domenica 27 gennaio 2008

Cupole, obelischi, archi trionfali, piante e animali: viaggio nei simboli e nei miti dell’antica Roma

Cupole, obelischi, archi trionfali, piante e animali: viaggio nei simboli e nei miti dell’antica Roma

Il viaggio potrebbe incominciare dal fico ruminale e dalla cesta con Romolo e Remo, destinati a morire come frutti illegittimi della vestale Rhea Silvia. La cesta «non venne trascinata dalla corrente impetuosa del Tevere che era straripato lambendo il Palatino, ma si arenò miracolosamente in un’insenatura fangosa, proprio sotto il fico selvatico», in un luogo dove era venerata Rumina, dea che presiedeva all’allattamento. Così il fico venne chiamato ruminale. Cupole, obelischi, archi trionfali, ma anche piante e animali, dal mitico fico selvatico alle salamandre sulla facciata di San Luigi dei Francesi. Tutta Roma è una costellazione di simboli che attraversano tre millenni di storia, spesso celati in monumenti che sembrerebbero pure decorazioni: come la fontana delle Tartarughe che idealmente raffigura il motto coniato da Augusto, «Festina lente» ovvero «Affrettati lentamente», ispirato a una massima di Aristotele secondo la quale si deve rapidamente mettere in pratica ciò che si è deliberato, ma soltanto dopo aver riflettuto lentamente. Alfredo Cattabiani, studioso di simbolismo e di tradizioni popolari, ricostruisce nel suo libro la mappa dei simboli fondamentali di Roma rivisitando anche i miti ad essi collegati, da quelli della fondazione della città fino alle leggende meioevali.

SIMBOLI, MITI E MISTERI DI ROMA, di Alfredo Cattabiani, Newton & Compton editori, euro 8,90

dal "Corriere della Sera"

L’anticristiano. Imprecazione sul cristianesimo

Friedrich Nietzsche
L’anticristiano. Imprecazione sul cristianesimo
A cura di Anna K. Valerio e Franco G. Freda. Collezione: ‘Alter Ego’. Edizioni di Ar. Euro 19,00. (Testo in lingua tedesca a fronte).


Il cristianesimo contro cui Nietzsche ‘impreca’, dalle pagine di questo straordinario testo del 1888, compendia tutte le caratteristiche del mondo moderno. Il suo insorgere mediante la predicazione evangelica, «la madre di tutte le rivoluzioni», rappresentò il momento storico in cui la regressione cominciò ad accellerare. Lungi, dunque, dall’essere il pamphlet di un risentito, dettato dall’imminenza delle tremenda follia, L’anticristiano è il libro per eccellenza filosofico - composto dall’«ultimo grande filosofo europeo» -, che nasce dall’intima necessità di trovare la definizione per il paesaggio décadent, di comprenderne la natura radicale, la genitura profonda. Tutto ciò, al fine di riuscire ad immaginare, per contrasto, il cosmo che porti il segno opposto. Senza liberare l’atmosfera circostante dalla caligine cristiana, era impossibile, per Nietzsche, pervenire a quall’intreccio di serenità e sobrietà e severità - l’«economia del grande stile» - che, innestato sull’indole dell’uomo di genio, consente il dispiegarsi di una vera liturgia del sapere, e si pone, in questa opera capitale, quale terminus ad quem della pratica filosofica (dal risvolto di copertina).

Gli dèi della Grecia. L'immagine del divino nello specchio dello spirito greco



Walter Otto
Gli dèi della Grecia. L'immagine del divino nello specchio dello spirito greco
Adelphi, 2004, pp. 348, € 42.00, collezione ''Il ramo d'oro''.


Nota di copertina

Appassionante ricostruzione dell'universo religioso greco, questo lavoro avvicina il lettore alle figure della religione olimpica attraverso un duplice percorso: analizza da un lato il sostrato culturale dei dodici dei olimpici, dall'altro li presenta come esseri che, grazie alle loro divine epifanie, vivono una vita inesauribile. Raccontati in uno stile alto e insieme capace di filtrare un'impeccabile dottrina, questo testo ha costituito un modello per intere generazioni di studiosi e per chi, come Heidegger, ha sempre guardato a Otto come a un illuminato interprete del passato. Questa edizione è arricchita da un saggio inedito su Zeus, la divinità suprema che ancora mancava all'appello nel testo originale tedesco. Appassionante ricostruzione dell'universo religioso greco, questo lavoro avvicina il lettore alle figure della religione olimpica attraverso un duplice percorso: analizza da un lato il sostrato culturale dei dodici dei olimpici, dall'altro li presenta come esseri che, grazie alle loro divine epifanie, vivono una vita inesauribile. Raccontati in uno stile alto e insieme capace di filtrare un'impeccabile dottrina, questo testo ha costituito un modello per intere generazioni di studiosi e per chi, come Heidegger, ha sempre guardato a Otto come a un illuminato interprete del passato. Questa edizione è arricchita da un saggio inedito su Zeus, la divinità suprema che ancora mancava all'appello nel testo originale tedesco.

martedì 22 gennaio 2008

Da Bosch e Bruegel a Bacon: quando il male genera capolavori

Corriere della Sera 22.1.08
Iconologia. Torna, dopo cinquant'anni, il celebre saggio sulla pittura firmato da Enrico Castelli
C'è del demoniaco in quell'arte
Da Bosch e Bruegel a Bacon: quando il male genera capolavori
di Gillo Dorfles

