione critica adeguatamente commentata. Insomma secondo loro il diritto all´informazione deve far premio sul rigore etico a tutti i costi della censura. La seconda guerra mondiale è finita da oltre 60 anni, la guerra delle ristampe continua.
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commento:
la censura non serve a niente, anzi prova un interesse morboso per le cose che vengono censurate. Se uno stato e/o una società fosse in grado di essere di sostegno alla formazione della visione del mondo delle persone... non vi sarebbe la necessità di vietare nulla.
Tutti hanno il diritto di formarsi il loro giudizio sui documenti originali. I 2000 anni di monoteismo hanno dimostrato cosa possa generare il lasciare ad alcune persone il diritto di interpretare i testi.

mercoledì 14 gennaio 2009

Storie Esce domani «Il lamento del prepuzio»

Corriere della Sera 14.1.09
Storie Esce domani «Il lamento del prepuzio», che la critica americana ha avvicinato a Groucho Marx e Roth
Una risata per salvarci da Dio
Le irriverenti memorie di Shalom Auslander: scrivo su consiglio dello psichiatra
di Livia Manera

«Quand'ero bambino — racconta Shalom Auslander nel più irriverente memoir degli ultimi anni a cominciare dal titolo, Il lamento del prepuzio — i miei genitori e i miei insegnanti mi raccontavano di un uomo che era molto forte. Mi dicevano che era capace di distruggere il mondo intero. Mi dicevano che era capace di sollevare le montagne. Mi dicevano che era capace di dividere le acque del mare. Era importante che tenessimo quell'uomo di buon umore. Quando obbedivamo ai suoi comandamenti, gli eravamo simpatici. Gli eravamo così simpatici che uccideva chiunque non ci amasse. Ma quando non obbedivamo ai suoi comandamenti, non gli eravamo simpatici. Ci odiava. Certi giorni ci odiava tanto da ucciderci; altri giorni lasciava che ci uccidessero altri. Noi chiamiamo questi giorni "giorni di festa". Purim è quando cercarono di ucciderci i persiani. Pesach è quando cercarono di ucciderci gli egiziani. Chanukah è quando cercarono di ucciderci i greci».
Così comincia Il lamento del prepuzio, da domani in libreria per Guanda (pp. 268, e 15,50, traduzione di Elettra Caporello), il libro più polemico e blasfemo sul rapporto tra gli uomini e Dio ad arrivare in libreria dopo Dio non è grande di Christopher Hitchens, solo molto più spiritoso, ancora più arrabbiato e soprattutto più tragico. Ed esattamente così, spiritoso, arrabbiato e tragico nella sua vulnerabilità, appare il trentaduenne Shalom Auslander di Monsey, Stato di New York: lo scrittore più «teologicamente abusato » d'America (che la critica ha avvicinato a Groucho Marx e Philip Roth), il figlio di una coppia di ebrei ortodossi così autoritari (padre falegname, madre casalinga) che alla domanda «Che cosa avrebbe fatto se non avesse scritto queste memorie?» — consigliate da uno psichiatra — risponde: «Sarei morto».
E dopo aver spiegato di aver dovuto troncare ogni rapporto con la famiglia, spiega: «Mi sarei ammazzato, senza ombra di dubbio. Dieci anni fa ci sono arrivato veramente vicino. La sola ragione per cui mi sono rivolto a uno psichiatra è che avevo una moglie che amavo, e ho pensato: glielo devo. Altrimenti, suicidarsi è la sola soluzione sensata quando hai la testa piena di cose che rendono ogni momento della tua vita insopportabilmente doloroso ». Salvo aggiungere con un sorriso malizioso: «È anche il più grande atto di ribellione contro un Dio che può controllare tutto tranne quel gesto. Per questo ti insegnano fin da piccolo che il suicidio è il peccato più grave di tutti ».
