sabato 21 dicembre 2024

Inverno

 Inverno


Tremante vecchio colla neve al crine,

Con l’ammanto nevoso, e’l bianco mento

Spira da labri il gel, la brina, il vento,

E sembra dell’ età star sul confine.

Cerca le fiamme, e benche l’ hà vicine,

Par, che da lor non puote aver contento,

Avido un pan divora in un momento,

E par di minacciar sempre rüine.

Corrono gonfii fiumi a lui da presso,

Sembra coverto il ciel da buio eterno,

Ne par, che sïa il respirar concesso.

Fa il vento delle piante orribil scherno,

La quercia, il faggio, il pin non è l’istesso,

Il nemico dell’uomo ecco l’Inverno.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


sabato 21 settembre 2024

Autunno

 Autunno


Uomo di età viril di mosto tinto

Coronato di foglie, e varii frutti,

Mille augelli al suo piè si tien ridutti,

Coll’ uve in man di mille tralci cinto.

Alla gioia, e al piacer sembra sospinto,

Gli affanni da sua man sembran distrutti,

Crescon per esso i fiumicelli asciutti

In atto di danzar col crin discinto

Mille turbe diverse a lui d’intorno

Alzan le voci, e ognun l’ama e l’onora

Ei fa più breve, ma più dolce il giorno.

Il mondo tutto la sua possa adora ;

Invoca ognuno ansioso il suo ritorno,

Perchè egli sol sà unir Pomona, e Flore.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


domenica 14 luglio 2024

Dall'Eridano di Esiodo al Retrone vicentino



Dall'Eridano di Esiodo al Retrone vicentino:

Storia su un idronimo erratico" di Aurelio Peretti


"Dall'Eridano di Esiodo al Retrone vicentino: Storia su un idronimo erratico" di Aurelio Peretti, parte della collana "Biblioteca di studi antichi", è un'opera che esplora con rigore e profondità le trasformazioni di un idronimo attraverso i secoli, collegando l'antichità classica con la realtà locale della città di Vicenza. Peretti, studioso noto per la sua meticolosità e per il suo approccio interdisciplinare, ci guida attraverso un viaggio affascinante che fonde la filologia, la storia e la geografia.


Contenuto e Struttura

Il libro si apre con un'introduzione che contestualizza l'importanza degli idronimi nell'antichità, spiegando come questi nomi di fiumi e corsi d'acqua abbiano spesso assunto significati simbolici e mitologici nelle diverse culture. Peretti esamina poi l'Eridano, un idronimo che appare già in Esiodo e in altre opere della letteratura greca e latina, collegandolo a miti e leggende che spaziano da Fetonte a Eracle.


La narrazione si sviluppa attraverso un'analisi dettagliata delle fonti classiche, confrontando varianti testuali e interpretazioni storiche, per poi focalizzarsi sul percorso che l'idronimo ha compiuto fino ad arrivare al Retrone, fiume che attraversa Vicenza. Questa transizione dall'Eridano al Retrone non è solo un cambiamento di nome, ma rappresenta anche un processo di reinterpretazione culturale e locale del mito originario.


Approccio Interdisciplinare

Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro di Peretti è il suo approccio interdisciplinare. L'autore non si limita all'analisi filologica, ma integra studi di geografia storica, archeologia e antropologia culturale. Questo metodo permette di comprendere non solo l'evoluzione del nome del fiume, ma anche le trasformazioni del paesaggio culturale e naturale che lo circonda. Il lettore viene così introdotto a un panorama complesso e dinamico, dove i confini tra mito e realtà, passato e presente, si sfumano.


Contributo alla Ricerca

Il libro di Peretti rappresenta un contributo significativo alla ricerca sugli idronimi e sulla loro importanza nella costruzione delle identità locali. La minuziosa ricostruzione storica e l'attenzione alle fonti primarie rendono quest'opera un punto di riferimento per studiosi e appassionati di storia antica e medievale. Inoltre, l'interesse dell'autore per la dimensione locale vicentina offre uno spaccato unico sulle dinamiche culturali di una specifica area geografica, contribuendo a valorizzare il patrimonio storico e culturale del territorio.


Stile e Accessibilità

Lo stile di scrittura di Peretti è chiaro e preciso, adatto sia a un pubblico accademico che a lettori interessati alla storia e alla mitologia. Nonostante la complessità del tema trattato, l'autore riesce a mantenere un equilibrio tra rigore scientifico e leggibilità, rendendo il testo accessibile senza sacrificare la profondità dell'analisi.


Conclusione

"Dall'Eridano di Esiodo al Retrone vicentino: Storia su un idronimo erratico" è un'opera di grande valore che arricchisce la comprensione delle interconnessioni tra mito e realtà, mostrando come un semplice nome possa racchiudere una storia complessa e affascinante. Aurelio Peretti dimostra ancora una volta la sua capacità di coniugare ricerca rigorosa e narrazione coinvolgente, offrendo un libro che è al contempo un saggio accademico e una lettura piacevole e stimolante.


In sintesi, questo volume è un'aggiunta preziosa alla Biblioteca di studi antichi e un must per chiunque sia interessato alla storia dei nomi, alla mitologia e alla geografia storica.


lunedì 8 luglio 2024

Viandante giungessi a Sparta


dalla quarta di copertina

La memorialistica si è affermata nel corso dell’ultimo secolo come un fenomeno letterario, soprattutto in seguito alle guerre mondiali, che hanno coinvolto grandi masse di individui.

Questo volume rappresenta un tentativo di collocare il modo memorialistico nell’orizzonte della narrativa contemporanea, attraverso una riflessione teorica che compara la teoria letteraria di  Northrop Frye con la teoria storico-filosofica del mito, e attraverso lo studio di una specifica tradizione memorialistica: il racconto della campagna di Russia combattuta dall’esercito tedesco tra il 1941 e il 1945. Secondo la tesi di questo studio, nella memorialistica si combinano istanze storiche, antropologiche e ideologiche, dando vita a un modo letterario originale della contemporaneità, che rivela come il nostro rapporto con il modo mitico del raccontare sia  rimasto vivo e continui a costituire il principale mezzo della nostra auto-comprensione.


