venerdì 10 ottobre 2008

La moglie del Profeta, sfida editoriale

Corriere della Sera 9.10.08
Una narratrice americana racconta la storia del fondatore dell'Islam e della sua sposa bambina
La moglie del Profeta, sfida editoriale
Divide la scelta della Newton Compton: pubblicare in Italia il romanzo
di Paolo Conti

«L o ammetto. Per pubblicare un libro del genere, occorre un bel po' di coraggio. Con Aisha si sfiora un tema delicatissimo come la religione. Ma spero che appaia subito chiaro come non ci sia nulla contro l'Islam, né contro Aisha, la sposa bambina di Maometto né tanto meno contro Maometto». Raffaello Avanzini è il giovane direttore generale della Newton Compton che il 16 ottobre distribuirà in Italia, nella traduzione di Micol Arianna Beltramini, il romanzo Aisha, l'amata di Maometto di Sherry Jones, giornalista americana alla sua prima opera letteraria. L'autrice assicura di aver studiato storia dell'Islam e numerosi testi di cultura musulmana «inclusa una biografia di Maometto che risale al XIV secolo» prima di affrontare la storia romanzata della giovanissima compagna del Profeta, sposata a nove anni di età. Nel testo ci si imbatte in particolari espliciti, come l'iniziazione sessuale dopo le prime mestruazioni della ragazzina: «Il dolore per la consumazione del matrimonio se ne andò subito. Maometto era così gentile. Essere nelle sue braccia era la beatitudine che avevo atteso per tutta la vita». Oppure, quando Aisha viene sospettata di adulterio a 14 anni e lei risponde «"Io, con Safwan? È ridicolo", dissi. "Sono la moglie del sacro profeta di Allah. Perché dovrei desiderare una nullità come lui?". Mi sentii addosso gli occhi di Muhammad. Vampate di calore mi attraversavano la pelle. Aveva sentito la bugia dietro la mia risata?» Tanta chiarezza poetica offenderà i musulmani in Italia? O accadrà ciò che è avvenuto a Belgrado dove, il 17 agosto, la comunità islamica ha chiesto attraverso il suo leader Muamer Zurkolic il ritiro del volume in quanto «offensivo per i musulmani»? Una cosa è certa. Denise Spellberg, docente di storia islamica all'università del Texas, ha giudicato l'opera un «romanzo porno- soft».
Il coraggio di cui parla Raffaello Avanzini (suo padre Vittorio, ora presidente onorario, fondò la casa nel 1969) è insomma motivato. All'inizio di agosto la casa editrice statunitense Ballantyne Book del gruppo Random House, aveva annullato la pubblicazione di The Jewel of Medina (titolo originale) perché la compagnia era stata avvertita che la pubblicazione avrebbe potuto essere offensiva per i musulmani. Ma il 7 ottobre, il libro è finalmente uscito negli Usa ma per i tipi della Beaufort Books che ha anticipato di una settimana la distribuzione, prevista per il 15 ottobre. L'editore Eric Kampmann ha chiarito di non aver ricevuto minacce ma ha spiegato di aver voluto accelerare i tempi perché «finalmente si parli del valore del libro piuttosto che di terroristi o editori fifoni». Nulla si sa invece sulla pubblicazione in Gran Bretagna da Gibson Square: il 27 settembre una molotov è stata lanciata contro l'ingresso della casa dell'editore Martin Rynja, in Londsale Square. Tre uomini sono stati arrestati con l'accusa di terrorismo. Da qui a novembre il libro uscirà in Ungheria, Germania, Danimarca, Macedonia. Poi in Brasile, Spagna, Grecia, Polonia, Russia.
Dunque Avanzini e la Newton Compton conoscono le incertezze della scelta: «Lo abbiamo messo nel conto, il libro qualche fastidio lo darà. Ma la nostra cifra è l'indipendenza e abbiamo deciso di andare avanti lo stesso. Dopo la Fiera del Libro di Francoforte, Sherry Jones sarà nostra ospite in Italia e stiamo organizzando un suo tour per la prima parte di novembre. Affronteremo inevitabili misure di sicurezza. Qualche frangia estremista può sempre agire. Ma per noi l'opera è un bel romanzo storico che può mettere in contatto due culture diverse, l'occidentale e quella islamica. Non c'è alcun insulto a una figura considerata santa nell'Islam ». Cosa dicono gli altri editori italiani? Avrebbero pubblicato un romanzo così «scomodo»? La parola a Carmine Donzelli: «Non si può ragionare in astratto, dipende dalla qualità del libro. Per un capolavoro sarei disposto sicuramente a rischiare, anche se a lume di naso bisogna comunque stare attenti nel valutare se un libro possa davvero produrre effetti devastanti. Se invece si trattasse di un'opera che titillasse la semplice curiosità, non ne farei nulla. Qui sta, a mio avviso, l'etica della responsabilità di un editore». Avrebbe pubblicato I versetti satanici di Salman Rushdie, Donzelli? «Sicuramente, correndo tutti i rischi. Parliamo di un grande ». Analogo l'approccio di Elido Fazi, della Fazi editrice: «L'importante, rispetto al rischio, incluso quello religioso, è la qualità del prodotto. Dopo l'11 settembre ci prendemmo la responsabilità di pubblicare Fine della libertà, in cui Gore Vidal quasi giustificava le ragioni dell'attentato per l'arroganza degli Stati Uniti nell'ultimo mezzo secolo. Fernanda Pivano mi telefonò: "Voi siete pazzi, ma come vi viene in mente?". Invece ne valeva la pena. Questa è libertà, questa è responsabilità. E il discorso varrebbe anche per un libro di eventuale sfondo religioso».

