lunedì 21 giugno 2010

Addio Saramago, il mondo è cieco senza il tuo sguardo

l’Unità 19.6.10
Addio Saramago, il mondo è cieco senza il tuo sguardo
Fedele alle idee: È sempre rimasto duro, combattivo e comunista
Fedele alla politica: Aveva conosciuto, in casa, la dittatura di Salazar
di Oreste Pivetta

È morto a 87 anni il grande scrittore portoghese, autore di Memoriale del convento e Cecità
Di recente teneva un blog per ritrovare nell’immaginazione compagni d’avventure letterarie
Il manifesto Aveva un’antipatia mai dissimulata per Israele
La sua prosa Maestosa, avvolgente, sinuosa: ti prende per mano e ti accompagna

Lo scrittore portoghese e Premio Nobel per la Letteratura è morto all’età di 87 anni a causa di una leucemia cronica nella sua casa di Lanzarote, isola delle Canarie, dove risiedeva dal 1991.
Saramago conobbe momenti di celebrità anche in Italia: quando apparvero i suoi romanzi più belli, come Cecità, quando nel 1998 vinse il Nobel, quando fece intendere che cosa pensava di Berlusconi. Scrivendo di Berlusconi divise il suo pubblico vecchio e possibile, s’attirò accuse pesanti, si guadagnò simpatie estreme. Ormai ottantasettenne. La sua polemica antiberlusconiana sta in un libretto, Il Quaderno, che venne pubblicato da Bollati Boringhieri, dopo che l’Einaudi mondadoriana l’aveva rifiutato. Censura, non si discute. Troppo esplicito il verdetto di condanna nei confronti del nostro presidente del consiglio e dell’italietta pecorona e volgare modellata a sua immagine. Non tutta l’Italia è così e Saramago lo sapeva, altrimenti non avrebbe accettato un viaggio nella piovosissima Torino, per presentare il suo «diario». Che stupiva già per una ragione intrinseca, per il modo con cui era nato, cioè dialogando in un blog: che un vecchio intellettuale famoso, in marcia verso i novant’anni, perdesse il suo tempo dietro un blog potrebbe apparire insolito...
Ho usato l’espressione «in marcia» non a caso, perché al nostro appuntamento me lo vidi, alla lettera, marciare incontro, ritto, elegante in completo grigio, camicia e cravatta (con la bella moglie, assai più giovane, al fianco). Era magro, il viso scavato, calvo, mai stanco di parlare, anche se gli altri tutto attorno trepidavano in ansia per la sua stanchezza. Mi spiegò che il blog era un’invenzione di un cognato. Lui si era prestato volentieri a quel dialogo quotidiano, che gli serviva per ritrovare nell’immaginazione vecchi compagni d’avventure letterarie, per connettere tanti episodi della sua esistenza, per introdurre temi di carattere universale, dalla fame nel mondo al potere delle banche, per polemizzare non risparmiandosi avversari. Perché se, dicendo dell’Italia, il suo bersaglio preferito era Berlusconi, ne aveva pesantemente anche per la nostra sinistra, sbeffeggiata per la sua indolenza in varie pagine, con un angolo riservato al nostro Veltroni, descritto, in modo crudo, fragile di carattere e assai incerto nell’ideologia. A proposito di Berlusconi ne scrisse di peggio. Citiamo: «Con la sua particolarissima opinione sulla ragione d’essere e il significato dell’istituzione democratica,
Berlusconi ha trasformato in pochi anni l’Italia nell’ombra grottesca di un Paese e una grande parte degli italiani in una moltitudine di burattini...».
Francamente non mi sentirei di dissentire, ma ci sarà stato qualcuno che l’avrà tacciato di settarismo e l’avrà accusato di non conoscere la realtà del bel paese. Il dubbio venne anche a me e glielo esposi. Saramago teneva un’aria seria, non sorrideva. Accettava le mie domande senza un attimo di impazienza, rispondeva pacato e lento nella parola. Mi rispose che conosceva l’Italia grazie ai suoi viaggi, agli amici che gli riferivano, ai giornali. Ineccepibile. Poi c’era il blog... Ci sarebbe altro da raccontare, ad esempio l’antipatia mai dissimulata per Israele, con qualche durezza di troppo, come nel manifesto che firmò in nobile compagnia, con John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, Gore Vidal, l’ostilità nei confronti della chiesa portoghese e del «suo» Dio «vendicativo, rancoroso, cattivo, indegno di fiducia», lo spregio per i banchieri, considerati più o meno delle canaglie (s’era in piena crisi finanziaria). Insomma Saramago, dal ritiro di Lanzarote, alle Canarie, dove ieri è morto, non si risparmiava, duro, combattivo e comunista, come era rimasto, fedele a un’idea più che alla sua dispersione materiale nel corso della storia. Aveva conosciuto, in casa, la dittatura di Salazar (al partito comunista portoghese, in clandestinità, s’era iscritto nel 1959), appena oltre confine poteva apprezzare quella di Franco. Dopo la libertà, che arrivò con la rivoluzione dei garofani, era rimasto un uomo all’antica, onesto, un combattente, diventando un «grande scrittore», come lo riteneva il più grande dei critici, Harold Bloom: un «titano» lo considerava. Certo rappresenta una delle voci più maestose del secolo che è da poco passato. Maestosa è la sua prosa, avvolgente, sinuosa: ti prende per mano e ti conduce tra i misteri della vita e della storia, insegnando a guardare, moltiplicando gli sguardi lungo le traiettorie dell’insolito, come nel suo romanzo forse più bello, Cecità, dove la nebbia diventa la lente che costringe a seguire passaggi anomali e per questo meglio aperti sulla verità. C’è anche ironia nelle sue pagine e c’è soprattutto pena per una umanità fragile, destinata alla sconfitta.
José de Sousa Saramago era nato ad Azinhaga il 16 novembre 1922. Il padre era un agricoltore, che, una volta a Lisbona dal 1924, aveva trovato lavoro come poliziotto. Il fratello minore, Francisco, morì a due anni, pochi mesi dopo l’arrivo nella capitale. Non c’erano soldi in famiglia e così il giovane Saramago non frequentò l’università, ingegnandosiper mantenersi nei lavori più diversi, fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. Il suo primo romanzo, Terra del peccato, del 1947, non trovò gran fortuna. Sino alla Rivoluzione dei Garofani, nel ‘74, Saramago visse una stagione di formazione. Pubblicò poesie (Le poesie possibili, 1966), cronache (Di questo e d’altro mondo, 1971), testi teatrali, novelle. Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano Diario de Noticias nel ‘75 e quindi scrittore a tempo pieno), crollata la dittatura, si presentò nel 1977 con il romanzo Manuale di pittura e calligrafia, seguito da Una terra chiamata Alentejo, incentrato sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con Memoriale del convento (1982) che ottenne il successo. In sei anni pubblicò tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, L’anno della morte di Riccardo Reis e La zattera di pietra). Gli anni novanta lo consacrarono con L’assedio di Lisbona, Il Vangelo secondo Gesù e Cecità.
Nel 1998 il riconoscimento «ufficiale»: il Nobel. Non piacque al Vaticano il premio ad un uomo che non s’era mai risparmiato nelle critiche alla Chiesa, alla religione, ad un certo modo di usare persino Dio. Critiche che gli dettava la vicenda del suo paese e della Spagna accanto.