Ma il diavolo esiste davvero? Lo si voglia chiamare — come Giovanni nell'Apocalisse — «Drákon mégas», «Diábolos» o «Satanàs» o, più confidenzialmente, Belzebù; o lo si voglia persino distinguere (stando a Rudolf Steiner) nelle due «entità» malefiche di Lucifero — l'angelo ribelle — e di Arimane — il promotore del materialismo più spinto... comunque sia, nei nostri tempi di diabolicità maligna e di fondamentalismi perniciosi, il diavolo non scherza. Sicché è il momento più propizio per la ristampa, dopo mezzo secolo, di un celebre testo come Il demoniaco nell'arte di Enrico Castelli (a cura di Enrico Castelli Gattinara; introduzione di Corrado Bologna). Quando Castelli — nel suo «Archivio di filosofia » (1931-1981) di cui era stato il fondatore, e nei famosi «Incontri dell'Epifania», svolti per più d'un decennio a Roma — aveva affrontato il vasto tema dei rapporti tra filosofia dell'arte, simbolismo e teologia, forse non si era del tutto reso conto di aver «precorso i tempi»: quei tempi che il nipote Enrico Castelli Gattinara nella premessa al volume ricorda come quelli che «non a caso seguirono la conclusione di quell'immenso e tremendo trionfo della morte che fu la Seconda guerra mondiale».
Castelli aveva dietro di sé una lunga serie di studi attorno ai problemi di un'interpretazione teologica-antropologica dell'arte e nel suo libro conduceva a fondo un'analisi rivolta soprattutto all'arte tra il XIV e il XVII secolo dei diversi artisti nordici e fiamminghi (da Bosch a Bruegel, da Cranach a Patinir, da Huys a Dürer), che nelle loro opere avevano illustrato i tenebrosi meandri del demoniaco, della kabala, dell'alchimia. Categorie come il «tremendum», il «celato» e il falso, lo «sdoppiato» invadono e circondano i personaggi di molte delle opere considerate e costituiscono la base di un'arte che nel compiacimento dell'orrido, del deforme, o del falso paradisiaco, riusciva a raggiungere spesso straordinarie atmosfere, di terrore e di subdolo fascino. Basti riflettere sul «Giardino delle delizie » di Bosch o sulle «Tentazioni di Sant'Antonio»; o al «Trionfo della Morte» di Bruegel.
Chi, come chi scrive, ricorda ancora con nostalgia l'atmosfera dei seminari (che ebbe la fortuna di poter seguire) non ha dimenticato il loro tenore davvero insolito per l'incontro di dottrina e fantasia e per la presenza di eccezionali studiosi come Ricoeur e Gadamer, Kerenyi e Chastel e di religiosi, non solo cattolici, Jean Daniélou o Raimundo Panikkar (il gesuita-buddista), ma anche protestanti, valdesi, nonché di psicologi e psicanalisti, come Minkowski, Starobinski. Persino di personaggi eterodossi come Jacques Lacan parteciparono agli incontri, e ricordo l'interesse un po' sospettoso, che provocò la sua presenza e soprattutto alcune sue spericolate argomentazioni. In effetti, uno dei grandi meriti di Castelli fu proprio quello di voler porre a confronto personaggi così antitetici come teologi di stretta osservanza e studiosi di indirizzo fenomenologico (Paci) o simbolico (come Kerény). Lo sottolinea anche — nella sua illuminante introduzione — Corrado Bologna: «Castelli lentamente elaborò la sua categoria del demoniaco e trovò una maniera per sublimarla dalla vita alla parola». E infatti il grande merito del libro è stato — ed è ancora — di aver conferito al concetto di demoniaco non solo una valenza teologica ma anche una rivolta all'attività artistica ed esistenziale: un fatto che anche l'arte degli ultimissimi tempi doveva confermare. In altre parole dimostrando come sia improprio, al giorno d'oggi, parlare di «brutto» e di «cattivo» nell'arte, perché il «cattivo » può essere più bello del «buono»: quanto spesso abbiamo visto che il cattivo ispira bellissime immagini e il buono soltanto episodi del peggior kitsch. Tanto più quando c'è di mezzo il diavolo è preferibile non identificare etica con estetica: la buona vecchia «kalokagathia» greca è ormai scomparsa. E basterebbe osservare quanto accade ed è accaduto a certa arte dei nostri giorni: da Beuys a Bacon, da Acconci a Stelarc, a Nitsch e compagni azionisti viennesi (meglio perderli che trovarli, di solito, salvo quando sono dei veri geni come Günter Brus). Ebbene, in molta di questa «arte degenerata» (non quella definita così dai nazisti, che comprendeva anche Klee e Kandinsky) l'aspetto estetico prevale su quello etico; il compiacimento dell'orrorifico, del lubrico, del deforme, come avveniva anche nel grande Bosch o in Patinir, è in grado di suscitare capolavori; mentre gli zuccherosi pensieri di un'ipocrita «bontà» non producono che sterili paesaggini e sbiadite nature morte. Ecco, dunque, come il demoniaco di Castelli, con l'esaltazione dei capolavori fiamminghi proprio nelle loro più allucinate invenzioni del malefico, dell'alchemico, dell'eretico, costituisce ancora un trattato affascinante dello spartiacque e insieme dell'indissolubile coabitazione del bello e del brutto, del buono e del cattivo nell'arte di tutti i tempi.