giovedì 2 ottobre 2008

Quando il triangolo non è solo un simbolo

Corriere della Sera 2.10.08
Archeologia. Waldemar Deonna
Quando il triangolo non è solo un simbolo
di Armando Torno

La Nike di Paionios, conservata al Museo di Olimpia, è il punto di partenza di Waldemar Deonna (1880-1959) per riflettere su una delle figure enigmatiche della storia e cariche di simbologia: il triangolo sacro. Più che un saggio questo libro è una dotta odissea tra iconologie fiorite in tempi e luoghi diversi, legate tra loro da un segno che si ritrova sui frontoni dei templi greci, nell'Italia etrusca e romana, nei culti pagani e anche in quelle culture lontane dal Mediterraneo. Ma esso è presente anche nell'architettura moderna, nell'iconografia vegetale e animale, negli utensili, perfino nelle armi. Marco Bussagli nella prefazione ricorda che le domande di Deonna «sono da antropologo nel senso più ampio del termine».
Pagine dense (metà libro è costituito da note), ricche di intuizioni e di intrecci tra civiltà e tendenze, nelle quali il lettore pensa in un primo momento di perdersi. Ben presto, tuttavia, si accorge di essere coinvolto; in ogni percorso di Deonna c'è materia per stupirsi, come quando l'autore analizza la forma del triangolo e ricorda che questa figura geometrica può essere unica e multipla, che molti simboli si associano ad essa e che le religioni non riescono a liberarsi dalla sua forza. Figura sacra già nel mondo punico, Freud la sessualizza e ricorre ad essa per spiegare i culti contemporanei che passano attraverso la materialità del corpo. Del resto, il triangolo è in noi. O meglio, fa parte dell'anima.
WALDEMAR DEONNA Il triangolo sacro MEDUSA PP. 192, e 18,50

martedì 9 settembre 2008

E Aby scoprì Bruno. Warburg era rimasto profondamente colpito dalla figura del filosofo condannato al rogo

Il Sole 24 Ore Domenica 7.9.08
E Aby scoprì Bruno. Warburg era rimasto profondamente colpito dalla figura del filosofo condannato al rogo
In un quaderno di appunti inediti arrivò a definirlo un anticipatore di Nietzsche
di Carlo Ossola