Prima di diventare una celebrità grazie alla radio e al «New Yorker» che hanno anticipato Il lamento del prepuzio scatenando un polverone («Ho ricevuto centinaia di e-mail d'odio e di minacce. Fortuna che quando il libro è uscito e la gente lo ha letto, si è accorta che non l'ho scritto per sostenere che la religione ebraica è terrorizzante e abusiva, ma che così è stata insegnata a me»), Shalom Auslander scriveva pezzi comici per «Harper's» («l'umorismo è l'unica cosa che renda la vita sopportabile »), racconti (la raccolta Beware of God) e lavorava in pubblicità, nascosto con la moglie Orly nei boschi di Woodstock, il più lontano possibile dal suo ambiente d'origine, «dove era proibito mangiare carne di vitello insieme ai latticini. Per cui se uno aveva mangiato del vitello, gli era proibito mangiare latticini per sei ore; e se aveva mangiato latticini, non poteva mangiare vitello per tre ore. E a tutti era proibito mangiare maiale, almeno fino all'avvento del Messia, giorno in cui i malvagi sarebbero stati puniti, i morti sarebbero risorti e i maiali sarebbero diventati kosher».
Nell'attesa di tutto ciò, Shalom cresce cercando di schivare i pugni di suo padre e le polpette consolatorie di sua madre, studiando alla Yeshiva e introiettando insegnamenti minacciosi come «l'uomo pianifica, dicevano i miei genitori, e Dio ride», nella consapevolezza che per sua madre «guidare l'automobile di Shabbat è finire il lavoro che Hitler ha cominciato», che per un uomo come suo padre ogni nemico è un nazista. E che siccome in una sola eiaculazione muoiono cinquanta milioni di spermatozoi (come gli spiegano quando raggiunge la pubertà) ogni volta che Shalom si masturba «fanno circa nove olocausti, il che mi rendeva colpevole di genocidio dalle tre alle quattro volte al giorno».
Altre tentazioni peccaminose per un giovane ortodosso sono la pizza non kosher, i marshmallows e gli hamburger di McDonald. E Il lamento del prepuzio continua nel racconto di una perdizione adolescenziale fatta di orge di cibo non kosher, giornali pornografici e spinelli, fino al momento in cui l'autore s'innamora, si sposa e scopre che sta per diventare padre. «E a quel punto ho cominciato a pensare a me stesso come a Mosè che porta in salvo gli ebrei ma muore prima di arrivare alla Terra Promessa. E a dirmi: forse non mi libererò mai di questo Dio vendicativo che si è avvinghiato ai miei anni formativi, ma posso portare mio figlio a una Terra Promessa dove non c'è alcun Dio. Ed è questo il vero argomento del mio libro».
Un'ode all'agnosticismo, dunque. Peccato che malgrado non sia più osservante, Shalom Auslander sia rimasto «penosamente, straziatamente, incurabilmente, miserabilmente religioso », il che alla luce di quanto ha raccontato finora significa che vive nel terrore che Dio si vendichi di questo suo imperdonabile libro.
«Quindi ti prego, Dio — scrive nella pagina finale che di solito gli autori dedicano ai ringraziamenti — non uccidere mia moglie a causa di questo libro. Non uccidere mio figlio e non uccidere i miei cani. Se devi per forza uccidere qualcuno, uccidi Geoff Kloske alla Riverhead Books (il suo editore
ndr). Uccidi David Remnick del "New Yorker", e uccidi Carin Besser, che è qui in fondo al corridoio... e se voi uccidi anche Craig Markus (che ha disegnato la copertina ndr) ... ma non uccidere me. E non uccidere Orly. E non uccidere nostro figlio. Dopotutto è solo un libro! ».
Shalom Auslander e, sotto, Groucho Marx e Philip Roth.

lunedì 10 novembre 2008

Iscrizioni funerarie Romane

Iscrizioni funerarie Romane
A cura di Lidia Storoni Mazzolani
Bur, Milano, 1991

Tra le tante voci del mondo antico che sono giunte fino a noi, quelle incise nel marmo o nel bronzo sono le più autentiche: non hanno subito modifiche o sviste da parte di copisti o di revisori. Socchiudono spiragli sull’esistenza, gli affetti, i valori e sull’atteggiamento di fronte alla morte di persone scomparse da molti secoli; lasciano scorrere davanti a noi, come in una carrellata, quella che Virgilio chiamò la plurima mortis imago, i molteplici aspetti della morte: l’incendio, il naufragio, il duello del gladiatore, la battaglia del legionario, la malattia, la vecchiaia, il parto della giovane donna, il pugnale del bandito o dello schiavo, fino al sortilegio malefico. E’ la poesia umile degli anonimi; prosegue dal sepolcro il colloquio con i vivi, lancia il suo appello a una sosta, a un momento di meditazione, minaccia chi oserà violare o contaminare quel piccolo terreno consacrato; rivela la filosofia del defunto, la sua cultura — quando cita autori famosi — infine la sua verità segreta e profonda.
L.S.M