Renato Poggioli. Una vittima illustre delle censure del Pci

La Repubblica 22.1.08
Renato Poggioli. Una vittima illustre delle censure del Pci
di Mario Pirani

L´ostracismo all’antologia dello slavista Renato Poggioli
Quando il Pci censurò i poeti russi dell´Einaudi

Lo slavista fu attaccato per aver raccolto nell´antologia"Il fiore del verso russo" i poeti perseguitati da Stalin. Nel centenariodella nascita Harvard, dove ha insegnato, lo celebra, in Italia è dimenticato
L´emblematica vicenda va collocata nei primi anni del dopoguerra quando la guerra fredda si allarga a tutti i domini della cultura
Ebbe rapporti con numerosi editori italiani e con Einaudi l´avvìo è folgorante: "siamo incantati, gli scrive Cesare Pavese, della Sua proposta"
Dall´America dirigeva la rivista "Inventario" che ebbe un taglio internazionale con contributi di Eliot, Nabokov, Lowell, Ungaretti e Quasimodo
Quando esce il "Fiore" Einaudi cerca di prendere le distanze dall´antologia con una prefazione, ma ai comunisti questo non basta

Tre Università americane – Massachusetts, Brown ed Harvard – hanno organizzato nelle rispettive sedi per tre giorni consecutivi (25, 26, 27 ottobre) un simposio internazionale di studi su Renato Poggioli (1907-1963) nel primo centenario della nascita. Dal 1946 fino alla morte ricoprì ad Harvard la cattedra di letteratura comparata ma, pur essendo trascorsi oltre quarant´anni, resta un personaggio assai noto fra gli studiosi statunitensi interessati alla slavistica e all´italianistica (il suo libro più celebre, Il fiore del verso russo del 1949, viene ancor oggi ristampato). In Italia, per contro, ha subito una vera e propria damnatio memoriae, malgrado la sua figura sia stata di primo piano soprattutto per la cultura del nostro Paese. Non, però, la polvere inesorabile del tempo ha ricoperto le orme lasciate da Poggioli ma l´impalpabile rimozione ideologica indotta dalla guerra fredda e dagli effetti che la pavida osservanza dei dettami stalinisti ebbe in quella stagione su larga parte degli intellettuali, anche fra i migliori, e dell´editoria più prestigiosa.
Lo provano la corrispondenza fra Poggioli, Pavese, Giulio Einaudi, Vito Laterza, Eugenio Montale, Paolo Milano, Isaiah Berlin ed altri, fornitaci dalla figlia Sylvia, e gli esaurienti riscontri analizzati a suo tempo da Luisa Mangoni nella sua monumentale storia della casa editrice Einaudi (Pensare i libri, Torino 1999, Bollati Boringhieri). L´emblematica vicenda cultural-editoriale va collocata nei primissimi anni del dopoguerra, quando la guerra fredda si proietta anche nella battaglia delle idee e si allarga a tutti i domini della cultura, dalla letteratura alla musica, dalla biologia alla linguistica, dalle arti figurative alla storiografia.
Secondo i dettami di Stalin e di Zdanov, cui è affidata la gestione dell´ideologia, la produzione culturale deve essere rigidamente «realista nella forma, socialista nel contenuto». Se nell´Urss e nei paesi del «socialismo reale» la mancata osservanza di questo schema porterà a pesanti persecuzioni con conseguenze tragiche, lunghi internamenti nei gulag, spietate esecuzioni, disperati suicidi, in Occidente, soprattutto in Italia e Francia dove grande è la forza dei partiti comunisti, gli ukase di Zdanov si tradurranno in condanne ideologiche, rotture politiche, censure editoriali, velenose polemiche. Certo, in Italia l´ortodossia è stemperata dal filtro gramsciano, dalla duttilità togliattiana, dalla specificità originale del Pci, ma la radice persecutoria resta pur sempre di marchio stalinista e, soprattutto nella prima fase della guerra fredda, è saldamente coerente con quella impronta.
L´avventura letteraria di Renato Poggioli si colloca in quel contesto, pur se le premesse germogliano nel decennio precedente quando studia e si sposta per approfondire le conoscenze linguistico letterarie a Vienna, Praga e Varsavia. In quegli anni, però, punto di riferimento, per prolungati soggiorni, è Firenze, la città natìa. Così lo ricorderà molti anni dopo Carlo Bo in un articolo rievocativo della vita letteraria fiorentina negli anni Trenta: «All´epoca c´erano a Firenze due università, la prima la statale a piazza San Marco, le seconda che aveva tante succursali quanti erano i caffè di Firenze, dove a seconda dell´ora si riunivano scrittori, alcuni già famosi, la maggioranza principianti. Renato Poggioli era il Presidente di questa anonima università ed ogni giorno teneva lezione su una gamma di argomenti letterari». In un altro articolo, apparso nel ‘63 sull´Europeo, Bo definirà Poggioli come «il maestro dei nostri primi passi... conosceva letterature che noi ignoravamo e, infatti, è stato merito suo se già da allora abbiamo potuto affrontare poeti come Anna Achmatova e Pasternak.
