martedì 29 aprile 2008

Il neurologo-scrittore indaga il rapporto tra mente e musica e parla del nuovo libro

Corriere della Sera 29.4.08
Il neurologo-scrittore indaga il rapporto tra mente e musica e parla del nuovo libro
Sacks: c'è un'orchestra nel cervello
Smemorati che suonano tutto Bach, medici che riconoscono solo la Marsigliese
di Livia Manera

Il nuovo libro di Oliver Sacks Musicofilia (in libreria da domani per Adelphi, traduzione di Isabella Blum, pp. 434, e 23) comincia un giorno del 1994 in cui un chirurgo americano di nome Tony Cicoria entra in una cabina telefonica durante un forte temporale e viene trafitto da un fulmine. Cicoria stramazza, è sbalzato all'indietro, ha il tempo di dire a se stesso «Oh, merda, sono morto», entra in un tunnel di velocità estatica in cui rivede tutta la propria vita, poi «Slam!», torna in sé, e da quel momento è un altro uomo. Nel senso che il suo cervello si riempie d'ora in poi di un desiderio irresistibile di musica. Soprattutto Chopin. A quel punto Cicoria si mette a studiare il piano da solo e nel giro di tre mesi non fa più quasi nient'altro che suonare e comporre. «Mi alzavo alle quattro del mattino e suonavo fino al momento di andare al lavoro», racconta al neurologo-scrittore Oliver Sacks. «E poi quando tornavo a casa rimanevo al piano tutta la sera. Mia moglie non era molto contenta. Ero posseduto ».
Sacks sorride versandosi il tè: «Ricordo il primo genio musicale che ho incontrato, era un uomo ritardato che conosceva a memoria duemila opere». Stiamo facendo la prima colazione in un albergo che l'autore di Risvegli sceglie sempre quando va a Londra, perché è vicino a una piscina, e lui ci tiene a nuotare ogni mattina alle sei. «Aveva preso la meningite da piccolo ed era incapacitato in molte cose, eppure aveva questa memoria musicale prodigiosa. Mi ha sempre colpito come la musica s'insinui nel nostro cervello: come un brano musicale ci insegni la sua struttura e i suoi segreti anche quando non ci accorgiamo di avergli prestato ascolto. Forse perché sono cresciuto in una famiglia in cui le forze dominanti erano la musica e la scienza. Mia madre faceva fatica a ricordare un brano musicale, ma mio padre sembrava avesse un'intera orchestra nel cervello».
Se non fossimo soli nella sala da pranzo di quest'albergo, daremmo sicuramente nell'occhio. Perché se nei modi Sacks ha conservato la timidezza di un adolescente malgrado i settantacinque anni, nell'aspetto sembra un astronauta in tenuta tecnica o un architetto molto alla moda, vestito com'è con una maglietta nera a maniche lunghe e pantaloni neri e modernissime scarpe da ginnastica bianche. I capelli e la barba sono bianchi anche loro, e l'accento è rimasto quello dell'Inghilterra in cui è cresciuto, malgrado quarant'anni passati a lavorare nell'ospedale psichiatrico di New York, nel Bronx, prima di approdare lo scorso autunno alla Columbia University, dove gli hanno confezionato due corsi su misura, uno di neuropsichiatria e l'altro di scrittura creativa.
Musicofilia è dunque il suo ultimo libro ed è una raccolta di ventinove saggi in cui Sacks esplora il rapporto tra la musica e la mente concentrandosi su casi neurologici che sono in parte nuovi e in parte derivati da libri precedenti come L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello e Un antropologo su Marte. C'è quello del musicologo inglese Clive Wearing a cui un'infezione cerebrale azzera continuamente la memoria, il quale ogni volta che vede sua moglie la saluta come se fosse il loro primo incontro, ma se si siede al piano riesce a suonare un intero preludio di Bach. Ci sono malati di Alzheimer o persone affette da sindrome di Tourette che trovano pace solo quando suonano o ascoltano brani musicali. Ci sono persone torturate dalla musica come Schumann che da vecchio era tormentato da allucinazioni musicali che degeneravano in una singola nota prolungata. E altre che vengono prese dalle convulsioni come la moglie di un compositore moderno che ha una crisi epilettica ogni qual volta sente una musica simile a quella del marito — e qui magari Freud, anche se era insensibile alla musica, avrebbe qualcosa da dire. Sacks si diletta parecchio con i casi di «amusia». Cita quello di Nabokov, per cui l'alfabeto era colorato come un arcobaleno, ma che pativa qualunque melodia come «una successione arbitraria di suoni più o meno irritanti». E quello di un neurologo francese che di qualsiasi brano musicale gli confessa di saper dire soltanto se sia o non sia la Marsigliese.
«Mio padre si fece un dovere di darci un'istruzione musicale fin da quando eravamo piccoli — sta raccontando Sacks — e ci trovò un insegnante molto focoso, alla Toscanini, che picchiava la testa contro il pianoforte. A cinque anni avrei detto che le cose al mondo che preferivo erano il salmone affumicato e Bach ». A differenza di allora, oggi, spiega Sacks, a uno specialista basta una risonanza magnetica per riconoscere il cervello di un musicista. Ma il rapporto tra musica e cervello rimane ancora pieno di misteri. Un caso che lo incuriosisce e gli sfugge allo stesso tempo è quello delle «infezioni musicali», quei motivetti che improvvisamente ci entrano nella testa e che non riusciamo a scacciare nemmeno se vogliamo. «Mi colpisce moltissimo la frequenza della musica interiore, forse perché c'è sempre un brano che risuona consciamente o inconsciamente nella mia mente. Un anno fa, in occasione della dipartita di un mio fratello, ha cominciato a ronzarmi in testa un capriccio di Bach. Poi pensandoci mi sono accorto che Bach aveva scritto quel brano in occasione della partenza di un suo fratello. Ma aveva diciannove anni, e si trattava di tutt'un altro tipo di viaggio».
Parliamo dell'influenza dell'IPod sulla vita delle persone («A prima vista sembrerebbe una cosa fantastica, se pensa che Darwin doveva viaggiare fino a Londra per sentire un concerto. Ma mi chiedo se questa esposizione costante alla musica non abbia una responsabilità nell'aumento delle allucinazioni musicali»), e parliamo del suo rapporto personale con la musica, oggi. «Per me non esiste una giornata senza musica. Ascolto la radio, vado ai concerti, mi siedo al piano almeno mezz'ora al giorno. Mi piace suonare con la sinistra mentre prendo appunti con la destra. Nietzsche diceva che scrivere ascoltando Bizet lo rendeva un filosofo migliore. Non so se rendo un torto alla musica in questo modo, ma a me è così che piace scrivere le mie cose. Mi aiuta a concentrarmi ».