"Viandante, giungessi a Sparta... Il mondo memorialistico nella narrativa contemporanea," scritto da Gianluca Cinelli, è un'opera di grande rilevanza che esplora la dimensione memorialistica nella narrativa contemporanea. Cinelli, con un approccio critico e analitico, guida il lettore attraverso un viaggio affascinante nel modo in cui la memoria viene trattata e rappresentata nella letteratura moderna.


Il titolo stesso del libro, evocativo e poetico, richiama l'idea di un viaggio, non solo fisico ma anche interiore, verso la comprensione e la rielaborazione del passato. Cinelli analizza come diversi autori contemporanei utilizzino la memoria come strumento narrativo per affrontare temi complessi quali l'identità, il trauma e la storia personale e collettiva.

La memorialistica tende a porsi perciò come una paradossale forma

di mitopoiesi individuale e collettiva; il protagonista della memorialistica è un eroe singolo ma spersonalizzato, perché la sua avventura non dipende dalla sua estrazione sociale eccezionale, bensì è il destino collettivo della nazione, è la storia del suo popolo, in cui egli si trova invischiato e che deve assumere come proprio compito, volente o nolente, e assolverlo con i mezzi che ha a disposizione. L’eroe della memorialistica non è l’individuo eccezionale dell’epica antica, ma l’uomo comune; (pag. 17).


Uno degli aspetti più apprezzabili del libro è la sua struttura metodica e ben organizzata. Cinelli suddivide il suo studio in sezioni tematiche che permettono al lettore di comprendere gradualmente le diverse sfaccettature della memorialistica nella narrativa. Ogni capitolo è ricco di riferimenti a opere letterarie specifiche, analizzate con rigore accademico ma senza mai risultare pedante. Questo equilibrio tra profondità analitica e chiarezza espositiva rende il libro accessibile e interessante sia per gli studiosi di letteratura sia per i lettori appassionati.


Cinelli dimostra una padronanza notevole della teoria letteraria e della critica, riuscendo a contestualizzare le opere all'interno del panorama più ampio della letteratura contemporanea. La sua capacità di intrecciare analisi teorica e interpretazione testuale è uno dei punti di forza del libro, offrendo nuove prospettive e spunti di riflessione anche sui testi più noti.



La prosa di Cinelli è fluida e coinvolgente, rendendo la lettura del libro un'esperienza piacevole e stimolante. Le sue riflessioni sono sempre supportate da un solido impianto teorico, ma sono presentate in modo chiaro e accessibile. 


In conclusione, "Viandante, giungessi a Sparta... Il mondo memorialistico nella narrativa contemporanea" di Gianluca Cinelli è un'opera imprescindibile per chiunque sia interessato allo studio della memoria nella letteratura. Grazie alla competenza e alla passione dell'autore, il libro offre una visione approfondita e originale di un tema centrale nella narrativa moderna, arricchendo il dibattito critico e fornendo nuovi strumenti per l'interpretazione dei testi contemporanei.


il volgo di roma


 "Il volgo di Roma. Tradizioni e costumanze popolari," curato da Francesco Sabatini, è un'opera affascinante che esplora le tradizioni e le usanze della popolazione romana con un'attenzione particolare alla ricchezza culturale e storica della città eterna. Sabatini, un eminente linguista e accademico italiano, riesce a catturare l'essenza della vita quotidiana dei romani, offrendo un ritratto vivace e dettagliato delle loro abitudini, credenze e feste.


Il libro si distingue per la sua profondità di ricerca e per l'abilità di Sabatini nel presentare le informazioni in modo accessibile e coinvolgente. Attraverso un'attenta analisi delle fonti storiche e delle testimonianze orali, l'autore riesce a ricostruire un quadro completo e affascinante delle tradizioni popolari romane. Le descrizioni dei riti religiosi, delle celebrazioni festive e delle pratiche quotidiane sono ricche di dettagli e forniscono al lettore una comprensione profonda delle radici culturali della città.


Uno degli aspetti più interessanti del libro è la sua capacità di collegare le tradizioni popolari con la storia più ampia di Roma. Sabatini mostra come molte delle usanze attuali affondino le loro radici nell'antichità, rivelando continuità sorprendenti tra il passato e il presente. Questo approccio storico-culturale arricchisce l'opera e la rende una lettura preziosa per chiunque sia interessato alla storia e alla cultura di Roma.


Inoltre, la prosa di Sabatini è chiara e avvincente, rendendo il libro accessibile sia agli studiosi sia ai lettori non specialisti. La sua capacità di raccontare storie e aneddoti arricchisce il testo e lo rende ancora più piacevole da leggere.


In sintesi, "Il volgo di Roma. Tradizioni e costumanze popolari" è un'opera eccezionale che offre una finestra affascinante sulla vita quotidiana e le tradizioni della popolazione romana. Grazie alla competenza di Francesco Sabatini e alla sua capacità di rendere vivaci le tradizioni del passato, il libro è un contributo significativo alla conoscenza della cultura popolare romana e un piacere per chiunque ami la storia e le tradizioni di questa città unica.


venerdì 21 giugno 2024

Esta

 

Esta’


Matrona eccelsa di sembiante acceso

Di più spighe diverse coronata,

Di lumi ardenti, e in tutto è circondata

Di frumento or cadente, ed or sospeso.

A gran cure il pensier tien sempre inteso,

Fà crescere il calor dovunque guata,

Da gran stuol di formiche accompagnata,

Porta la falce in man col braccio teso.