mercoledì 17 marzo 2010

O: storia intima dell'orgasmo

O: storia intima dell'orgasmo
Autore Jonathan Margolis
Traduttore M. P. Romeo; M. Zonetti
Editore Piemme, 2005

Per alcuni è una questione di minuti. Più o meno dodici all'anno. Altri non lo provano in una vita. C'è chi per definirlo non risparmia la fantasia, compiendo ardite similitudini tra l'orgasmo e il goal in una partita di calcio. Eppure non c'è mai stata parola più oscurata, censurata, osannata, sublimata, parafrasata, condannata, a seconda delle epoche storiche e delle latitudini. Dalla biologia alla letteratura, passando attraverso l'antropologia, la psicologia e la tecnologia, a partire dall'uomo delle caverne fino al Viagra e al virtual sex, Margolis propone un viaggio alla scoperta dell'orgasmo e del piacere del sesso.

venerdì 12 marzo 2010

Chiunque nel mondo potrà accedere a milioni di libri senza copyright

l’Unità Firenze 11.3.10
L’intesa con il ministero dei beni culturali coinvolge anche Roma
Chiunque nel mondo potrà accedere a milioni di libri senza copyright
Accordo storico con Google i libri della Nazionale sul web
Una volta digitalizzate, le opere di Dante, Petrarca, Leopardi, rari testi scientifici del XVIII secolo e litografie di ogni epoca saranno a disposizione dei navigatori del web. Il costo sarà a carico di Google.
di Matilde Tempesti