lunedì 28 aprile 2008

La verità storica su Elena di Troia

La verità storica su Elena di Troia
BARBARA BRIGANTI
MERCOLEDÌ, 25 LUGLIO 2007 LA REPUBBLICA Cultura

UN SAGGIO RICOSTRUISCE IL PERSONAGGIO DELL´ILIADE

oggi possiamo immaginare come visse la Regina di sparta
L´autrice è divulgatrice culturale della bbc

Una delle immagini più celebri dell´Iliade raffigura Elena che, coperta da un velo scintillante, dall´alto delle Porte Scee fa planare lo sguardo sul campo di battaglia, stranamente ordinato e silenzioso. Achei e Troiani hanno deposto gli scudi, piantato le lance nel terreno e attendono severi ed incerti, incrociando le braccia. Una tregua nella decennale, tremenda carneficina, lascia il passo al duello tra i due uomini che si contendono la donna più bella del mondo. Sappiamo come andò a finire. È una visione quasi cinematografica: una panoramica a volo d´uccello sull´immenso esercito greco, il campo, le navi arenate sulla spiaggia, completata da rapide zoomate esplicative, ad uso del re Priamo, sugli eroi più famosi: Agamennone dal portamento regale, Ulisse basso, scuro e peloso come un montone, l´immenso Aiace. Di tutti loro sappiamo molto: quale sorte li aspetta al ritorno in patria, come finirà la loro avventura terrena. Conosciamo anche il destino di Troia e dei suoi abitanti. Di Elena invece, stranamente, sappiamo pochissimo e quel poco in maniera molto confusa e contraddittoria. È la storia, o se vogliamo il mito di Elena, principessa micenea del XII secolo a. C. che si è prefissa di raccontare una delle più famose divulgatrici culturali della BBC, Bettany Hughes (Elena di Troia, Dea Principessa, Puttana, Saggiatore, pagg. 511, euro 22).
Il problema di appurare se Elena è mai esistita fisicamente o se invece rappresenta solo un mito legato alla fertilità o alla primavera, è ininfluente. Grazie all´archeologia scientifica e ad una fortunata serie di scoperte fortuite avvenute nel corso del XX secolo, le conoscenze sulla Grecia micenea sono enormemente aumentate, per cui è ormai possibile ricostruire in maniera plausibile lo scenario in cui avrebbe potuto vivere una regina di Sparta.
Una principessa nata ed allevata in una reggia, un palazzo simile a quello di Pilo, un labirinto di edifici arroccati sulle scoscese colline del Peloponneso, con cortili, passaggi e scale che collegavano sale affrescate e scintillanti. Un edificio rigurgitante di tesori e di colori. La lettura delle tavolette in cuneiforme, provenienti da Hattusa, tramanda la portata dei doni che si scambiavano i re nell´Età del Bronzo: forzieri letteralmente pieni d´oro, avorio, vasellame dipinto, armi, tessuti ricamati e pelli di animali. Elena viveva in palazzi dove una folla di schiave, soldati e servi si muoveva continuamente al servizio dei sovrani, dove la regina e le sue ancelle ricoprivano un ruolo non solo di gestione della casa ma anche politico e di rappresentanza. Regina e ancelle erano giovani, quasi bambine. A dodici anni una fanciulla era sessualmente matura e pronta per le nozze, a venticinque poteva già essere nonna, se non era già morta prima stroncata da innumerevoli parti. Hanno al massimo ventisei anni le donne i cui corpi sono stati ritrovati sotto le macerie di Creta e di Thera.
Un´adolescente già in grado di gestire una casa e che spesso era usata come merce di scambio e ostaggio politico. Una quantità imprecisabile di principesse greche venne spedita oltremare nelle corti orientali, presso gli ittiti, gli urriti, gli egizi. Forse alla fonte del mito di Elena c´è una, o molte, storie del genere.
Una fanciulla snella e sinuosa, con folti capelli che faceva crescere solo una volta sposata. E non necessariamente mora. A Thera gli affreschi che documentano la rituale raccolta dello zafferano mostrano anche una ragazza bionda, con occhi chiari. Probabilmente una rarità e per questo tanto più pregiata. Sempre negli affreschi di Thera vediamo gioielli e abiti multicolori. Il peplo, i veli informi e fluttuanti che immaginiamo per abitudine, non erano affatto il costume del periodo. Le donne, pesantemente truccate e ingioiellate, portavano gonne a balze colorate e corpetti attillati che svelavano il seno. I tessuti di lino, lievi e trasparenti erano resi lucidi da numerose immersioni nell´olio d´oliva, i vivaci colori si ottenevano con tinture vegetali, lo zafferano, l´indaco, o da quella porpora che fece la fortuna dei Fenici.
Col tempo, la piccola principessa sarebbe diventata una madre di famiglia potente, come Clitennestra o Penelope, in grado di sostituirsi al re in caso di bisogno; una sacerdotessa, incaricata della gestione degli affari religiosi dello stato. Talvolta - ahimè povera Ifigenia - una vittima sacrificale.
Tutto questo, e molto ancora, fu sicuramente Elena, la donna per cui due mondi entrarono in guerra, la prima inconsapevole causa dell´infinito scontro che da millenni oppone l´oriente e l´occidente.

Un unico progetto per le due Piramidi. La prova: i raggi del Sole al tramonto

Corriere della Sera 15.12.07
Un unico progetto per le due Piramidi. La prova: i raggi del Sole al tramonto
Volute da Cheope e Chepren nel 2.500 a.C., sorgono a Giza, luogo sacro del popolo egizio legato alla creazione
di Giulio Magli, Politecnico di Milano