Di mille insetti l’aria intorno é piena,

Tien la cicala stridolante in testa,

Sembra del par feroce, e insiem serena

Fà la gioia de’ cambi, ed è funesta

Ove si volge par, che il ciel balena

Premio, e tormento all’uom l’estade è questa.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841

domenica 9 giugno 2024

clero criminale - recensione

 



"Clero Criminale: L’onore della Chiesa e i Delitti degli Ecclesiastici nell’Italia della Controriforma" è un'opera straordinaria che getta luce su un aspetto oscuro e spesso trascurato della storia ecclesiastica italiana. Gli autori, con rigore accademico e una ricerca meticolosa, hanno esplorato il trattamento dei crimini comuni del clero nell'Italia del Cinquecento e Seicento, offrendo una narrazione dettagliata e ben documentata.

Il libro si distingue per l'approfondita analisi storica, che abbraccia un periodo cruciale per la Chiesa cattolica, dall'epoca pre-tridentina fino ai primi decenni del Seicento. Gli autori non si limitano a presentare casi isolati di criminalità clericale, ma indagano le coperture sistematiche offerte dagli alti ranghi della Chiesa, sia a livello locale che romano. Questo approccio permette di comprendere non solo i singoli episodi di malaffare, ma anche le dinamiche istituzionali che li rendevano possibili.

Uno degli aspetti più apprezzabili di "Clero Criminale" è l'ampio uso di fonti primarie, tra cui verbali delle visite pastorali, atti sinodali e relazioni triennali presentate al Papa dai vescovi italiani. Questi documenti non solo arricchiscono il testo, ma conferiscono una solida base alla narrazione, rendendo le conclusioni degli autori particolarmente convincenti.

La struttura del libro è ben organizzata, articolata in sezioni che coprono diversi periodi storici e tematiche specifiche, come i decreti tridentini e la vita disordinata di preti, frati e chierici. Ogni sezione è preceduta da una premessa che contestualizza i documenti presentati, facilitando la comprensione anche ai lettori meno esperti.

Inoltre, gli autori hanno avuto l'accortezza di tradurre in italiano i brani originariamente scritti in latino e di chiarire con note a piè di pagina il significato di termini ormai desueti. Questo rende il libro accessibile a un pubblico più ampio, includendo studenti universitari e appassionati di storia.

"Clero Criminale" non è solo un contributo significativo alla storiografia ecclesiastica, ma anche un'opera di grande valore civile, che invita a riflettere sul rapporto tra potere religioso e giustizia. La sua lettura è illuminante e stimolante, capace di suscitare interesse e dibattito. Senza dubbio, si tratta di un libro che merita di essere letto e discusso.


mercoledì 5 giugno 2024

Omero e Nausicaa e l'idillio mancato

 



**Recensione del libro "Omero. Nausicaa e l'idillio mancato" di Giorgio Ieranò**


"Omero. Nausicaa e l'idillio mancato" di Giorgio Ieranò, pubblicato dalla casa editrice Il Mulino, è un'opera che esplora uno dei passaggi più affascinanti e delicati dell'Odissea di Omero: l'incontro tra Ulisse e Nausicaa. Con una prospettiva fresca e approfondita, Ieranò riesamina questo episodio classico, offrendo nuove interpretazioni e riflessioni sulla figura di Nausicaa e sul suo rapporto con l'eroe greco.


**Contenuto e Struttura**


Il libro è strutturato in modo da guidare il lettore attraverso un'analisi dettagliata dell'incontro tra Ulisse e Nausicaa, esaminando il contesto storico, culturale e letterario in cui si inserisce. Ieranò esplora le dinamiche dell'idillio mancato, ossia il potenziale non realizzato di una storia d'amore tra i due personaggi, e come questo mancato idillio contribuisce alla complessità narrativa dell'Odissea. L'autore analizza inoltre il ruolo di Nausicaa come figura femminile autonoma e forte, sfidando alcune delle interpretazioni tradizionali che la vedono semplicemente come una giovane principessa innamorata.


**Stile e Ricerca**


Giorgio Ieranò dimostra una profonda conoscenza del mondo classico e delle opere omeriche. Il suo stile è accessibile e coinvolgente, adatto sia agli studiosi che ai lettori appassionati di letteratura antica. La ricerca è accurata e ben documentata, supportata da un'ampia gamma di fonti classiche e moderne. Ieranò riesce a intrecciare abilmente il testo omerico con interpretazioni critiche e analisi contemporanee, rendendo il libro un contributo significativo agli studi classici.


**Impatto e Riflessioni**


"Omero. Nausicaa e l'idillio mancato" invita i lettori a riconsiderare il ruolo e l'importanza di Nausicaa all'interno dell'Odissea. Ieranò solleva questioni interessanti riguardo alle dinamiche di genere, alla rappresentazione della giovinezza e alla tensione tra destino e libero arbitrio nella narrativa epica. Il libro offre una nuova prospettiva su un episodio spesso trascurato, illuminando aspetti della personalità di Nausicaa e del suo incontro con Ulisse che arricchiscono la comprensione dell'opera omerica nel suo insieme.


**Conclusione**


In conclusione, "Omero. Nausicaa e l'idillio mancato" è un libro che merita attenzione per la sua capacità di rinnovare l'interesse e la comprensione di uno dei capolavori della letteratura antica. Giorgio Ieranò offre una lettura originale e stimolante dell'Odissea, invitando i lettori a esplorare nuove dimensioni della storia di Ulisse e Nausicaa. La sua analisi approfondita e il suo stile coinvolgente fanno di questo libro una lettura preziosa sia per gli studiosi dei classici che per gli appassionati di letteratura.



giovedì 21 marzo 2024

Primavera

 Primavera


Di fiori ornata una gentil donzella,

Col vago sguardo, e l’allegrezza in viso,

La rosa, l’amaranto, ed il narciso

Ornan la chioma sempre bionda, e bella.

Sul manco braccio tien la tortorella,

Tien lo sguardo alle stelle intento, e fiso,

Corre, ne par tener camin preciso,

L’usignuol la precede, o rondinella.