Il secondo volume dègli scritti di Aby Warburg - il primo apparve nel 2004 presso lo stesso editore - presenta non solo una vasta antologia dell'ultima parte dell'attività di ricerca e della vita di Warburg, ma offre al lettore un prezioso manipolo di inediti, principali dei quali sono le tre versioni della conferenza su Ghirlandaio tenuta alla Biblioteca Hertziana di Roma nel maggio del 1929 e un quaderno febbrile di appunti su Giordano Bruno, che accompagnerà lo studioso - come ha finemente ricostruito Maurizio Ghelardi nella sua Introduzione - sino alla vigilia della morte, quando i126 ottobre 1929, alle 4 della mattina, annoterà: «Perseo, oppure "Estetica energetica come funzione logica nel problema dell'orientamento in Giordano Bruno": ho finalmente scelto il titolo della mia prolusione». Poche ore dopo sopravvenne la morte.
Ora l'opera di Warburg e la sua importanza sono troppo note per ritornare sull'emblematica conferenza "hertziana" (alla quale SilviaDe Laude ha dedicato importanti studi, in rapporto anche alla presenza romana di Curtius). Merita qui prestare una prima attenzione al quaderno bruniano. Si tratta di 45 fogli di appunti che risalgono al soggiorno in Italia di Warburg e di Gertrud Bing (Rimini, Orvieto, Roma, Napoli, Capua, tra l'autunno del 1928 e la primavera del 1929). Gli appunti indicano subito umi direzione forte di lettura di Giordano Bruno: «Rafforzamento della rivolta attraverso l'afferrare»; ascesa e indiamento attraverso il ricorso al mito orfico di conoscenza e sacrificio: «L'ascesa immaginaria e sacrificio-pratica» (20.V.1929). E negli stessi giorni: «Un giorno: Spaccio delle tenebre grazie alla luce esterna (Mitra) e a quella, interna (G. Bruno)».
La figura del Nolano lo cattura al punto che Warburg si troverà indeciso se collocarlo, a fronte del Don Chisciotte, tra ifondatori dell'imperativo categorico: «Don Chisciotte / Chevalier errant / del concetto di infinità/ "Sfida" / imperativo categorico / / Giordano Bruno /Igino moralizzato / sul fondamento umano / individuale / attraverso / una emulsione dinamica / la riforma della umana/causalltàfigurativa / Sorgere dell'imperativo / categorico» (Roma 2. XII. 1928), o se porlo come un antesignano di un dionisismo non luttuoso: «Ripristino della dinamica / umana (non si tratta della luttuosità) passionale/ Giordano Bruno» (f. 28), sino a figurarlo come un precursore di Nietzsche: «Negli Eroici Furori giunto al punto in cui Atteone da predatore diventa preda della solitudine pensante».
Ora quando si consideri l'importanza che Warburg attribuisce, nel suo sistema, al pensiero di Nietzsche, e proprio nelle stesse settimane "bruniane" in cui preparail resoconto (18 maggio 1929) suL'antico romano nella bottega di Ghirlandaio, che così comincia: «Nietzsche, nellaNascita della tragedia (1886), ci ha insegnato a considerare l'Antico attraverso il simbolo della doppia erma di Dioniso e Apollo»; quando ancora si ricordi che sin dal 1908 il Nietzsche che lo cattura è quello dionisiaco: «Ogni epoca, in base allo sviluppo della sua visione interiore, può comprendere ciò che dei simboli olimpici è in grado di riconoscere e di sopportare. Al nostro tempo, ad esempio, Nietzsche ha insegnato a vedere Dioniso» (voI. I, 504); non sarà allora indebito supporre che Giordano Bruno venga, nel pensiero di Warburg, a colmare l'aporia di un "nietzschianesimo senza Nietzsche" ormai vigente dopo le coloriture wagneriane e i miti ariani sempre più presenti nella coeva propaganda nazionalsocialista (e che lambiscono, problematicamente, anche il quaderno di Warburg: «Spaccio della Bestia I I Venerazione dell'energetica socialmente utile» (1O.VLI929). Dostoevskij, di fronte alle stesse aporie del come «emergere dal caos», aveva scelto l'Idiota -Don Chisciotte, Warburg il furore orfico, e rigeneratore, brunian-nietzschiano.
Giordano Bruno veniva così a compiere (con conseguenze che si proietteranno su tutta la scuola warburghiana, a cominciare da Frances Yates, e sulla recente ricezione italiana, satura di miti bruniani) la parabola iniziata nel primo soggiorno italiano di Warburg e ricordata anche nell'ultimo quaderno: «Botticelli (arazzo) I Poliziano I Urbino I GiordanoBruno» (24,XILI928).