Un nuovo studio condotto sulle basi dell'archeoastronomia getta una luce inedita sull'unica delle «sette meraviglie » dell'antichità giunta fino a noi: le piramidi di Giza, in Egitto. Le due grandi architetture abitualmente attribuite a Cheope e a suo figlio Chepren, costruite attorno al 2500 a.C., appartengono a un unico, grandioso progetto architettonico e non a due progetti concepiti successivamente, come invece finora si è sempre pensato. Le prove di questa tesi che non contraddice nulla di quanto è appurato già dagli egittologi, sono sia di ordine tecnico che simbolico. Esse sono connesse alle relazioni esistenti tra la geometria del complesso architettonico della Piana di Giza e i suoi allineamenti astronomici.
Le piramidi sono orientate ai punti cardinali quasi perfettamente, ma con una lieve differenza da attribuirsi alla tecnica con cui le stelle venivano osservate per determinare il nord, e che mostra come la «seconda piramide» sia stata progettata per prima. Oltre a legarsi alle «stelle imperiture » (come dicevano gli Egizi) del nord, Cheope però voleva dimostrare di essere «Figlio del Sole», quindi destinato alla vita eterna. E quale modo migliore per dimostrarlo se non farlo «dire» al Sole stesso? Accade infatti che le due grandi piramidi, se osservate dalla zona della Sfinge, il giorno del solstizio d'estate diano vita a un fenomeno spettacolare. Il Sole tramonta al centro tra i due monumenti formando e ricostruendo l'immagine del geroglifico Akhet (orizzonte), che raffigura appunto il disco solare tra due montagne, simboleggiando la continuità della vita dopo la morte, destino del faraone sepolto nella piramide. Un effetto, però, che necessita anche della seconda piramide, quella del figlio di Cheope, Chepren, per realizzarsi. Dunque solo alla morte del padre questo faraone si sarebbe attribuito una parte del complesso raffigurante l'orizzonte di Cheope.
Un altro indizio che suffraga la nuova tesi è il fatto che il terreno in cui sorge la seconda piramide sia in posizione migliore rispetto a quello in cui sorge la prima, segno che, nella mente del progettista, lo spazio prima o poi sarebbe dovuto essere occupato da una struttura simile e complementare. Questa complementarità è confermata, ancora, dallo studio archeo- astronomico: infatti il giorno del solstizio d'inverno, il sole tramonta in allineamento dietro la seconda piramide se visto dalla zona del tempio alla base della prima.
C'è, infine, un altro elemento nuovo che gioca un ruolo fondamentale nella tesi. Esso riguarda l'interpretazione della skyline della piana di Giza, cioè ciò che si vede al-l'orizzonte della Piana se la si guarda dal sito in cui sorgeva Heliopo-lis, un importantissimo centro religioso solare ora inglobato nei sobborghi del Cairo. Accade infatti un fenomeno visivo curioso e spettacolare, sicuramente voluto: avvicinandosi ad Heliopolis le piramidi di Giza si sovrappongono alla vista l'una con l'altra, e alla fine la pur enorme mole della seconda piramide non risulta piu' visibile, perché coperta interamente dalla prima.
Perché, dunque, Chepren dovrebbe aver voluto che la sua piramide fosse invisibile dal luogo sacro al Sole? È più logico pensare che sia stato Cheope a voler realizzare questo «miraggio» in segno di rispetto per il tempio del sole di Heliopolis, considerato un vero e proprio ombelico del mondo egizio, un luogo associato alla creazione e alla cosmologia.

«Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento»

il manifesto 19.12.07
Una via di fuga sulle orme dei «classici»
«Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento», un saggio di Mariapaola Fimiani. La resistenza alla società del controllo e l'azione tesa a definire la soggettività politica
di Sandro Chignola

In un testo che nel 1977 Gilles Deleuze affida a François Ewald perché questi lo rimetta a Foucault - un testo dalla particolare intonazione confidenziale, intima, che può essere letto in traduzione italiana nella raccolta di saggi deleuziani curata da Ubaldo Fadini per ombre corte (Desiderio e piacere, in Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault ed altri intercessori) - viene evidenziato quello che a Deleuze appare il problema davanti al quale si trova Foucault nel punto di svolta tra Sorvegliare e punire e La volontà di sapere. L'idea, cioè, che «dispositivi di potere» e «resistenze» si fronteggino nel piano di immanenza del campo sociale sembra infatti a Deleuze rischiare di restaurare, da un lato, le funzioni unificatorie del principio di contraddizione e dall'altro evitare la vera questione che dovrebbe essere pensata: se le «linee di fuga» che il potere cerca di imbrigliare - il movimento delle migrazioni, quello delle donne, la circolazione della moneta, le insorgenze del desiderio, il puro disordine che fa scappare da tutte le parti l'«oggetto» del controllo, la nozione stessa di «campo sociale» - «non sono necessariamente rivoluzionarie».
Che cos'è, si chiede Deleuze, che fa di un evento un punto strategico di resistenza piuttosto che un'indecidibile traiettoria di non-tenuta, una pura deterritorializzazione? In termini molto più radicali: quali sono le condizioni di produzione etica e politica di un nuovo soggetto nel partage, nella separazione, che si spalanca tra dispositivi di potere e contropotere; tra il Potere e i poteri, plurali, singolari, puntuali, ai quali si incardinano le resistenze?