Nascon sotto a’suoi passi erbette, e fiori,

Sorride al suo venir l’alma natura

Mitigando del sole i gravi ardori.

Al mare, al fonte, al rio beltà procura,

Madre, e nutrice d’innocenti amori

Primavera de’ Dei sublime cura.



Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


mercoledì 10 gennaio 2024

Morte

 Morte


Batte con passo egual qualunque porta,

Corre velocemente, e non s’affretta,

Della mano di Dio spesso è vendetta,

E i miseri talor strugge, e conforta.

Per tutto spïa cautamente accorta,

Rango, bella, saper non mai rispetta,

Tremenda giunge quando men si aspetta,

Immensi danni, e rari beni apporta.

Sorda, cruda, spietata, e senza legge,

In pace, e in guerra d’atterrar non resta,

tien soggetti dal pastore al regge.

Entra dovunque, e non è mai richiesta,

Il tutto annienta, e pur l’uom non corregge :

Necessaria, e fatal la morte è questa.



Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


mercoledì 6 dicembre 2023

Discordia

 Discordia


Tremenda donna di fatal colore

Con chioma agguernita di più serpenti,

Colla bocca spumante, e guai ardenti,

Stragge, e rüine annunzia in tutte l’ore.

Porta un mantice in man, che desta ardore,

Ed un flagel per fulminar le genti,

Vaga sol di querele, e di lamenti.

Nè l’averno contien furia peggiore.

Corre per tutto, ed infiammar procura

Popoli all’armi, che crudel li desta,

Vaga solo di pianti, e di sventura.

Da troni alle capanne accorre presta,

Tutto rivolge, e a danni ognor s’indura :

Trema mortal, che la discordia è questa.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


mercoledì 8 novembre 2023

Crudeltà

 Crudeltà


Donna tinta di sangue il volto, e il manto

Succinta veste lacerata, e breve

Irata in dossa, lago al piè di pianto

Scorrer si mira, come oggetto lieve.

Spada infiammata alza di tanto in tanto,

Dagli urli, e dal clamor gioia riceve,

In ferreo vaso il proprio sangue beve,

Il flagello, e il furor si porta accanto.

Döunque mira cade l’uom distrutto,

Segna tremenda ognor sanguigne l’orme,

La seguono il dolor, la tema, il lutto.

Cadono a piedi suoi diverse Torme,

Ecco la Crudeltà, che atterra il tutto ;

E fra i spenti da lei tranquilla dorme.


Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


domenica 1 ottobre 2023

Vendetta

 Vendetta


Donna di truce volto, e guardo fiero,

Che viperco flagello in man si porta,

Feroce, alata in portamento altero

Che l’opre spïa cautamente accorta.

Alza un’ardente face, e il mondo intero

Mentre che incende il suo furor conforta :

Volubil ruota è a passi suoi di scorta,

Ed un timon, che scorre il salso impero.

Livida spuma il crudo labro versa,

Opre orrende eseguir vola, e s’affretta

Di sangue intrisa, e di veleno aspersa

Miser colui, che nel suo sen ricetta

Questa ad opre di sdegno ognor conversa

In odio al mondo, e al Ciel crudel vendetta.



Andrea Salomone, Mitologia iconologica, 1841


domenica 3 settembre 2023

la conquista delle stelle

 F.-T. Marinetti : la conquista delle stelle


In lontananza il terribile gemito del mare immenso e il fracasso della terra sotto i colpi; in alto il sussurro del vasto cielo scosso; in basso le scosse della lunga catena dell'Olimpo che trema sotto i piedi degli Immortali... Gli uni contro gli altri si lanciavano proiettili a gran rumore. La voce dei combattenti saliva fino alle stelle, grida di rabbia e di incoraggiamento; e si scontravano gridando il grido di guerra attraverso lo spazio.

Miraggio! Un enorme viso angolare e olivastro

Emerse tutto fradicio dalle acque.

Un volto con poderosi piani di rocce viscose

Sotto una vasta chioma liquida

Sollevata e schizzante in un'aurora nera!

E questa chioma balzava intorno a lei

Mordendo il cielo; e c'erano torrenti

Di pece, che galoppavano contro lo spazio,

E scorrevano all'indietro per risalire il loro letto;

E il mio Sogno riconobbe con terrore

L'enorme viso spugnoso del Mare Sovrano!

Le pupille fiammeggiavano come palle di fosforo,

Sciogliendo gli sguardi come nodi di serpenti,

E la sua bocca si apriva a forma di ventosa.


domenica 6 agosto 2023

Venezia - Una idea che ronzava

Venezia -  Una idea che ronzava

Mercure de France, 1900

« Un'idea che ronzava nella testa di alcuni speculatori, la cui realizzazione segnerebbe per Venezia l'apice dell'incoscienza. Quest'idea non esiste ancora sotto forma di piano o di progetto accertato. Gli interessati si guardano bene dal diffonderla; e quando se ne parla con i Veneziani, questi ridono, alzano le spalle. Non rideranno più quando, con tutti i piani decisi, la coalizione degli interessi formata e ben salda, non potranno impedire ciò che potevano prevedere.


Si tratta - semplicemente - di una ferrovia che, attraverso lavori diventati ormai poco difficili, collegherebbe la città al Lido con una stazione più o meno invisibile, in Piazza San Marco... Leggete bene: in Piazza San Marco!