È tempo di interrogarci, come storici, sulla "funzione Giordano Bruno" nell'Italia unita e nella determinazione dei miti che reggeranno il senso del letterario da fine Ottocento a fine Novecento. Indubbiamente la lettura warburghiana, seppure sul versante del «ripristino della dinamica passionale», corrobora quella proposta dal De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana (1870-71), ove il Bruno 1 incarna - accanto a Galileo - il modello della "Nuova scienza" -una scienza politico-filosofica coesa a Machiave1li: «Machiavelli aveva già parlato di uno spirito del mondo immortale e immutabile, fattore della storia secondo le sue leggi costitutive. Q,uello spirito della storia nella speculazione di Bruno è il fabbro del mondo, il suo artefice interno».
«Materia assoluta»: bene si vede come le patrie lettere siano state orientate da questa lettura, sì che esaurite le aure del materialismo storico, la letteratura italiana e la sua critica (dopo Gramsci e Vittorini, Fortini e epigoni) giacciano.
Era possibile altra via? Warburg stesso l'aveva suggerita nelle note a La "Nascita di Venere" e la "Primavera" di Sandro Botticelli (1893), in cui richiama i debiti contratti con l'edizione di G. Carducci, Le Stanze, l'Orfeo e le Rime diM.A. Poliziano (Firenze, Barbera, 1863). Recentemente Giovanna Cordibella (in «Lettere Italiane», n.4, zo07) ha evocato l'importanza di quel debito; ma si dovrebbe andare ben oltre: la formula stessa «rinascita del paganesimo antico» sembra debitrice al Carducci il quale, chiudendo il capitolo dedicato a Firenze nell'ultimo Quattrocento, così si congedava da Savonarola: «E non sentiva che la riforma d'Italia era ilrinascimento pagano, che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani».
Sappiamo che lo splendido saggio carducciano Dello svolgimento della letteratura nazionale (1868-1871), da cui è tratta la citazione, fu soccombente e s'imposegrazie anche alle funzioni di ministro dell'Istruzione più volte esercitate dal suo autore - il coevo profilo del De Sanctis, nel quale la condanna in blocco del Cinquecento è senza appello: «Quello era il tempo che i grandi stati d'Europa prendevano stabile assetto, e fondavano ciascuno la patria. E quello era il tempo che l'Italia non solo non riusciva a fondare la patria, ma perdeva affatto la sua indipendenza, la sua libertà, il suo primato nella storia del mondo. Di questa catastrofe non ci era una coscienza nazionale, anzi ci era una certa soddisfazione» (cap. XVII. Torquato Tasso).
Carducci, più sensibile alla continuità storica di una grande civiltà classica nel nostro Cinquecento, ben diversamente lo giudicava, opponendosi esplicitamente al De Sanctis: «Spettacolo che altri potrà dir vergognoso e che a me apparisce pieno di sacra pietà, cotesto d'un popolo di filosofi di poeti di artisti, che in mezzo ai soldati stranieri d'ogni parte irrompenti séguita accorato e sicuro l'opera sua di civiltà. E il canto de' poeti supera il triste squillo delle trombe straniere, e i torchi di Venezia di Firenze di Roma stridono all'opera d'illuminare il mondo. Cara e santa patria! Ella aprì alle menti un mondo superiore di libertà e di ragione; e di tutto fe' dono all'Europa».
Dei due Warburg, quello giovanile fiorentino-carducciano e quello senile nolano-nietzschiano, oggi - in tempi nei quali accade di dover contemplare di nuovo il "paese guasto" - verrebbe voglia di tener caro il primo, quello della pagana pietas piuttosto che degli schiavi ed eroici furori. Non la politica, ma la poesia. In stagioni (quanto dureranno?) nelle quali la prima è squallida, servirebbe, come insegna Carducci, salvare almeno la seconda, per le future generazioni e per la nostra dignità.
Aby Warburg, «Opere. II: La rinascita del paganesimo antico e altri scritti (1917-1929»), a cura di Maurizio Ghelardi, Torino, Aragno, pagg.1.006, € 65,00.