Poggioli arrivava puntualmente tutte le mattine, verso mezzogiorno, con un nuovo libro sotto il braccio e teneva lezione: una lezione estremamente viva, poco o niente accademica... Molti anni dopo si seppe che aveva approdato in America e insegnava in una di quelle università. Oggi è un maestro di Harvard (era titolare di slavistica e letteratura comparata, ndr)». E, infatti Poggioli, che nel frattempo si era sposato con una allieva italiana di Ortega y Gasset, Renata Nordio, informato che le autorità fasciste diffidavano della sua attività e stavano per prendere misure contro di lui, era riuscito nel 1938 ad emigrare in America, anche grazie ai rapporti della moglie con Gaetano Salvemini, già esule negli Stati Uniti. E qui si legò politicamente con la Mazzini Society e con gli antifascisti che gravitavano, appunto, attorno a Salvemini. Se la guerra interruppe i rapporti con l´Italia, questi ripresero immediatamente con la Liberazione in due direzioni. La prima fu la fondazione, assieme ad un suo amico fiorentino, il poeta Luigi Berti, di una rivista unica nel suo genere che battezzò Inventario cui ambiva affidare il compito di sprovincializzare la cultura italiana. Usciva a Firenze – editore Parenti – ma Poggioli la dirigeva dall´America. Durò fino al 1963 – anno della morte quasi contemporanea dei due promotori – ed ebbe un taglio internazionale senza confronti, dovuto appunto al prestigio di Poggioli che era riuscito a far confluire nel comitato direttivo nomi come T. S. Eliot, Vladimir Nabokov, Jorge Guillen, Robert Lowell, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Pedro Salinas, Allen Tate ed altri. Tra i collaboratori, fin dal primo numero, Thomas Mann e St John Perse. Contemporaneamente Poggioli avviò una sua periodica collaborazione di critica letteraria con Il Mondo di Pannunzio.
Nello stesso tempo s´impegnò con uno slancio davvero straordinario nel tentativo di imprimere un profilo cosmopolita all´asfittica vita culturale italiana tessendo un carteggio imponente con gli editori americani perché scoprissero poeti e scrittori italiani ma, soprattutto, rivolto ai maggiori editori del nostro paese, da Einaudi, il suo preferito, a Bompiani, da Laterza a Guanda, da Mondadori a Neri Pozza, ecc. fornendo a tutti note, schede, proposte motivate, suggerimenti riguardanti romanzi, saggi critici e politici, poesie. Il carteggio è di grandissimo interesse. Montale scherzosamente si dichiara «un po´ vergognoso di scrivere a un full professor giunto tanto in alto», si dilunga sull´invio di testi, destinati ad editori americani, accenna a due suoi scritti che potrebbero venir tradotti per il pubblico d´Oltreoceano e spiega che sono «apparsi su Società, la rivista paracomunista che stampa Einaudi. Io, però, non ho trovato asilo nel p. c.; sono politicamente roofless (senza tetto, ndr) e tale mi manterrò se potrò, dopo molte delusioni». Tra gli editori vi è chi ringrazia come Valentino Bompiani che in data 7 settembre 1946 scrive: «Io penso che la sua attività sia di grande importanza per la letteratura e l´editoria italiana e per parte mia sarò lietissimo se in qualunque momento e in qualunque modo riuscirò a dimostrarle la mia gratitudine». E vi è chi declina, come Vito Laterza, che otto anni dopo, il 17 novembre 1954, avendo ricevuto da Poggioli alcune schede di segnalazione che comprendono il Diario parigino di Trotzkij e altri saggi storico-sociologici sull´Urss e sulla Cina di Mao, tutti curati dalla Harvard University Press, dichiara: «La situazione culturale e politica del nostro Paese è così tesa che affrontare certi argomenti comporta rischi notevoli, ma soprattutto fastidiosi. Un´opera sul comunismo o sulla Russia, anche se disinteressata e seria e obbiettiva, si presta a impensate critiche e a impensate lodi, e comunque sempre a reazioni assai poco pertinenti... se il libro critica alcuni aspetti negativi di quell´ideologia e di quella società, ci sarà sempre qualcuno che ne trarrà spunto per discorsi volgarmente anticomumisti e intimamente reazionari». Con Einaudi l´avvìo è folgorante: «Tanto io che Einaudi – gli scrive Cesare Pavese – siamo incantati della Sua proposta di collaborazione con noi». Sarà l´inizio di una corrispondenza fittissima che culminerà nel 1949 con la pubblicazione dell´opera che sta più a cuore a Poggioli, Il fiore del verso russo, una sua antologia critica e storica della poesia russa tra Ottocento e Novecento, con particolare riguardo alle correnti decadenti, simboliste e futuriste a cavallo della Rivoluzione di Ottobre «che pesa ancora – scriverà nel prologo – come una promessa e una minaccia sulla Russia, sull´Europa e sul mondo». Un ampio saggio, corredato da biografie e note, guida il lettore alla lettura di grandi lirici, in quel tempo quasi sconosciuti in Occidente, dalla Achmatova a Pasternak, da Mandelstam ad Essenin, da Block a Majakovskij alla Cvetaeva non tacendo della tragica fine di molti, perché «la nuova età, spietata come ogni cosa barbara e naturale, molti di loro anche uccise, o con le armi o con il solo suo avvento». A questo punto l´idillio con la Einaudi subisce gravi contraccolpi anche se le prime avvisaglie sembrano ancora amichevoli. Il 5 ottobre 1949 Pavese scrive a Poggioli: «Oggi il Fiore entra in stampa: suoni le campane. Einaudi che scorre i libri soltanto in ultime bozze ha deciso, per varie ragioni, di premettere al Fiore una sua avvertenza... La veda, mi pare piccante». Accenna poi in termini entusiastici ad un altro libro che Poggioli sta scrivendo per la