Il divenire del soggetto
Questione filosofica decisiva, si dirà. Alla sua elaborazione Michel Foucault prende a lavorare negli anni seguenti, e ad essa deve essere ricondotta la sua intera produzione della maturità. Il Foucault dell'Uso dei piaceri, de La cura di sé, de L'ermeneutica del soggetto, il teorico della biopolitica, non come colui che ripropone un'inaudita, e per molti versi sorprendente, centralità del soggetto, ma come colui che prende davvero sul serio la questione cruciale che gli pone il suo amico Deleuze.
È questo Foucault, un Foucault filosofo, che pensa, come egli ebbe del resto a dire, con i classici sui quali non scrive, ma nella cui traccia egli lavora (Heidegger, certo. Nietzsche, passione condivisa con Deleuze, ovviamente. Ma anche Kant e soprattutto Hegel, al quale Foucault dedica un inedito mémoire giovanile), quello preso in considerazione da un importante saggio di Mariapaola Fimiani (Erotica e retorica. Foucault e la lotta per il riconoscimento, ombre corte, euro 13,50).
Il soggetto e il suo sporgere sul mondo a partire dalla piegatura riflessiva del vivente, nella quale l'accadere si altera e si dispiega la contraddizione tra la coscienza e l'oggetto, è il quadro in cui Foucault pensa il ciclo dell'ermeneutica del soggetto.
L'apertura e la chiusura del Cours del 1981-1982 sono dunque poste sotto l'egida hegeliana della «spiritualità». Il legame circolare tra il «soggetto» e la «verità». A partire da ciò, l'idea del soggetto come di un divenire. Elaborazione della differenza e ritorno del sé al sé. E ancora: l'appello perché il pensiero raccolga di nuovo la sfida del mondo classico alla filosofia occidentale, quella di pensare un soggetto di esperienza capace di fare del proprio mondo il luogo di una prova.
Apprendere il proprio mondo come «appartenenza» e come un «compito» è ciò che marca, per Foucault, la specificità dell'ethos filosofico. Tagliare l'ordine delle cose per tenere assieme ontologia dell'attualità e potenza di trasformazione, il gesto che gli permette di pensare con Kant, Nietzsche, Weber. E soprattutto con Hegel. L'Erotica che chiude L'uso dei piaceri - il «duplice rapporto con la verità» che in essa si dischiude: «rapporto con il proprio desiderio interrogato nel suo essere», e «rapporto con l'oggetto del desiderio come vero essere» - come esplicita e diretta «riscrittura» della Fenomenologia dello Spirito e della logica hegeliana del riconoscimento.
È questa la tesi di Fimiani. Il farsi spirituale del vivente e il movimento della vita presa nel proprio sapere; l'attivazione del circolo che lega il soggetto alla verità in una trasformazione che è trasformazione attuale dell'uno e dell'altra; il farsi esistenza del divenire. Un'ontologia della forza in cui si intrecciano vita e soggettivazione e che Foucault pensa nel testo di Hegel.
Di qui una sorta di radicalizzazione del lavoro filosofico foucaultiano. Ciò che per lui è in questione non è più (soltanto) l'analisi dei sistemi di verità e il loro archivio, l'archeologia del sapere indagata nella ritmica di costruzione e decostruzione, ma l'istantaneità dell'atto di verità che chiede di essere imputato al soggetto agente in stretta coniugazione con la sua inserzione al mondo. L'etica della vita si lega così alla politica.
La «piegatura» in cui la vita si riflette attraverso il sapere che produce di sé, si fa linea di articolazione singolare tra etica e politica, tra la «cura sui» e il sistema degli effetti che la trasformazione in cui il soggetto è catturato determina sulla costituzione intersoggetiva del mondo e la tramatura dei poteri che la sottende.