venerdì 5 settembre 2008

recensione del libro: Gnomi

Pubblichiamo una recensione del libro di Wil Huygen e Rien Poortvilet "Gnomi", la recensione è del 1979 ed è stata scrittica da Luigi De Anna. In alcune sue parti il testo può essere considerato fortemente datato e rispecchiante il clima culturale del tempo. Tralasciamo questi punti perchè la parte rimanente del può essere considerata ancor'oggi valida ed interessante.


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domenica 31 agosto 2008

Salwa al-Neimi rivendica l'appartenenza a una tradizione che ha sempre esaltato il sesso

Corriere della Sera 31.8.08
Salwa al-Neimi rivendica l'appartenenza a una tradizione che ha sempre esaltato il sesso
E la giovane araba scopre l'eros
Vietato in quasi tutto il mondo islamico, «La prova del miele» è già un caso
di Cecilia Zecchinelli

PARIGI — «Come posso gridare al mondo la mia passione per Georges Bataille, Henry Miller, il marchese de Sade, Casanova e il Kama Sutra e non nominare nemmeno Al Suyuti e Al Nafzawi?», si chiede la narratrice senza nome e senza pudori in La prova del miele (tradotto da Francesca Prevedello per Feltrinelli). «Perché tanta sorpresa in Occidente per un libro erotico in arabo, se non per il solito falso cliché che ci vede tutti nemici del sesso, le nostre donne vittime e oppresse? », ci chiede Salwa al-Neimi, autrice dell'opera diventata ormai caso letterario e campione di vendite (anche) nel mondo arabo. Nel cortile del prestigioso Institut du Monde Arabe di Parigi, dove lavora da anni dopo un passato da giornalista letteraria, Salwa ci parla di Al Suyuti e Al Nafzawi, di Al Tigani e Unsi Al Hajj. Ovvero dei grandi autori classici che secoli fa all'eros dedicarono studi e trattati, ne derivarono gloria e ammirazione. E molti di loro, ricorda, erano sheikh religiosi, credenti e pii. «Perché nel mondo arabo-islamico il sesso non è mai stato peccato, anzi il nostro è l'unico popolo, io credo, per cui l'eros è una grazia di cui essere riconoscenti a Dio». Al punto che «tra gli effetti positivi del coito, dicevano i classici, c'è l'anticipazione del paradiso».
È tutta nel solco della (ri)scoperta dell'eredità erotica araba la prima opera in prosa («non è un romanzo, piuttosto un testo libero») della Neimi. Una sorta di diario- confessione di una giovane araba («non ha problemi di identità anche se vive in Francia, è libera») che nel sesso scopre davvero il suo paradiso. Leggiamo dal libro: «A importarmi è solo il desiderio, il mio prezioso desiderio». «Non ho altri modelli che me stessa. Non sono in cerca di una fatwa che mi dia il permesso di concedermi ai miei uomini». E ancora: «Chi desidera il mio corpo mi ama, chi ama il mio corpo mi desidera. È il solo amore che conosco, il resto è letteratura ». «Se il mistico Al Juneid scriveva "Ho fame di coito come ho fame di cibo", io dico "Ho sete di acqua, di sperma, e parole"».