casa editrice sulla cultura d´avanguardia e dichiara: «Ho letto l´altra puntata dell´Arte d´avanguardia e sono sempre più interessato e impaziente di averla tutta fra le mani per fare il libro». Ma cosa è questa inconsueta prefazione dell´editore ad un libro da lui pubblicato? Lo ha raccontato con dettagli strabilianti Luisa Mangoni (opera citata) riportando quale irritazione stesse montando nel gruppo dirigente del partito quando trapela che sta per essere pubblicato da un editore considerato amico un libro che cita le persecuzioni staliniste contro i maggiori poeti russi. Giulio Einaudi tenta, quindi, di prendere qualche distanza dal Fiore, pur senza sconfessarlo. «A noi preme osservare – scrive nella prefazione – che l´interpretazione che l´antologista dà dello sviluppo di questa poesia e l´asprezza di qualche suo giudizio sulle sue più recenti vicende, sono testimonianza, una fra le molte, della crisi della cultura contemporanea, della sua tragica mutilazione e fungibilità di valori».
Nel frattempo la discussione coinvolge tutto il gruppo di intellettuali che facevano capo all´Einaudi (oltre Pavese, Antonio Giolitti, Felice Balbo, Natalia Ginzburg, Carlo Muscetta, Francesco Jovine ed altri), che in una riunione apposita convengono sulla opportunità di orientare i recensori che scriveranno sui giornali comunisti perché la critiche siano almeno rispettose.
In proposito Carlo Muscetta scrive ad Einaudi che si atterrà a questa sollecitazione anche se giudica il testo «sostanzialmente schifoso». La Ginzburg, per contro, rivolgendosi a Jovine sostiene che sarebbe bene recensisse lui il «bellissimo volume... anzitutto perché altri difficilmente saprebbero apprezzare sia le finezze della traduzione che il commento, e poi perché trattandosi, come vedrai di un libro che non può non essere attaccato sull´Unità, avremmo caro fossi tu ad attaccarlo alla luce dell´intelligenza e dell´intendimento poetico, col criterio e il discernimento che meritano e Poggioli e il volume». Infine Antonio Giolitti, come ultima istanza, pensa a Togliatti e chiede di vederlo. Togliatti, però, è in viaggio e Giolitti, per saggiare il terreno, sottopone una delle prime copie a Felice Platone, molto vicino al capo del partito. La reazione è drastica e Giolitti, con una lettera ne informa Torino: «L´amico filosofo (per il nome, evidentemente, ndr) ha annusato il fiore e ne è rimasto disgustato: addirittura si è posto la domanda se Einaudi possa continuare ad essere l´editore di certe opere complete.
Ritiene – e in coscienza non so dargli torto – che quel libro superi ogni più largo limite consentito. La missione presso il principale si fa assai delicata». E, infatti, pochi giorni dopo Togliatti rientra a Roma e telegrafa ad Einaudi invitandolo a sospendere «edizione miei scritti da me non autorizzata». Mentre sul Corriere Montale recensisce il Fiore con un lungo articolo, ricco di lodi, sui giornali del Pci appaiono articoli in cui si accusa Poggioli di essere un agente al soldo degli Stati Uniti e si lasciano trasparire velate minacce all´Einaudi.
I rapporti tra Botteghe Oscure e la casa editrice minacciano di volgere al peggio. Non resta per ricomporli che sacrificare Poggioli sull´altare della ragion politica.
Pavese gli manda una lettera in data 16/2/1950 in cui rinnega l´impegno a pubblicare il secondo libro, Teoria dell´arte d´avanguardia, con questa parole: «Il libro non si fa... Si tratta di non liquidare l´unità del consiglio editoriale insistendo sul Suo nome: se Einaudi lo facesse, si troverebbe praticamente l´indomani senza i collaboratori, che, bene o male l´hanno fatto chi è, e si precluderebbe un largo nascente pubblico... Badi, però, che il Suo rifiuto – "né rosso né nero" – significa attualmente in Italia "sospeso tra cielo e terra", "né dentro né fuori", "né vestito né ignudo" – insomma una situazione quale soltanto Bertoldo seppe sostenere e con una facezia dopo tutto. In Italia, ripeto, non so altrove». Il libro verrà pubblicato dal Mulino nel 1962, ma, per quanto riguarda la pubblicistica di sinistra, il nome di Poggioli, che morirà in un incidente d´auto nel 1963, sarà totalmente bandito. Con effetti che andranno anche al di là dell´ambito culturale cosiddetto progressista. Nel ´98 Carlo Bo si rammarica del velo di silenzio caduto su un intellettuale benemerito per la cultura italiana «tanto che il suo nome non si trova neppure nella Treccanetta, dove di Poggioli c´è soltanto il regista». Del resto neppure l´ultima Garzantina ne fa cenno. La damnatio memoriae, infatti, si perpetua ancora oggi. Nel centenario della nascita di Pavese la Einaudi ha deciso infatti l´uscita di un volume sulla sua attività di editor della casa editrice e il curatore si è rivolto alla figlia di Poggioli, Sylvia, per ottenere l´assenso alla pubblicazione del carteggio tra i due, ben 59 lettere. In questi giorni marcia indietro: l´Einaudi ha informato che pubblicherà solo le lettere dei collaboratori regolarmente stipendiati dalla casa editrice.
Poggioli non era tra questi e lo scambio epistolare tra lui e Pavese resterà inedito. L´ombra di Zdanov si proietta ancora su via Biancamano?