Coloro che non hanno preso coscienza delle trasformazioni latenti di questi ultimi anni rimarranno scioccati da questa notizia e non la capiranno. E' che non sanno che "l'orribile Lido", come diceva Musset, è diventato uno dei bagni di mare più alla moda della penisola, non solo per gli italiani, ma anche per i tedeschi e gli ungheresi. Non sanno che tra dieci anni il Lido sarà completamente costruito. La spiaggia di sabbia, poco larga, si estende a perdita d'occhio di fronte all'Adriatico. Un grande hotel si è già eretto, dall'inverno, da un lato dei "Bagni"; un altro sorgerà dall'altro lato, l'anno prossimo. Tutti i terreni dell'isola sono stati acquistati da una "società" di questi ricchi ebrei italiani che, va riconosciuto, sono stati, prima di questa fase, la provvidenza delle industrie veneziane che sostenevano con i loro soldi. Ville si costruiscono lungo l'avenue con tram che collega le due sponde dell'isola. Il Lido non tarderà a diventare una piccola Brighton, con il pontile e tutto ciò che ne consegue. Ora, gli speculatori immaginano che la ferrovia, prima di diventare assolutamente necessaria alle aggregazioni di questa nuova città, faciliterà il suo sviluppo e si aspettano che, per essere veramente redditizio, dovrà partire dal centro di Venezia; - perché non tra le due colonne della Piazzetta?»


...


domenica 2 luglio 2023

l'olandese e il veneziano

 l'olandese e il veneziano 

Mercure de France, 1900

Considerando la situazione e la destinata analoga dei due popoli, l'olandese e il veneziano devono il loro trionfo a mezzi rigorosamente opposti: l'olandese lottando incessantemente contro il mare, combattendovi come con una bestia selvaggia, sempre pronta ad strapparti i tuoi tesori; il veneziano affidandosi ad essa come ad una nutrice tranquilla, tanto più abbondante quanto meno si disturbano i suoi agi e il suo territorio. Alle origini dei popoli e della loro potenza, come delle città e della loro bellezza, ci sono cause particolari che in qualsiasi fase dello sviluppo nazionale non si possono trascurare senza i rischi più gravi. E Venezia si era allungata in mezzo alle acque vive, figlia assoluta del mare: volerla rendere terrena è ignorare le condizioni più elementari della sua esistenza, condannandola alle polveri mortali, alle esalazioni paludose, all'anemia lenta, alla solitudine estrema.



venerdì 2 giugno 2023

Venezia - Come danneggiamo la bellezza della città?

Venezia - Come danneggiamo la bellezza della città? 

Mercure de France, 1900

Il pericolo - leggiamo - è che questa prosperità rinata risvegli il vandalismo degli ingegneri, stimoli l'amor proprio delle amministrazioni, più distruttivo della loro indolenza. E naturalmente, a nome dell'igiene, e al fine di garantire questa rapidità delle comunicazioni "imposta - seguendo la fallace formula - dalle nuove esigenze", sono stati stabiliti progetti che si riassumono così: demolizione, sgombero di alcuni quartieri; ampliamento di vicoli e calli; costruzione di un viadotto che, partendo dalla costa di Mestre, permetterebbe di raggiungere Venezia non solo a piedi, ma anche in auto e soprattutto in bicicletta!


Si sa che Venezia è già collegata alla terraferma da un ponte ferroviario che attraversa le lagune e il mare per quasi quattro chilometri. Ora i sostenitori del progetto ti dicono subdolamente: "Come danneggiamo la bellezza della città? Abbiamo già questo viadotto che, tra parentesi, porta le locomotive al bordo del Canal Grande, all'estremità di Venezia, senza che da nessun punto, se non dall'alto del Campanile, si possa sospettare l'esistenza di una ferrovia. Semplicemente lo si duplica con un altro viadotto per la strada carrozzabile, e la città ne guadagna, senza essere toccata, comunicazioni con la terra complete e facili. Per quanto riguarda le poche baracche che si possono abbattere e i vicoli che si vogliono allargare qua e là, è una semplice misura igienica per pulire quartieri senza interesse!


Si riconoscono qui gli argomenti dolciastri, "avanti la lettera", dei signori ingegneri - che ci hanno valso l'abbattimento dell'Esplanade des Invalides. Purtroppo, stanchi di lottare, molti artisti anche si lasciano prendere.

….


domenica 21 maggio 2023

Nessuno è profeta nella propria terra! O le tribolazioni di Merlino in Armorica

 dal libro

RELIGION ET MENTALITÉS AU MOYEN ÂGE


Nessuno è profeta nella propria terra! O le tribolazioni di Merlino in Armorica.


Nul n’est prophète en son pays ! Ou les tribulations de Merlin en Armorique

Jean-Christophe Cassard


Il detto recita: "Nessuno è profeta nella propria terra" e, sembra, i profeti ancor meno della gente comune. Bretone di pedigree incerto, Myrddin - presto divenuto Merlin a causa di una cattiva ortografia durante la traduzione del suo nome in romano - invade lo spazio storico-leggendario dell'isola d'Inghilterra già nella prima metà del XII secolo: la sua Vita e le sue Profezie, immaginate o almeno arrangiate da Geoffroy de Monmouth, ottengono il successo che si conosce mentre il suo personaggio, sviluppando la sua complessità, integra la materia letteraria della gesta arturiana fino ai suoi ultimi sviluppi. In modo curioso, questo successo non viene riscontrato in Bretagna armoricana, dove occorre aspettare il XIV secolo per vedere Merlin segnalato quasi per caso e non tra coloro che ci si sarebbe aspettati in primo luogo.

(,,,)


Quando Merlino sembrava inglese


Oggi è riconosciuto che una guerra non si vince solo per fortuna sul campo di battaglia: da sempre, la vittoria implica molti altri parametri, alcuni fattuali - come la capacità di mobilitare risorse finanziarie ed umane, la disciplina e l'arte tattica, la capacità di controllare una rete di città e castelli - e altri più sottili, a sfondo psicologico, che sono gli unici capaci di rafforzare le fedeltà, di ravvivare gli entusiasmi quando le operazioni si prolungano. Ma questi ultimi fattori sono anche i più difficili da comprendere per lo storico poiché la documentazione scritta medievale rende conto solo in modo molto imperfetto della profondità vissuta di un conflitto, della motivazione dei suoi attori o della sostanza dei loro pensieri più profondi. Nella guerra di successione bretone (1341-1364), la competizione per il patronato dei santi è evidente, unico dato tangibile che riflette apertamente un enigma di propaganda significativo. I cronisti o i testimoni lasciano trasparire tuttavia intorno alla persona di Carlo di Blois altri vettori di questa guerra immateriale - la rivelazione dei mali di una mendicante, spia durante l'assedio di Quimper nel 13444 o un sogno premonitore prima di Auray - ma sembra che queste interferenze soprannaturali non abbiano avuto alcuna pubblicità e quindi la loro efficacia in termini di propaganda appare nulla, almeno sul momento. Un'altra occorrenza della guerra psicologica, questa volta pubblica, si trova nel campo avversario e coinvolge direttamente il nostro profeta.