Nelle centodue pagine della Prova del miele avvenimenti ce ne sono ben pochi: aneddoti, citazioni e molte riflessioni piuttosto, divisi in capitoletti dedicati come nei testi antichi ciascuno a un tema (l'hammam, la dissimulazione) o a una storia intrecciata a quella della protagonista (la massaggiatrice, il sesso arabo nella City). Ma nemmeno i personaggi (gli «amanti» dai nomi un po' pretenziosi, come il Viaggiatore o il Lontano) hanno personalità delineate e chiare. Ad eccezione del più desiderato e forse perfino amato, il Pensatore, che risveglia nella narratrice la vera passione (il miele), e con lei condivide l'amore, ancora una volta, per i classici e per la lingua araba. «Più di qualsiasi altra la lingua del sesso », che anche in traduzione a volte resiste. Come nella discussione tra lei e il Pensatore su che termine in arabo classico sia più adatto per descrivere la sodomia femminile (la narratrice finirà per inventarlo).
Non che sia tutto così facile, in realtà. La visione dell'Occidente di un mondo islamico sessuofobo oggi è più vera che in passato; moltissimi arabi non conoscono e nemmeno immaginano quei famosi trattati d'amore carnale compilati per giunta da uomini di fede; l'idea che una donna possa scriver di sesso per molti è uno scandalo. E La prova del miele, uscito a Beirut nel gennaio 2007 con la scritta «vietato ai minori» (e lì apprezzato perfino da Al Akhabr, quotidiano del Hezbollah) è stato infatti proibito quasi ovunque nel mondo arabo, esclusi solo il Maghreb e Dubai. «Perfino in Egitto e nella laica Siria, la mia patria, il libro è bandito, anche se per strada lo vendono di nascosto e con Internet arriva ovunque. E ho ricevuto minacce, insulti», dice la Neimi. Censura e attacchi, uniti all'etichetta «il primo libro erotico scritto in arabo da una donna» (record controverso ma in sostanza vero) che hanno però aiutato molto il libro in Occidente. Alla Fiera di Francoforte già 17 Paesi (dal Giappone alla Turchia) lo hanno comprato, in alcuni casi con aste e prezzi assai alti. «Pensare che nei cinque libri di poesie che ho pubblicato in passato l'erotismo era altrettanto presente, ma nessuno li ha mai trovati interessanti », sospira la Neimi.
A sentire lei il successo del Miele sta quindi, soprattutto, «nella lingua facile, moderna, diretta che riesce a parlare anche ai giovani ». Vero forse per la versione originale, in arabo. Mentre è difficile credere che in Occidente non abbia pesato e non pesi quel mix di censura-erotismo-orientalismo che volutamente l'accompagna: l'edizione italiana lo presenta come «le confessioni impertinenti di una Sheherazade contemporanea », cliché che le scrittrici arabe affermate rifiutano da tempo e con forza. Ma comunque sia, ben venga il Miele di Salwa. Per sfatare qualcuno dei tanti falsi miti dell'Occidente sul mondo arabo. Per ricordare a quest'ultimo un passato più libero e in fondo più gioioso. Per chiedersi (siamo umani e curiosi) se questa non sia un'autobiografia. Domanda a cui l'autrice risponde, sorridendo: «Magari».
Il diario-confessione
Dice la protagonista: «A importarmi è solo il desiderio, il mio prezioso desiderio»

giovedì 28 agosto 2008

I Rotoli del Mar Morto presto consultabili su Internet

l’Unità 28.8.08
Israele. I papiri, vecchi di duemila anni, furono rinvenuti nel 1947
I Rotoli del Mar Morto presto consultabili su Internet