Ragazze di Riad. Sotto il velo, tutto

l’Unità 22.1.08
Ragazze di Riad. Sotto il velo, tutto
di Maria Serena Palieri

RAJAA ALSANEA è la giovane autrice d’un romanzo diventato un manifesto in Arabia Saudita. Perché, in un Paese dove alle donne è proibito votare come guidare, rivendica il diritto più fondamentale, quello all’amore. L’abbiamo incontrata

Rajaa Alsanea ha un bel viso, accuratamente truccato, con sopracciglia all’ultima moda, scolpite di sicuro da un eyebrow designer, un viso fresco di ventisettenne incorniciato da un hijab, il velo islamico che copre i capelli e il collo, d’un rosa civettuolo e adorno di tulle. Indossa una giacca bianca e nera, pantaloni neri, scarpe col tacco, e, alle mani curate col french manicure, ostenta una pietra enorme e scintillante, forse un diamante alla Mille e una notte, più probabile sia un topazio dal taglio «briolet». Vedete quanti dettagli di stile sono necessari per descrivere la femminilità originale d’una ragazza musulmana che ha scelto di vivere in un luogo tutto proprio: sul piccolo ponte volante che, per lei, unisce l’Arabia Saudita, il suo paese di provenienza, e Chicago, Usa, dove frequenta il dottorato in odontoiatria. Rajaa Alsanea, aspirante dentista, è l’autrice di Ragazze di Riad, un romanzo che arriva oggi nelle nostre librerie (per Mondadori, nella traduzione di Valentina Colombo e Berthe Smiths-Jacob, pp. 332, euro 18) e che, dal 2005 quando è uscito nei paesi arabi, le è valso molti appellativi. Uno per tutti: Rajaa è, simbolicamente, la prima «ministro per le pari opportunità» dell’Arabia Saudita.
Qamra, Michelle, Lamis e Sadim sono le quattro ragazze di Riad, appartenenti a un’élite ricca e istruita, delle quali il libro racconta la vicenda: a narrarla è una misteriosa quinta ragazza che ne svela lo svolgersi, episodio dopo episodio, a una mailing list, seerehwenfadha7et, nome che tradotto suona come «vite messe a nudo». Tutto comincia col matrimonio di Qamra con lo sposo destinatole dalla famiglia, Rashid, al party per sole donne dove le altre ragazze possono, «con moooderazione» è il comando, sorridere, esibirsi, danzare, sperando, come giumente al mercato, di colpire l’attenzione delle invitate anziane dotate di figli maschi e patrimoni familiari cospicui, insomma le potenziali suocere. Perché Ragazze di Riad, con la spigliatezza della comunicazione internettistica, racconta attraverso quale filo spinato di veti patriarcali, religiosi, tribali, di casta, si svolga, nel terzo millennio, la vita amorosa delle giovani saudite, condannate a matrimoni combinati. Ragazze, queste, per il resto, iscritte a Medicina come a Informatica. Ragazze di Riad viene promosso come il Sex and the city saudita. A noi è apparso piuttosto come una tragedia narrata con una penna leggera, di piuma.
I diritti interdetti al genere femminile, in Arabia Saudita, sono molti: dal voto alla guida della macchina. Perché lei, Rajaa, ha scelto di concentrarsi sul diritto all’amore?
«I diritti preclusi a noi donne saudite sono diversi e cambiano a seconda dei gruppi sociali e delle classi. Io, per esempio, sono cresciuta in una famiglia disponibile, che non ha aggravato con divieti propri quelli già ufficiali. Così ho capito che ciò che conta universalmente, per tutte e per tutti, è il diritto all’amore. Tutti patiscono per questa negazione. È un tema delicato. E, se non siamo noi a parlarne, non sarà certo il governo a farlo. Alcuni diritti fondamentali sono già in discussione nel Paese. Ma altri, non tangibili, non ci verranno accordati, se non ci batteremo».
«Ragazze di Riad» è stato definito il primo esempio di «chick lit» arabo. Lei si sente vicina alla creatrice di «Bridget Jones» e alla «narrativa per gallinelle»?
«Da noi, di chick lit non ne abbiamo. Da noi, neanche i critici più sofisticati mi hanno appaiato a questo genere. Certo, ho usato un linguaggio vicino alla generazione più giovane. Non sono ricorsa a quello classico, metaforico, della nostra tradizione narrativa. Ho inaugurato uno stile. E, dal 2005, sono centinaia i romanzi che hanno seguito il nuovo filone».
Ha avuto problemi con la censura di Riad? E quali reazioni ha suscitato il libro nel pubblico saudita?
«Gli editori arabi si rivolgono a uno stesso mercato comune che usa una identica lingua. Perciò sono ricorsa all’espediente classico, mi sono rivolta a un editore in Libano, paese liberale, e ho bypassato, così, la censura ministeriale. A destra come a sinistra, nel rifiuto come nell’accoglienza positiva, mi sono imbattuta in reazioni forti. Sui giornali è nato un dibattito, nello stesso giorno sono apparsi anche dieci articoli, io stessa ho ricevuto decine di migliaia di e-mail. Per la prima volta un romanzo affrontava argomenti come l’amore, i matrimoni combinati, il rapporto tra sunniti e sciiti e questo è stato percepito come uno spiraglio di libertà».
Lei, per famiglia, appartiene alla stessa élite facoltosa cui appartengono le sue «ragazze»?
«Sono nata in Kuwait, dove mio padre lavorava come editore per il governo. Era un uomo con molti interessi culturali, specie il teatro. Non navigavamo nell’oro, perché eravamo sei figli. Ma la nostra famiglia era un ambiente stimolante. È stato mio padre a profetizzare “tu farai la scrittrice” quando mi vide per la prima volta, da bambina, con la penna in mano. Poi è morto, quando avevo otto anni. Oggi i miei fratelli sono diventati medici di successo e, si sa, un medico guadagna di più di un insegnante. Insomma, eccoci nella classe agiata. Ma per studio e passione, non perché siamo nati con la camicia».
Il suo romanzo è dedicato a sua sorella Rasha e a sua madre, le donne della famiglia. Com’è sua madre?
«È un’autodidatta che legge di tutto e divora film. È stata una bambina, poi una ragazza, cui il padre ha impedito di studiare, ma lo ha fatto da sola. È una persona fortissima che mi ha insegnato coraggio e indipendenza».
Studia a Chicago, ma eccola col velo. Con un romanzo ha contestato i costumi sauditi. Questo hijab, al contrario, è un modo di contestare i costumi americani?
«Fino a quattro o cinque anni fa ero come le protagoniste del mio romanzo. In Arabia Saudita portavo il velo e, appena salita sull’aereo per andare altrove, me lo toglievo. Il contrario al ritorno. Poi ho sentito che questa doppia faccia non mi corrispondeva. E ho letto il Corano per capire quali motivazioni si celino dietro questo copricapo. Ho capito che per una musulmana il velo è un dovere. Ho deciso che il messaggio che volevo inviare, col mio corpo, era questo: “Io sono la stessa, in Arabia Saudita e negli Stati Uniti. Questa del velo non è una questione di tradizione, è una questione di identità religiosa. E voi, americani, dovete capire che una ragazza musulmana può essere istruita, avere senso dell’umorismo, saper parlare dignitosamente”. Il fazzoletto copre i capelli, non la mente».
Rajaa Alsanea, personalmente, l’amore l’ha trovato?
«Di amore ci si ammala facilmente. Trovare e saper scegliere, liberamente, l’uomo giusto, questo è il problema».