(...)


Almeno in tre occasioni, degli Inglesi si considerano informati sull'esito di una battaglia grazie all'interpretazione che fanno dei Libri di Merlino che i loro compatrioti amano possedere e che utilizzano comunemente in quel periodo. Su questi libri, non ci viene detto nulla che ci permetta di sapere se si tratta effettivamente del saggio di Geoffrey di Monmouth o, almeno, di una delle sue traduzioni-adattamenti in francese d'Inghilterra, o addirittura di un altro testo attribuito al vecchio profeta dei Brettoni dell'isola. Nulla a maggior ragione permette di suggerire a quale passaggio preciso delle previsioni si riferissero questi lettori interessati a scoprire il pegno del destino delle loro armi. Tuttavia, non c'è dubbio che Merlino abbia contribuito a rafforzare il morale di almeno alcuni combattenti d'oltremanica bloccati nella interminabile contesa bretone: in questo senso egli partecipa alla costruzione di un immaginario di guerra indipendente dalle considerazioni tecniche piatte dell'arte militare e che fa pienamente parte della storia delle mentalità.


(...)


Merlino lo straniero, passato al servizio della Francia? 

In quest'analisi laconica, ovviamente, occorre sfumare il campo di osservazione. Se l'uso dei libri di profezia sembra poco comune tra i guerrieri coinvolti nelle realtà vincolanti del terreno nel XIV secolo, diventa più frequente nella letteratura cavalleresca, e presto l'intera Francia, dal 1380 circa al 1435, si troverà di fronte a una nuova ondata di profezie popolari, di cui Giovanna d'Arco rappresenta l'apice. Del ricordo della sua epopea, Merlino non è assente: un autore tanto autorevole come Christine de Pisan ricorda nel 1429 nel suo Ditié de Jehane d'Arc che con la Sibilla e Beda il Venerabile preannunciò la sua venuta, poi nel 1456, durante il suo processo di riabilitazione, Jean Bréhal si basa, tra gli altri argomenti, su alcuni versi di Merlino, avvalorati da Sigebert de Gembloux e Vincent de Beauvais, per rafforzare l'autenticità della missione profetica di Giovanna. Ancora alla fine del secolo, intorno al 1488, Simon de Phares lo accoglie favorevolmente nel suo pantheon degli astrologi più celebri, unico profeta qualificato come tale dalla venuta di Cristo perché il suo prestigio, brutalmente esaltato dal sentimento nazionale attraverso gli episodi di Du Guesclin e, soprattutto, di Giovanna d'Arco, lo esonera da ogni sospetto di impostura intrinseco al profetismo mercantile, agli occhi di questo rigoroso astrologo riguardo al credito "scientifico" da applicare alla sua disciplina. 


(...)


Ma questo si verifica solo durante la seconda fase della guerra franco-inglese, quando la figura di Merlino si è sufficientemente affermata da essere utilizzata saggiamente da entrambi i beligeranti. Allora, il recupero dell'apatride da parte del campo francese sembra acquisito. All'inizio del conflitto, la discrepanza delle propagande appare invece molto marcata, quasi unilaterale.



(,,,)


Più o meno concertata, una potente offensiva profetica anti-francese, ripresa da diversi relais continentali, tra cui Froissart, caratterizza infatti la prima metà del XIV secolo: ad un Edoardo III promesso alle destinazioni più belle, già unificatore dei tre corone che si spartivano l'isola, rifondatore della Tavola rotonda di Artù, si oppongono gigli in preda alla decadenza fisica e morale, incapaci di imporre la pace e la prosperità nei loro stati. Il cinghiale intravisto da Merlino denuncia ora in modo implicito attraverso le voci che circolano e nella letteratura - come quella del Roman de Perceforest - la perdita programmata di un nuovo re malfermo, ferito alla coscia da un enorme e meraviglioso maiale che si rotola nella melma, colpito da sterilità, incapacità... I capricci del clima, gli scandali domestici della casa capetingia, la successione rapida dei "re maledetti" e poi il trono mal assicurato di un Filippo VI si ostinano a confortare l'uditorio continentale della propaganda inglese senza che il solito messianismo reale francese trovi ancora materia per una replica efficace. Emergono così la realizzazione e la riforma del regno bicéfalo nella persona di Edoardo III, erede regolare dei re Plantageneti, ma anche figlio di Isabella di Francia, parente stretto degli imperatori, cavaliere completo... insomma, un Edoardo trasformato in un nuovo Artù, pronto per completare il ciclo di Merlino.

(...)

In questo contesto calamitoso, le tre allusioni ai Libri di Merlin che abbiamo individuato nel teatro bretone rappresentano, a mio avviso, come un primo tentativo di fuoco di sbarramento, improvvisato e ancora in fase di taratura. Piuttosto che rispondere con un argomentario dello stesso tipo, gli autori pro-francesi - testimoni e cantori sia di un successo di stima delle loro armi, sia di un risveglio indiscutibile con Bertrand - si accontentano prima di tutto, per la battaglia dei Trenta, di sottolineare in modo ironico l'insensatezza della credenza inglese, rimandando il vinto alla sua cattiva e fatale lettura. In un secondo momento, sempre con urgenza, ma con un'urgenza rilassata grazie alla gesta del connestabile, con Cuvelier e l'anonimo della Cronaca di sire Bertrand du Guesclin, Merlin sta già diventando parte dell'immaginario di guerra accettabile dal pubblico francese: la sua irruzione sulla scena di Auray, sebbene non sconvolga l'ordine della storia poiché l'esito della battaglia è noto a tutti, la sospende per un momento quando Charles si crede liberato del suo rivale... Una generazione dopo, intorno a Jeanne d'Arc, il profeta si è imposto abbastanza da far cadere gli ultimi pregiudizi e da avallare, con il suo modesto ruolo, l'epopea della Pulcella.