Etica della rivoluzione
«Rileggo i Greci - avrebbe affermato Foucault - perché la Rivoluzione sarà etica». Non c'è resistenza alle pratiche di assoggettamento se non nella reinvenzione del rapporto in cui singolarità della soggettivazione e vita politica sono viecendevolmente costrette ad una decisiva rimodulazione dell'una e dell'altra. Ancora Hegel, probabilmente, colui che lavora nella lettura foucaultiana dello stoicismo. Ma ben prima dello stoicismo - e della pastorale cristiana che ne ritrascrive i codici in forma impolitica e disciplinare - l'Alcibiade di Platone: la conversione dello sguardo che trasforma la semplicità del processo vitale in esperienza soggettiva, potenza singolare radicata nella pienezza del piacere e non fondata sulla mancanza del desiderio, atto di verità che trasforma il mondo e il sistema di rapporti etici che lo fa mondo comune.
«Sarà rivoluzionario colui che potrà rivoluzionare sé stesso», ebbe a scrivere Wittgenstein. Coniugare il rapporto tra il reinventarsi vita singolare e il divenire della vita in comune, e quindi gettare una sfida permanente ai meccanismi pastorali del biopotere: è questo il compito etico e politico cui ci introduce Michel Foucault.

domenica 27 aprile 2008

Che vita inquinata tra antenne e cemento

Che vita inquinata tra antenne e cemento
Stefano Miliani
L’Unità 26/4/2008

Due libri, uno di Paolo Rognini, l'altro di Francesca Bottari, ci spiegano cosa succede alle nostre città

Non ci rovina la vita solo l'aria inquinata. Inquinano, e fanno soffrire e peggiorano la vita, anche pubblicità giganti e onnipresenti nelle città come lungo le strade di campagna, l'edilizia selvaggia nelle periferie, gli ecomostri, una disattenzione - di matrice innanzi tutto politica - alle cure del territorio. Dal Veneto al Salento alla Campania, intere zone campestri sono sparite sotto il cemento e i capannoni. Però oggi forse non sono i soliti pochi di qualche decennio fa a non sopportarlo più. Cresce la sensibilità? Lo suggeriscono forse più segnali. Da un lato la ricorrente partecipazione ai luoghi d'arte che associazioni come il Fondo per l'ambiente italiano aprono ogni anno, dall'altro, ora, l'uscita di due volumi in fondo complementari.
Il primo è La vista offesa. Inquinamento visivo e qualità della vita in Italia (Franco Angeli editore, 224 pagine a 19,50 euro), una raccolta di testi a più firme e di più discipline curato dal docente di ecologia urbana e sociale a Pisa, Paolo Rognini; l'altro ha un titolo più piano, I beni culturali e il paesaggio. Le leggi, la storia, le responsabilità, a cura della storica dell'arte Francesca Bottari e del professore di filosofia Fabio Pizzicannella (Zanichelli, 351 pagine, 32,50 euro). La vista offesa è un pamphlet. Stima «che nella seconda metà del secolo scorso gli spazi edificati siano aumentati mediamente del 400 per cento, cioè 20 volte più della popolazione». E constata che il cosiddetto Belpaese tanto bello non lo è più. Tra i casi scandalo riepiloga ristoranti su pezzi un tempo intatti di costa tirrenica in Toscana, la rete stradale che ad Agrigento ha mortificato la Tomba del tiranno Tirane, del V secolo a. C, riducendola a triste «birillo spartitraffico», cortine edilizie tirate su scriteriatamente, le foreste urbane di antenne paraboliche. E mentre in periferia proliferano i centri commerciali, accusa il libro, «estetizziamo» i centri storici, magari per compensare un senso di passato distrutto ne facciamo bomboniere staccate dalla quotidianità, «la soluzione più ingannevole e pericolosa perché illude». Per quanto in queste pagine filtri anche una tesi legittima ma discutibile: le centrali eoliche inquinerebbero visivamente il paesaggio. Spagnoli o danesi sarebbero degli scriteriati perché producono energia con il vento in alternativa ad altri sistemi inquinanti? A parte questo La vista offesa è un pamphlet prezioso, utile e appassionato che ha coinvolto agronomi e psicologi, architetti, l'editorialista del nostro giornale Vittorio Emiliani e uno storico dell'arte come Antonio Paolucci. Il volume Zanichelli su beni culturali e paesaggio vuole divulgare il passato e il presente. In forma di schede riassume chiaramente chi e come e perché ha iniziato a prendersi cura dell'arte e del paesaggio, da Raffaello e Canova approda all'oggi, fino a strutture odierne come il ministero, il Vaticano, la cornice legislativa dall'Italia unita a ora. Parte da un presupposto: per difendere qualcosa o saperlo gestire bene è essenziale conoscere, a cominciare dagli studenti delle scuole superiori, e quindi prendere coscienza di quadri, colline e monumenti. Un limite hanno i due volumi, la qualità non eccelsa delle foto, certo per contenere i costi editoriali.