Dalla quarta di copertina

Attraverso le iscrizioni s’è cercato di ricostruire anche la composizione etnica della Roma imperiale:
T. Franck, in Race Mixture in the Roma,, Empire («American Historical Review», 1916, pp.. 689 sgg.), attraverso un esame degli epitaffi di schiavi e liberti, dai nomi prevalentemente greci e orientali, dedusse che appunto di quella classe era costituita in maggioranza la popolazione di Roma; tesi contrastata da M. L. Gordon, in The Nationalityi af Slaves under the Early Empire (Journal of Roman Studies, 1924, pp. 93 sgg.). Vedi G. La Piana, Foreign Groups in Rome during the I Century of the Roman Empire, in « Harvard Theological Review», l927,pp. 183 sgg.
Si usava, dopo aver aperti e chiusi gli occhi al defunto, mettergli in bocca una moneta (il naulum) per pagare il viaggio nell’Ade. Poi, lo si stendeva su un letto di legno, che veniva collocato sulla catasta di legna alla quale un parente appiccava il fuoco; si chiamava bustum, se l’incinerazione avveniva entro la fossa stessa dove poi le ossa sarebbero state ricoperte di terra, ustrinum invece il luogo dove si innalzava la pira, lontano da quello della sepoltura. L’incinerazione fu un uso prevalente dall’età repubblicana a tutto il I secolo d.C., tranne che nel caso di bambini morti in tenera età e di adulti colpiti dal fulmine.
Le ossa, lavate con latte e vino, venivano deposte entro anfore, in urne di ceramica, di vetro, d’alabastro, in cassette di laterizi, più raramente di marmo; l’urna di vetro, una specie di bottiglia a bocca larga, più spesso destinata alle donne, a volte era inserita entro un’anfora segata, ma avveniva anche che le ossa fossero posate liberamente sulla nuda terra. Tutt’attorno si posavano oggetti d’uso o cari al defunto, attrezzi di lavoro, gioielli, balsamari, giocattoli, alcuni dei quali — e la stessa disposizione in cui venivano posati — rivestivano un significato magico e rituale (per es. i chiodi, gli specchi). La tomba si considerava consacrata soltanto a seguito del sacrificio d’un porco. ossi di animali trovati sulle tombe possono essere residui del banchetto funebre consumato sùbito dopo le esequie e ripetuto nove giorni dopo, oppure alimenti destinati al morto; entro la tomba stessa si versavano libagioni offerte ai Mani.
Il calendario romano segna molte date dedicate alla celebrazione dei defunti: i parerntalia, nell’anniversario della morte, i Feralia in febbraio, i Lemuria — giorno in cui le anime, lasciate libere, cercavano di tornare nelle loro case, in maggio. Il capo famiglia, voltando le spalle alla porta, recitava una formula di scongiuro per allontanarli e gettava a terra una manciata di fave (Ovidio, Fasti, V, 431-444) — l’uso delle fave dolci, consumate il giorno dei morti a Roma (2 novembre) è una inconsapevole reminiscenza, benché in altra stagione, di quel rito remoto.
Dato che le sepolture si trovavano lungo le strade consolari, l’iscrizione rappresenta l’appello postumo del defunto ai vivi, passanti o viaggiatori. In essa, chi non è più vuole attirare ancora l’attenzione e fermare per un momento quel flusso incessante di umanità che scorre davanti a lui, e, nel riassumere la propria esistenza, esprime nella forma più genuina e più breve (appunto, lapidaria) la scala dei valori del suo tempo, la sua concezione della vita e del destino umano.