Ci vorranno ancora alcuni anni ma, a progetto concluso, una banca dati permetterà a tutto il mondo di accedere in internet ai Rotoli del Mar Morto, fotografati ad altissima risoluzione, e alla documentazione relativa. Il progetto, presentato ieri Gerusalemme dall’Autorità per le Antichità di Israele, ha tra i suoi obiettivi anche la conservazione e il monitoraggio delle condizioni dei preziosi rotoli che, ha sottolineato Pnina Shor, capo del dipartimento per la cura e la conservazione dei reperti, «sono un patrimonio dell’Umanità». I Rotoli, che furono scritti alla fine del III secolo a.C. e in gran parte tra il I a.C. e il I secolo d.C., furono scoperti da un beduino in una grotta del Mar Morto nel 1947. Comprendono il più antico testo scritto esistente del Vecchio Testamento (ad eccezione del Libro di Ester), oltre a salmi, inni e testi apocrifi. I Rotoli, che hanno enorme importanza storica, religiosa e culturale, aiutano a far luce su un periodo di grandi sconvolgimenti nella storia del popolo ebraico alla fine del Secondo Tempio e sulla storia del primo Cristianesimo. Per 35 anni un gruppo di soli dieci studiosi aveva monopolizzato la pubblicazione dei testi. A parte pochi lunghi Rotoli, tutti gli altri consistono in circa 12 mila frammenti - conservati nel Museo di Israele - che i ricercatori hanno raccolto con certosina pazienza in circa 1200 lastre.

martedì 26 agosto 2008

SICILIA - L'Atlante della Sicilia che segnalava i templi

SICILIA - L'Atlante della Sicilia che segnalava i templi
MARIO DI CARO
la Repubblica (Palermo) 12/08/2008