sabato 26 aprile 2008

Germania. Sì dagli ebrei torna "Mein Kampf"

La Repubblica 26.4.08
Germania. Sì dagli ebrei torna "Mein Kampf"

BERLINO - Il Consiglio centrale degli ebrei di Germania si è espresso ieri in favore di una ristampa del libro di Adolf Hitler "Mein Kampf", il manifesto dell´ideologia nazista. «Sono favorevole ad una riedizione, magari con l´aggiunta di commenti, e sulla diffusione via Internet», ha detto il presidente del Consiglio degli ebrei, Stephan Kramer. Il Consiglio si è detto disponibile a collaborare nella redazione dei commenti al libro e ad intercedere presso il governo della Baviera, titolare dei diritti d´autore del libro fino al 2015, per far autorizzare la pubblicazione. "Mein Kampf´", scritto da Hitler tra il ‘23 e il ‘24, è vietato in Germania dalla fine della II guerra mondiale.

giovedì 24 aprile 2008

Erasmo, Spinoza, Bruno: il pensiero moderno nato dalla critica testuale delle sacre scritture

Corriere della Sera 24.4.08
Una tappa fondamentale della nostra storia: dai divieti del Concilio tridentino alle aperture di Pio XII
Così i filologi conquistarono la libertà
Erasmo, Spinoza, Bruno: il pensiero moderno nato dalla critica testuale delle sacre scritture
di Luciano Canfora