lunedì 21 gennaio 2008

Kawabata. L'ultimo segreto dell'eros

La Repubblica 21.1.08
Kawabata. L'ultimo segreto dell'eros
di Pietro Citati

La bellezza femminile, la natura, la morte e il peso del passato nei cinque racconti di "Immagini di cristallo" del grande scrittore giapponese
Sensazioni lievi che si intrecciano Al narratore importa solo ascoltare e odorare la grande analogia dell´universo
Come Proust sa penetrare il dolcissimo e tremendo mistero del sonno, l´abisso che custodisce la profondità della vita

Quando leggiamo un libro di Kawabata, (Immagini di cristallo, a cura di Lydia Origlia, Einaudi, pagg. 128, euro 8,50) abbiamo la continua impressione che noi, esseri umani, occupiamo una parte piccolissima dell´universo. Siamo soltanto un dubbio prolungamento della natura: forse il nostro unico compito è quello di guardarla: non solo a Kyoto, dove raggiunge la sua forma suprema, ma dovunque o almeno in tutti i luoghi di quel paese felice che è il Giappone. Scrivere romanzi è un´arte secondaria, rispetto alla vera arte - la contemplazione della natura.
Quasi sempre, conosciamo la parte più lieve e gracile della natura. Fiori di girasole dallo stelo spezzato, fiori di ciliegio, fiori bianchi di susino, fiori rossi di pesco, bianche e fluttuanti azalee, fiori di loto con un passato di migliaia di anni, piccoli, anonimi fiori azzurri, le foglie rosse dell´acero: tre farfalle che appaiono e scompaiono tra le foglie nerazzurre di un cespuglio, libellule che volano in sciame temendo di essere inghiottite dalla notte: alberi di nespolo che estendono i rami in ogni direzione: gocce di pioggia sulle punte degli aghi dei pini, simili a fiori di rugiada improvvisamente sbocciati; e iris disegnate sulle fasce dei vestiti femminili. Non c´è mai quella grandiosa metamorfosi delle donne in fiore e degli alberi in donne, che incontriamo nella Recherche di Proust. Sia che contempli un tramonto sia che ammiri i giardini di Kyoto, Kawabata non si identifica o si trasforma in natura: è natura.
Tutti i romanzi di Kawabata sono imbevuti di un intensissimo sentimento erotico: davanti al grembo armonioso di una ragazza, il vecchio Eguchi «ne ha il fiato mozzo e le lacrime agli occhi», tanto la bellezza femminile lo sconvolge. Questo sentimento non ha quasi bisogno di venire tradotto in atti sessuali, perché pervade l´universo: l´amore per una donna comprende in sé il volo di due farfalle, il fogliame di un bosco, un vaso da fiori o un bricco di tè che conservano tracce umane, e persino un punto lontanissimo della via Lattea. Tutto odora di eros, finché l´eros si trasforma in ogni senso: - sguardo, suono, profumo, colore. Le sensazioni tenui e lievi si intrecciano. Qualche volta, Kawabata dimentica di raccontare. Gli importa soltanto vedere, ascoltare, odorare, toccare la grande analogia dell´universo: la tessitura delicatissima e compatta, che ci salva e ci imprigiona.
Quando «le piccole e fioche lanterne» dei morti brillano nella notte, ci ricordano che niente dura, la vita è caduca, e la morte abita dentro la vita. Nei romanzi di Kawabata la morte è sempre prossima, e ogni momento vecchi stanchi e giovani coppie si uccidono, in primo luogo perché il passaggio di là è così facile. Ogni istante è pieno di passato. Se afferriamo una semplice tazza da tè, ricordiamo che molte persone l´hanno conservata gelosamente, l´hanno portata con sé in viaggio e hanno lasciata sopra di lei la propria traccia: la tazza vibra, emana luce, ci comunica l´ebbrezza erotica che uno di questi morti ci ha dato durante l´esistenza. Qualche personaggio aspetta il passato: il passato fiorisce nel presente, nascondendosi dappertutto, finché forma nell´oggi come un bianco fiore di loto; e calma, placa, cancella ciò che è effimero. Ma il tempo non lascia polvere né squallore né vecchiaia né peso, come noi europei siamo abituati a credere. Se viene immersa in un vaso vecchio di trecento anni, una campanula di colore blu suscita «una sensazione di viva freschezza». La freschezza è uno dei valori supremi nei libri di Kawabata: egli ripete di continuo questa parola; e sa che può essere evocata anche da ciò che odora di tempo.
* * *