LIDIA STORONI MAZZOLANI

Pagine XI-XII

Nietzsche, il vulcanico

Nietzsche, il vulcanico
«Il segreto per raccogliere dall’esistenza la fecondità più grande e il più grande godimento, si chiama: vivere pericolosamente. Costruite le vostre case sul Vesuvio» scriveva Nietzsche nella Gaia Scienza, nel 1882.
Un’evocazione del sud, focoso e dionisiaco, nelle pagine di un pensatore del nord attratto magneticamente dalla lucente effervescenza solare del mediterraneo e dal suo sottosuolo vulcanico anche in senso ifiosoflco. Da questa traccia, un filosofo venuto dal profondo sud, Antimo Negri, risale in un suo denso volume per rintracciare il senso profondo della nuova scienza secondo Nietzsche. Una scienza gaia e ridente che si beffa delle proposizioni universali, fredde e oggettive, e si apre alla poesia che sola può restituire l’incanto al mondo.
Aleggia nelle pagine di Negri, il riferimento bacchico, dionisiaco a Nietzsche.

D’altronde lo stesso pensatore tedesco aveva già nel 1870 definito Dioniso “lo scopo della esistenza”. La conoscenza tragica, eroica e ludica è in realtà per Nietzsche la vera, sola conoscenza. Ovvero non cerca l’essenza della vita ma i suoi specchi, ustori e deformati.

Antimo Negri
Nietszche. La scienza sul Vesuvio
Laterza

Da “L’Italia settimanale, 15 giugno 1994, pagina 61

Il noce di Benevento, La Stregoneria e l’Italia del Sud

Paolo Portone
Il noce di Benevento, La Stregoneria e l’Italia del Sud
Xenia, Milano, 1990
Narra la leggenda che ai tempi del ducato longobardo, a due miglia fuori dalla città di Benevento, un serpente di bronzo appeso a un albero di noce era meta di culto idolatrico: la soppressione di questo culto pagano e lo sradicamento della «superstiziosa noce» era quanto chiedeva il cielo per la salvezza di Benevento dall’assedio bizantino. L’albero di noce venne sradicato da San Barbato, ma il suo culto resisté tenacemente tanto che lo stesso albero, «grandissimo e verdeggiante anco di mezzo inverno», ricompariva nelle notti del sabba: questo, almeno, testimoniarono le «streghe» ai processi inquisitoriali di tutta Italia. L’opera di Paolo Portone inquadra la stregoneria meridionale entro l’ampia cornice europea, mostrando come nell’Italia del Sud la caccia alle streghe abbia avuto un carattere assai meno sistematico e feroce che nel resto del continente. Notevoli quanto singolari sono le pagine in cui l’Autore, con la collaborazione di un gruppo di farmacologi, studia la composizione degli unguenti usati dalle «streghe» prima del volo verso il sabba: alla loro base erano erbe velenose come la belladonna, lo stramonio e il giusquiamo, dotate di proprietà allucinogene. Il volo verso il magico noce si rivela così volo della memoria, fuga della visione, sete del fantastico.

Dalla quarta di copertina

I MISTERI DI MITHRA, Cosmologia e salvazione nel mondo antico

DAVID ULANSEY
I MISTERI DI MITHRA, Cosmologia e salvazione nel mondo antico
Edizioni Mediterranee, Roma, 2001
Una nuova spiegazione delle origini dei misteri mitriaci basata sulla constatazione che la strana iconografia appartenente al culto tributato in epoca romana (dal I al IV secolo d.C.) al dio Mithras — derivazione, secondo Io studioso Cumont, del dio iranico Mithra — è un complesso codice cosmologico creato da una cerchia di filosofi e scienziati per tradurre in simboli la loro dottrina occulta.
Gelosamente custodita, la conoscenza esoterica di questa potente divinità era ritenuta una chiave di accesso privilegiata ai favori che essa poteva elargire: la liberazione dalle forze del fato che risiedevano nelle stelle e la protezione dell’anima durante il suo tragitto, dopo la morte, attraverso le sfere planetarie. Mithras era in grado quindi di accompagnare l’uomo nella sua esistenza terrena e ultraterrena e di portare a salvazione la sua anima.
Da questo punto di vista lo studio del mitraismo è estremamente importante per comprendere la matrice culturale da cui prese le mosse una religione ben più rilevante e duratura: il cristianesimo. Le due fedi furono infatti sorelle, si diffusero grosso modo nella stessa epoca e nella medesima area geografica, cercando di dare risposte differenti a un identico desiderio di trascendente.
Dalla quarta di copertina.