È una storia affascinante quella della libertà di pensiero attraverso il faticoso e contrastato dispiegarsi della libertà di critica sui testi che l'autorità e la tradizione hanno preservato. Il campo in cui primamente in età moderna tale libertà provò a dispiegarsi fu quello delle «scritture» dette appunto «sacre»: un aggettivo che di per sé scoraggia la critica. E l'antagonista tenace, quando non minacciosamente repressivo, di tale libertà fu la Chiesa, furono le Chiese. Dal lungo processo di definizione di quel che poteva accettarsi come «canonico» a fronte del rigoglio di narrazioni biografiche sulla persona dell'iniziatore della setta (Gesù) alla «stretta» tridentina che sancì l'assoluta prevalenza della Vulgata di Girolamo: «stretta» tridentina che, si potrebbe dire, cede imbarazzata il passo all'irresistibilità della critica testuale, dopo circa quattro secoli, con l'enciclica di Pio XII, Divino afflante spiritu, del 30 settembre 1943, quando Pacelli, pur tra mille cautele e contorsioni, alfine dichiarò legittimo l'esercizio della critica testuale sul
corpus antico e neotestamentario.
Il cammino fu molto accidentato e il riconoscimento di aver sbagliato non fu mai esplicito. Le parole pronunciate dal dotto e facondo pontefice il 30 settembre 1943 furono: «Oggi dunque, poiché quest'arte (cioè la critica testuale, nda) è giunta a tanta perfezione, è onorifico, benché non sempre facile, ufficio degli scritturisti procurare con ogni mezzo che quanto prima da parte cattolica si preparino edizioni dei Libri sacri, sì nei testi originali, e sì nelle antiche versioni, regolate secondo le dette norme». E subito precisava: «(edizioni) tali cioè che con una somma riverenza al sacro testo congiungano una rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica». Precisazione sintomatica, oltre che imbarazzante. Per coglierne l'assurdità, basta immaginarla applicata ad altri testi che abbiano anch'essi dato origine, via via nel tempo, a «scuole», seguaci, esegeti, ortodossi e non. Si pensi per esempio al corpus platonico e al suo più che millenario sviluppo, e ben si comprenderà l'effetto insensatamente contraddittorio dell'invito a coniugare «riverenza al sacro testo » e «rigorosa osservanza di tutte le leggi della critica». O si dovrà pensare che un testo affidabile di Platone possano darlo soltanto dei platonici puri e graniticamente fedeli al «verbo» del maestro (ammesso comunque che tale verbo esista
già preconfezionato, prima del necessario, lunghissimo, imprevedibile, lavorio critico).
Ovviamente c'è un sofisma cui affidarsi per cercare di tamponare la contraddizione. Che cioè solo quei testi (sacri, com'è noto: quelli inclusi nel canone cattolico) contengono «la verità», in ogni loro parte; il che dovrebbe comportare che perfetta ricostruzione del testo e perfetta aderenza al verbo rivelato, a rigore, coincidano. Infatti è assioma che la verità si esprime in un unico modo. Ma è evidente la petitio principii. Solo dopo aver ricostruito il testo si dovrebbe approdare (eventualmente) a scoprire quale verità esso contenga, e, successivamente, alla conclusione che esso — ed esso soltanto — contiene la verità. Invece qui c'è, sottintesa, la pretesa aprioristica che lì (e non altrove) ci sia la verità. Una «verità» data e precostituita e testualmente compiuta già prima della ricostruzione del testo. Oltre alla petitio principii ci