Non sempre vecchio e nuovo parlano lingue diverse, soprattutto non sempre il mondo virtuale logora quello reale. È stato siglato un accordo già definito storico tra il motore di ricerca Google e il ministero per i Beni e le Attività Culturali, che consentirà a chiunque nel mondo di accedere a fino ad un milione di libri non coperti da copyright conservati nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze.
Una volta digitalizzate, le opere di Dante, Petrarca, Leopardi e Manzoni saranno a portata di clic da Genova a Nairobi. Google fornirà inoltre alle due biblioteche le copie digitali di ciascun libro parte del progetto, così che possano a loro volta renderli disponibili anche su piattaforme diverse da Google Books, come quella del progetto Europeana. L’accordo prevede la
La Biblioteca Nazionale di Firenze
digitalizzazione e messa in rete di circa un milione di volumi, 285mila dei quali sono stati già metadatati e catalogati dal Servizio Bibliotecario Nazionale, e nei prossimi 2 anni si completerà la catalogazione dei volumi scelti, che saranno digitalizzati da Google e poi messi online. Il costo della digitalizzazione sarà a carico di Google. Tra i libri rari e rilevanti che la Biblioteca Nazionale di Firenze includerà nel progetto vi sono rare opere scientifiche del XVIII se-
colo e dell’Illuminismo, opere letterarie del XIX secolo, opere illustrate e litografie di ogni epoca. «La speranza è che questo sia un punto di partenza ha dichiarato il ministro Sandro Bondi e che presto molti altri volumi possano essere disponibili».
PER SAPERNE DI PIÙ
www.bncf.firenze.sbn.it

domenica 28 febbraio 2010

L'anello del pescatore

L'anello del pescatore, Jean Raspail, CasadeiLibri 2009 euro 16

A distanza di 11 anni dall'uscita del Il campo dei santi (Cavallo Alato edizioni di Ar) ritorna in Italia Jean Raspail, con L'anello del pescatore.

Siamo nel 1994 lontani dalla morte di Giovanni Paolo II e la proclamazione di Papa Benedetto XVI, e molti anni prima della pubblicazione de “Il codice Da Vinci” di Dan Brown, che ha costruito i suoi romanzi sulla “grande menzogna” su cui si fonderebbe la Chiesa Cattolica.

Raspail, profondo conoscitore dei fatti storici del Grande Sisma d'Occidente, scrive un romanzo, riportando ai giorni nostri una disputa che ha diviso la Chiesa per quasi quarant'anni, conclusa con la deposizione di Benedetto XIII, ultimo degli antipapi di Avignone.

L'ultimo successore di questa discendenza papale scomunicata dalla Chiesa, un mendicante, che si fa chiamare Benedetto, parte da Rodez, al sud della Francia, deciso a raggiungere Roma per rivelare la sua profezia al Papa, morire accanto la tomba di Pietro e mettere definitivamente fine allo Scisma.


Raspail costruisce un libro affascinante, che travalica i generi letterari, e trasporta il lettore avanti e indietro nel tempo senza mai perdere il bandolo della matassa. Dietro alla storia ufficiale della Chiesa, Raspail ne racconta una parallela, che sembra altrettanto verosimile, sostenuta da una grande documentazione storica e una scrittura carica di ritmo, e varietà linguistica che insinua il dubbio capitolo dopo capitolo.

mercoledì 17 febbraio 2010

Joumana Haddad «Quando ho scoperto la storia di Lilith sono tornati tutti i conti della mia vita»

Liberazione, sabato 13 settembre 2008
Joumana Haddad «Quando ho scoperto la storia di Lilith sono tornati tutti i conti della mia vita»
Intervista
«La sua poesia, attraverso una parola tentacolare, spesso riesce a dar voce a una donna forte e sontuosa», così lo scrittore marocchino Tahar Ben Jallun ha recentemente descritto l’opera di Joumana Haddad, poeta libanese. Questa estate, mentre leggeva all’Isola Tiberina (in un italiano perfetto) la sua composizione dedicata alla biblica Lilith, nell’ambito del festival internazionale di letteratura “Mediterranea”, Joumana sembrava aver dato non solo voce ma corpo e sostanza a una «donna forte e sontuosa».

Liberazione 13.9

domenica 31 gennaio 2010

La favolosa storia del trattato sui profeti bugiardi

La Repubblica 30.1.10
La favolosa storia del trattato sui profeti bugiardi
di Adriano Prosperi

Minois ripercorre la leggenda del celebre testo su Gesù, Mosè e Maometto Un´opera contro la religione, prima immaginata poi scritta per davvero