Quindi, Merlin non ha completamente abbandonato il regno continentale e, se necessario, annuncia il raddrizzamento delle armi del re o del delfino: tuttavia, la sua intrusione attiva in Bretagna sembra essere stata il risultato dell'influenza straniera, di questo inglese che, meglio del popolo bretone per ovvie ragioni di accaparramento dell'eredità monarchica comprovata sin dal XII secolo dai Plantageneti, ha saputo onorare e far prosperare la figura mitica di un re Artù, annunciatore della grandezza rinnovata dei sovrani britannici, mentre nella sua scia si trovava il vaticinatore delle oscure foreste caldeonesi. Questo periodo vede come corollario il crollo dell'ultimo sussulto della speranza bretone con il crudele assassinio di Artù di Bretagna, perpetrato, secondo forti probabilità, dalla mano dello zio Giovanni senza Terra a Rouen nel 1203: da allora gli Armoricani attendono invano il ritorno di Artù alla loro guida, e tra i loro vicini questa attesa, presto rassegnata, di un improbabile salvatore suona così falso, passa per un sogno così vuoto che potrebbe rendersi con il nostro moderno "attendere ai calendari greci". Potrebbe persino darsi che il nome di Artù sia diventato un soprannome che copre con la sua vergogna i malcapitati peninsulari costretti dalla povertà all'esilio attraverso le province francesi: nell'ottobre del 1351 il re grazia un certo Jean le Breton, di Lussac in Poitou, che aveva ucciso per errore Adam Morin durante un esercizio di tiro con l'arco. Jean era soprannominato Arturus nel suo ambiente e definito "pauper et miserabilis persona". Un bretone, un Artù, un nullità! In confronto al suo re, la figura di Merlin non ha subito probabilmente una caduta simile a causa della sua popolarità non altrettanto radicata in Armorica.



Merlino, tuttavia, non ha abbandonato completamente il regno continentale e, se necessario, annuncia il ripristino delle armi del re o del Delfino: la sua intrusione attiva in Bretagna sembra invece essere stata opera di un estraneo, di quell'inglese che, meglio del popolo bretone, per evidenti ragioni di acquisizione ereditaria monarchica, dimostrata sin dal XII secolo dai Plantageneti, era riuscito ad onorare e far prosperare la figura mitica di un re Artù annunciatore della grandezza rinnovata dei sovrani britannici, mentre nella sua scia appariva il vaticinatore delle oscure foreste caldeoniane. In conseguenza di ciò, in questa epoca si verifica il collasso dell'ultimo sussulto della speranza bretone con l'atroce omicidio di Arturo di Bretagna, perpetrato, secondo forti probabilità, dalla mano dello stesso zio Giovanni Senza Terra a Rouen nel 1203: da allora, gli Armorici attenderanno invano il ritorno di Arturo alla loro testa, e tra i loro vicini quest'attesa, presto rassegnata, di un improbabile salvatore suona così falso, passa per un sogno così vuoto che potrebbe essere reso dal nostro moderno "attendere alle calende greche". Potrebbe anche darsi che il nome di Arturo sia finito per diventare un soprannome che copre con la sua ignominia i malcapitati peninsulari costretti dall'indigenza all'esilio attraverso le province francesi: nell'ottobre del 1351 il re perdonò un certo Jean le Breton, di Lussac in Poitou, che aveva ucciso accidentalmente Adam Morin durante un'esercitazione di tiro con l'arco. Jean era soprannominato nel suo entourage Arturus e definito "pauper et miserabilis persona". Un bretone, un Arturo, un buono a nulla! In confronto al suo re, la figura di Merlino non ha certamente subito una simile decadenza per mancanza di una popolarità altrettanto radicata in Armorica.


Tuttavia, nelle sue nobili origini Merlino - o più precisamente Myrddin per ancora - era un buon bretone, al servizio del più grande re delle loro leggende. La sua autoctonia approssimativa non soffre di discussioni e si inserisce bene nel gusto degli antichi bretoni per i testi profetici e divinatori. Qualunque sia stato il meccanismo che ha portato alla concretizzazione nella sua figura emblematica della loro propensione comune a rivolgersi a messaggeri eccezionali in grado di rivelare un futuro migliore a un popolo alle prese con difficoltà di ogni genere, i bretoni non hanno mancato di proporre prototipi ai chierici medievali per stabilire il loro Merlino nei suoi diversi ruoli e posture.



Ma l'originale Merlin britannico era dell'Armorica? Se si riprendono i testimoni più antichi, Geoffrey di Monmouth e Jean di Cornovaglia, è forza riconoscere che la Bretagna continentale figura ben poco nel galimatias che questi autori imputano al profeta ispirato. Una identica constatazione si impone per i brandelli della letteratura perduta degli Armorici: tutto sommato, la figura di Guinglaff si rivela più autentica, più viva anche di quella di Merlin nel suo ruolo di uomo selvaggio dotato del dono della doppia vista... In realtà, il divinatore acquisisce qui un pizzico di rispettabilità tardiva grazie all'ombra proiettata della scrittura e dall'alto.