MOLTI anni prima dei voli charter e dei tour operator, l´antenata delle guide turistiche segnalava ai viaggiatori del Settecento le castagne dell´Etna, "rinomate per la loro grassezza". E non solo. La carta-atlante di Giovan Battista Ghisi, datata 1779 ed esposta a Ustica dalla Fondazione Banco di Sicilia, focalizza alcune tappe peculiari del viaggio in Sicilia, allora così di moda tra gli aristocratici e gli intellettuali del Nord Europa.Infatti la carta dedica una serie di finestrelle al porto di Augusta, ai templi della Concordia e di Ercole a Girgenti, al porto e alla fortezza di Messina, alle vedute di Trapani e del già citato monte Etna. Proprio come fanno oggi le guide turistiche illustrate che focalizzano i luoghi di particolare interesse con fotografie eloquenti.
Erano gli anni in cui la Sicilia catalizzava l´interesse dei viaggiatori illustri, da Wolfgang Goethe a Jean Houel, autore, guarda caso, nel 1782, di un prezioso "Voyage pittoresque de Sicilie, de Malta et de Lipari", in possesso del Museo Mormino di Palermo e anch´esso esposto al Vecchio Municipio di Ustica nella mostra realizzata in collaborazione con il Centro studi dell´isola. Anni in cui i diari e i disegni di questi grandi viaggiatori raccontavano di una Sicilia esotica che profumava ancora di cultura classica, di tradizioni arcaiche, di folclore autentico.
«I viaggiatori del grand tour partivano con itinerari già pronti, preparati sulla base delle indicazioni delle carte geografiche del Settecento - spiega Francesco Bucchieri, direttore del Museo Mormino della Fondazione Banco di Sicilia, a cui appartiene il patrimonio di carte e volumi esposto a Ustica - Venivano in Sicilia, come nel meridione d´Italia, a cominciare da Pompei, attirati dal richiamo della cultura classica. Consideriamo che in quel periodo la Grecia era sotto il dominio dell´impero ottomano e quindi pressoché inaccessibile».
Ma la carte del Ghisi, oltre alla straordinaria grafica, riserva un´altra sorpresa che la rende più simile a un´enciclopedia geografica che a una semplice carta geografica. Alla base del disegno, infatti, sono elencate le produzioni caratteristiche dell´Isola, un piccolo trattato di scienze naturali che dà conto dei minerali, dei crostacei, delle piante e delle erbe marine, delle saline, delle pietre, dei metalli, dei marmi, ma anche dei fossili, delle piante erbacee del faro di Messina, delle solfatare, dei bagni, fino alle piantagioni di carrubo, pistacchio, manna e seta. Insomma, una vera e propria rivoluzione della cartografia tradizionale, attenta, allora, alla divisione del territorio siciliano nelle tre province istituzionali, Val di Mazara, nella parte occidentale, Valdemone, a est, e Val di Noto, sud est. In quella Sicilia del 1779 che vedeva sul trono Ferdinando IV di Borbone, la carta del Ghisi, figlia del vento illuminista che soffiava dalla Francia, poteva considerarsi una vera e propria piccola enciclopedia geografica, fisica e politica, capace di fornire un surplus di informazioni al viaggiatore colto. «Non era una carta portatile perché difficilmente sarebbe stata nel bagaglio dei viaggiatori però permetteva di conoscere, a chi doveva intraprendere un viaggio, non solo la costa ma anche l´interno della Sicilia - continua Bucchieri - Diciamo che era un prodromo di quelle carte prodotte successivamente che si potevano piegare in 32 o 64 fogli, tra la fine del Settecento e i primi dell´Ottocento e che potevano agevolmente far parte del bagaglio. È una carta che rappresenta un punto di svolta tra il rilievo cartografico e la conoscenza del territorio e possiamo considerarla come un´antenata delle guide odierne».
La mostra di Ustica racconta anche del primo atlante sul regno di Sicilia, stampato a Bologna nel 1620 e curato da Giovanni Antonio Magini, mentre risale al 1781 un altro "Voyage pittoresque de Sicilie", a firma, questo, di Richard Saint Son, che fa il paio con il volume di Houel.
Il viaggio in Sicilia attraverso stampe e incisioni di carte geografiche si spinge fino al Cinquecento, quando nasce una serie di carte detta "veteris typus", che terrà banco fino al Settecento: le fonti da cui attingono i cartografi dell´epoca sono le opere degli storici siciliani, come il "De situ insulae Siciliae" di Mario Arezzo, stampato a Messina e a Palermo nel 1537, il "De rebus siculis decades duae" di Tommaso Fazello (Palermo 1558) e più tardi il "Sicilia antiqua" di Filippo Cluverio (1619) che conteneva la più accurata descrizione geografica dell´Isola e la topografia di tutte le città. Col passare degli anni e con l´incremento dei commerci marittimi nascono nuove esigenze di documentazione cartografica sulle coste del Mediterraneo che mettono in moto una produzione particolareggiata sulle isole, meno approssimativa di quella precedente attenta a indicare rotte e approdi piuttosto che soffermarsi sull´esatta configurazione. Editori e cartografi danno vita, così, al genere degli isolari, pubblicazioni con carte geografiche destinate esclusivamente ad illustrare le isole attraverso disegni aggiornati rispetto ai rilievi elaborati sulla base delle fonti tolemaiche. E così nel 1528 vengono stampati a Venezia gli isolari di Benedetto Bordone, poi quello di Leandro Alberti che si aggiunge alla "Descrittione di tutta Italia" con le incisioni sulla Sicilia e su tutte le isole d´Italia, fino alle "Isole più famose del mondo" di Thomaso Porcacchi con le illustrazioni di Girolamo Porro.
Si avverte il fascino esotico di terra remota da queste stampe vecchie di tre-quattro secoli: e infatti, nonostante il convergere di interessi politici, la Sicilia rimane un´isola poco conosciuta sino alla prima metà del Settecento come testimoniano le inesattezze contenute dalle carte. Persino Diderot e D´Alembert nello loro "Encyclopedie" riportarono indicazioni sbagliate alla voce "Palermo".