Questa è la storia di un libro maledetto e desiderato, temuto e accanitamente ricercato: un libro che prima di diventare reale fu piuttosto una fantasia, una testa senza corpo, un embrione di libro. All´inizio ci fu un´idea, un titolo: i tre impostori. Ma che titolo: i tre impostori erano Mosé, Gesù Cristo e Maometto. E l´idea era quella di attribuire l´origine delle tre religioni monoteistiche mediterranee all´impostura dei fondatori. Come quell´embrione sia nato e si sia sviluppato lo racconta Georges Minois (Il libro maledetto. La storia straordinaria del Trattato dei tre profeti impostori, Rizzoli, traduzione di Sara Arena, pagg. 320, euro 17,50).
Minois è uno storico abituato a scavare nei sedimenti dell´immaginario religioso. Sue sono tra l´altro una storia del diavolo e una storia dell´inferno. Lo zolfo d´inferno circola anche in questa storia. Da lì affiorano le ombre di Federico II di Svevia e del suo ministro Pier delle Vigne, convinti - secondo l´accusa di papa Gregorio IX (1239) - che il mondo intero fosse stato ingannato da tre impostori, Gesù Cristo, Mosé e Maometto.
In quell´inferno la tradizione cristiana collocò anche Averroè. A lui, un infedele e dunque un comodo capro espiatorio, fu attribuita la tesi che le tre religioni monoteistiche fossero state fondate da tre imbroglioni.
L´idea che la storia dell´uomo e del mondo raccontata dalle tre religioni fosse frutto di un´abile mistificazione poteva nascere solo in quel bacino del Mediterraneo dove tre monoteismi si scontravano con l´insanabile odio di un rapporto fraterno. Ma perché si pensasse alla religione come impostura e inganno deliberato era stato necessario il contributo dell´intelligenza greca e della sapienza politica romana. Erodoto aveva raccontato l´inganno di un fondatore di religione, lo schiavo trace di Pitagora, Salmoxis. E Tito Livio aveva descritto i finti convegni notturni di Numa Pompilio con la ninfa Egeria. Il poema di Lucrezio aveva accusato la religione di fondarsi sulla paura. E fu dalla lettura di Lucrezio e di Tito Livio e dall´esperienza dei tempi suoi che Niccolò Machiavelli ricavò le sue osservazioni sulla funzione della religione per il potere politico e per la forza dello stato.
Intanto con le scoperte geografiche la comparazione tra religioni si allargava a scala mondiale; e con la comparazione si sviluppava la capacità di critica e di relativizzazione e la tendenza a considerare la religione - ogni religione - una creazione umana, modellabile con la forza e con l´astuzia. E il libro dei tre impostori? La convinzione della sua esistenza condivideva con la fede in Dio delle religioni positive un carattere comune: era sostanza di cose sperate, terrore di cose temute. Finché a un certo punto ci fu chi lo scrisse davvero. Ma tutta questa storia, dalla lunghissima gestazione alla nascita, ha ancora lati oscuri e passaggi incerti su cui si affaticano gli studiosi: il che contribuisce a conferirle il fascino che appartiene alle cose nascoste, ai sogni e alle immaginazioni.
La violenza dei dispositivi di chiese e stati obbligava al nascondimento e nello stesso tempo aggiungeva forza di argomenti a chi parlava di impostura. Fu allora che la figura dell´ateo cessò di essere uno spauracchio apologetico e prese corpo e caratteri moderni. E fu con gli apporti dei libertini eruditi, di Hobbes e soprattutto di Spinoza che venne lievitando l´idea centrale di quel libro: che intanto, detestato e ricercato, dichiarato esistente senza essere visto, restava come avvolto nell´alone di quella che era la sua materia: l´impostura. Quando prese corpo in stampe e non in una ma in più versioni, una in latino e una in francese, fu per opera delle correnti dell´Illuminismo radicale, decise a voltar pagina rispetto a una cultura elitaria che non riteneva il popolo capace di tollerare la verità.
La versione su cui giustamente Minois si concentra comparve all´Aia nel 1719 dall´editore Levier. E il lettore curioso potrà verificare sull´eccellente edizione che del testo da lei scoperto ha pubblicato Silvia Berti (Trattato dei tre impostori, Einaudi, 1994) se è vero, come scrive Minois, che quel trattato è deludente: di più, se è vero che all´epoca in cui comparve avesse perduto la sua forza dirompente. Una cosa è certa: non c´è l´inferno in quelle pagine, non vi sono le sulfuree empietà su cui avevano speculato trafficanti e stampatori. Al loro posto c´è una ferma fiducia nella retta ragione, «la sola luce che l´uomo deve seguire». E c´è in più un salto rivoluzionario rispetto ai tempi delle cabale segrete e dei libertini eruditi: la convinzione «che il popolo non è così incapace di fare uso /della ragione / come si cerca di fargli credere». Era finita un´epoca, un´altra cominciava che ancora non è finita.