Come scriveva Mishima, nessuno scrittore giapponese ha mai rappresentato con tanta attenzione e tenerezza l´anima femminile del Giappone. Quanti visi e corpi di donne incontriamo nei romanzi di Kawabata: grandi occhi dalle iridi nere e lucenti, palpebre leggiadrissime, carnagioni luminose, pelli delicate e soavi, capezzoli rosa, orecchi minuscoli. Il puro fascino della vita sembra non avere altro luogo dove posarsi. La volontà e la violenza dei maschi si scagliano contro questi visi e questi corpi: le donne li assecondano «con un´arrendevolezza flessuosa», sembrano cedere; eppure, alla fine, tutto, uomini, case, alberi, fiori, giochi del go, tazze di tè, è imbevuto da onde di caldo profumo femminile. L´ultimo segreto della bellezza femminile è la tristezza: le donne, diceva Mishima, sono «avvolte dalla tristezza, come da una lieve foschia», che respira silenziosamente nei corpi. Quando gli occhi e le carnagioni si tingono di malinconia, un soffio celeste pervade il Giappone.
Anche la neve è femminile. Nel Paese delle nevi, tutto è bianco, gelido e diafano: la neve dell´alto paese di montagna imbeve il racconto, finché leggendo sentiamo di respirare soltanto neve. Quando è inverno, le ragazze preparano il lino chijim, impiegato per i freschissimi kimono estivi. «Il filo viene filato nella neve, la tela tessuta nella neve, lavata in acqua di neve e lasciata a sbiancare nella neve». I lini sono abbandonati sulla neve alta e, ogni mattina, colpiti dal sole nascente, si tingono di una sfumatura scarlatta. Allora la scena, dicono gli appassionati giunti da ogni parte del Giappone, è «di una bellezza incomparabile». Nessun maschio prepara i lini: solo ragazze tra i quattordici e i ventiquattro anni che hanno imparato l´arte fin da bambine; se superano i ventiquattro anni, il tessuto perde la sua lucentezza e freschezza, che si prolungano nell´estate. La neve bianca, i lini bianchi: tutto ciò allude alla purezza, alla verginità e alla morte (il bianco, in Giappone, è anche il segno del lutto), che accompagnano il mondo femminile.
Nel libro più famoso di Kawabata, La casa delle belle addormentate, il vecchio Eguchi penetra, la sera, in una strana casa di appuntamenti, dove tutto è vuoto e silenzioso. In una stanza dalle rosse tende di velluto, una ragazza ha assorbito un potente sonnifero e dorme: nelle sere successive, verrà sostituita da altre ragazze. Tutte le ragazze dormono con un respiro profondo: la mano destra sfiora il volto addormentato: le dita, nell´abbandono del sonno, si incurvano appena; la mano è bianca e morbida, ma il rosso del sangue si fa più intenso verso le punte delle dita. Nel sonno, le ragazze fanno piccoli gesti: voltano il viso, muovono le spalle, sollevano la mano sinistra e la portano alle labbra, lasciano intravedere i denti; le labbra dischiuse e le guance paiono, a volte, attraversate da un sorriso. Qualcuna profuma di peonia o di glicine. Sebbene le ragazze siano prezzolate, sono vergini. Conservano il chiuso, il difeso, il protetto, l´inconscio dell´anima femminile: quel bianco che avevamo intravisto nei lini dei kimono distesi sulla neve.
Credo che solo Proust abbia rappresentato, come Kawabata, il dolcissimo e tremendo mistero del sonno: questo luogo sconosciuto, che esiste accanto a quello diurno; quest´abisso che costeggia la nostra vita, straniero alla vita, e che pure sembra custodire la profondità della vita. Nella Recherche, Marcel penetra nel sonno di Albertine: ne possiede la mente e le sensazioni come non li possiede nel giorno; mentre Eguchi contempla soltanto dall´esterno le ragazze che dormono. Il suo è un lungo assedio. Ausculta il respiro delle ragazze, odora i profumi, sfiora i denti, respira i capelli, appoggia una guancia e passa le labbra sul dorso di una mano, sfiora, accarezza, bacia: una volta vorrebbe violare una delle ragazze. Poi rinuncia, perché capisce che nessuna violazione gli permetterà di penetrare nei corpi e nelle menti addormentate. Non saprà mai quali pensieri e sensazioni li attraversano: il sonno resta, sino alla fine, inespugnabile, - la cosa più inespugnabile dell´universo. Eppure, mentre ausculta i respiri e odora i profumi, capisce di intravedere un altro spazio, superiore al nostro: il suo è un rapporto esoterico, gli dice un amico, come se dormisse accanto a un Buddha. Contemplando il sonno delle ragazze, contempla la sorella del sonno, la morte - una morte candida, innocente, verginale -, che è l´ultimo segreto dell´anima femminile.