Ma Merlin è diventato un vero e proprio bretone? Nel comporre i frammenti della sua Cronaca sotto il regno del duca François II, Jean de Saint-Paul riprende a modo suo l'essenziale del Poema dei Trenta con l'inefficace annuncio merlinesco interpretato dal capitano inglese, e poi attribuisce esplicitamente ai sortz Merlin la saggia precauzione presa all'inizio della battaglia di Auray da un Montfort preoccupato per una certa profezia:


"Il conte fece vestire la sua tunica, coperta di armi di Bretagna, a un cavaliere che era suo cugino, perché aveva trovato nei sorti di Merlin che tra due signori che contenderanno la Bretagna, la battaglia sarà faticosa, in cui le armi della Bretagna saranno sconfitte."


Riguardo alla grande guerra nobiliare del XIV secolo, questi richiami di Jean de Saint-Paul a comportamenti passati un po' sorpassati non avranno seguito poiché gli storici successivi non si estendono molto su un conflitto doloroso per tutti, che va contro le loro chiamate incessanti all'unità dei Brettoni dietro il loro duca... Merlin esce con loro dall'attualità bruciante e diventa sempre più una semplice icona di carta scritta, ereditata da Geoffroy de Monmouth. Tuttavia, non era sempre stato così nelle decadi precedenti.



Verso la fine del XIV secolo e l'inizio del XV, l'autore anonimo della Cronaca di Saint-Brieuc riferisce di aver letto e compilato gli autori inglesi che si erano impegnati a decifrare la storia politica della loro isola attraverso i versi misteriosi attribuiti al profeta. Dalla conquista di Guglielmo il Conquistatore, figlio di una Armoricana incontrata a Rouen dal padre e restitutore parziale dell'isola ai suoi antichi padroni, tutto passa attraverso un registro molto oscuro: la disputa mortale dei due figli del Conquistatore, l'assassinio di San Tommaso Beckett, le dispute tra i "leoni" nati da Enrico II, la servitù degli inglesi dopo che Giovanni senza Terra divenne vassallo del suo regno presso il Santo Padre... La storia armoricana non trova il suo posto, tranne in un caso marginale con l'annuncio di Merlin del destino tragico di Arturo di Bretagna, figlio di Goffredo Plantageneto e Costanza, destinato a una morte atroce per mano dello zio. La dominante è molto anti-inglese sia nella forma che nella sostanza, l'autore anonimo denuncia con violenza le tentate falsificazioni commesse dagli interpreti a servizio della nazione detestata. Questa virulenza deve essere inserita nel contesto particolare di un ducato che, verso il 1400, fatica ad affermare la sua identità propria tra i due regni e dove i combattenti d'oltremare non hanno lasciato solo buoni ricordi, nonostante il sostegno decisivo che hanno fornito a Jean IV all'inizio: la personalità nazionale bretone si costruisce soprattutto contro i "sassoni, pagani e traditori, che ora vengono chiamati inglesi", usurpatori dell'isola, e i loro discendenti in un'epoca in cui la minaccia francese non sembra credibile.


Nel lungo capitolo che si propone di chiarire le cose, l'autore anonimo combatte con veemenza la pretesa inglese di incarnare l'autentica Bretagna. Confuta questa usurpazione d'identità, sostenendosi sui fatti comprovati della storia dedotti dal miglior testo disponibile delle Profezie, che ha ottenuto da un signore bretone che ha lungamente soggiornato in Inghilterra. Nonostante, alla fine, alcune proteste di prudenza su queste parole oscure, il suo profondo sentimento rimane che la speranza bretone si realizzerà nel suo tempo, conformemente alle parole di Merlino: allora gli "stranieri" saranno cacciati dall'isola dai suoi autentici "cittadini", cornici, gallesi, scozzesi di Albania e bretoni d'Armorica. Contro il popolo infedele destinato alla decadenza terminale, il vocabolario dell'autore anonimo esprime un'abrupta xenofobia tanto la razza sassone, assetata di sangue umano, iniqua, gli appare attentatoria alla grandezza passata della Bretagna, ma l'ora di una giusta vendetta suonerà nel momento assegnato da Dio e intravisto da Merlino! Questo discorso estremo, che introduce un profeta partigiano e fino in fondo nel dibattito nazionale sotto il regno di Carlo VI, porta ovviamente a un doppio vicolo cieco - uno pratico alla luce dei rapporti di forza reali sul campo in quel momento, l'altro strategico poiché il ducato dei Montfort sotto Giovanni V e i suoi successori evita di provocare gratuitamente il suo potente vicino insulare, ancora di più di rivendicare un ipotetico eredità ancestrale fondata sull'antichità dei diritti storici sull'altra riva della Manica…


In relazione alle folli e irredentiste fantasie alimentate intorno al 1394 nella Cronaca di Saint-Brieuc, le Profezie di Merlino potrebbero rivelarsi pericolose e controproducenti: ogni interpretazione eccessiva di questi testi oscuri è pertanto bandita ai tempi dei Montfort. In altre parole, di Merlino non rimane che una figura su carta, sterilizzata, svalutata, tratta dai vecchi libri di magia, che gli storici del ducato citano per erudizione senza concedergli alcun impatto sul loro mondo.



(...)


Le riferimenti attuali ai misteriosi ospiti della foresta di Brocéliande non hanno, a mio parere, alcun valore di radicamento temporale in quanto sono solo avatar di una piantagione mitico-letteraria rischiosa sin dalla riscoperta della letteratura medievale nel XIX secolo, suscitata dal romanticismo e alimentata da un regionalismo in cerca di falso esotismo in patria. Il turismo ha poi preso il posto per coltivare l'idea ricevuta e far prosperare il cliché nella civiltà del tempo libero. Ma l'albero d'oro non deve nascondere la brughiera rasa: Merlin il profeta non lo fu realmente in Bretagna armoricana. Infatti, giunse su questa terra solo nei bagagli dei cavalieri inglesi che vi combattevano per la causa del giovane Montfort; la sua acclimatazione rimase precaria, come un innesto secco trapiantato bruscamente da una conoscenza libraria quasi diversa, perché, nonostante le apparenze iniziali, non tutto ciò che è bretone è necessariamente di qui. Eterna cultura di un'ambiguità tra tutte le possibili Bretagne!