sono poi difficoltà di ordine storico. Quei testi infatti: a) sono stati spiegati in modi vari dalle differenti confessioni e sette staccatesi via via dal ceppo «cattolico» (il che di per sé dimostra che essi potenzialmente contengono diverse verità e non di rado in contrasto tra loro); b) sono stati accompagnati, nel corso della tradizione, da numerosi altri testi consimili ma non coincidenti con quelli proclamati poi «canonici ». Alcuni, e non altri, a un certo punto furono espulsi dal «canone». Il che — oltre a rappresentare un'ulteriore petitio principii — per giunta accadde in un'epoca in cui già non esisteva più univocità testuale nemmeno dei libri inclusi nel «canone ». In tali condizioni, a maggior ragione, il richiamarsi a una prestabilita, unica, «verità» testuale racchiusa in quei libri appare immetodico.
Ma forse è superfluo insistere su questo punto così vulnerabile. Esso è inevitabilmente presente fintanto che quei testi vengono gravati di un peso e di un significato superiore rispetto a quello di tutti gli altri. Una pretesa di superiorità che automaticamente impaccia la libertà di critica (testuale).
Quando si ricostruisce questa vicenda, si comprende che essa coincide con la storia stessa della filologia, cioè della libertà di pensiero. Un grande intellettuale italiano della prima metà del Novecento, Giorgio Pasquali, fu autore di un libro memorabile, che andrebbe ciclicamente ristampato (non importa se «invecchiato», come potrebbe deplorare qualche fumatore di oppio bibliografico): la Storia della tradizione e critica del testo (la prima edizione è del 1934, la più recente è del 1988). Qui, il capolavoro nel capolavoro è il capitolo iniziale, dove Pasquali narra, con semplicità densa a ogni frase di dottrina non ostentata, come il metodo filologico volto a recuperare quanto possibile l'autenticità dei testi — una pratica in cui verità e libertà si sostengono a vicenda — si sia venuto formando, almeno da Erasmo in avanti, nel costante sforzo di ricostruire la formazione — e quindi la lettera — del Nuovo Testamento. Una lotta nella quale i cattolici brandivano i deliberati tridentini, particolarmente oscurantistici su questo punto, ma che vide anche le Chiese protestanti perseguitare i loro adepti che, studiando criticamente il testo greco del Vangelo, ne mettevano di necessità in crisi la comoda e arbitraria fissità e unità. Gli eretici degli eretici furono dunque allora i fondatori della filologia e, al tempo stesso, il seme della nostra libertà: il «campo di battaglia» furono quei testi imbalsamati come «sacri» e lo strumento della lotta fu, allora come sempre, la filologia.

Il diritto alla verità dopo i veti della Chiesa
Il saggio che pubblichiamo in questa pagina è il secondo capitolo del nuovo libro di Luciano Canfora, Filologia e libertà, appena edito da Mondadori (pagine 149, e 13). Come dice il sottotitolo, la filologia è «la più eversiva delle discipline», attraverso cui passano «l'indipendenza di pensiero e il diritto alla verità». Canfora, docente di Filologia greca e latina all'università di Bari, passa in rassegna i grandi momenti della critica testuale, dalle proibizioni del Concilio di Trento, alle concessioni di Pio XII, e racconta delle battaglie ingaggiate da giganti del pensiero, come Erasmo da Rotterdam, Baruch Spinoza, Giordano Bruno, per applicare la libertà di ricerca anche ai testi sacri.