domenica 27 gennaio 2008

La porta dei sogni, Interpreti e sognatori nell'Egitto antico

Edda Bresciani
La porta dei sogni, Interpreti e sognatori nell'Egitto antico

Prima edizione: 2005, EINAUDI, pp. XIV-190

«In realtà l'interpretazione dei sogni è del tutto analoga alla decifrazione di un'antica scrittura pittografica come i geroglifici egizi».

Sigmund Freud

Nell'Egitto antico si sognava di notte e di giorno. I sogni nascevano dormendo nella propria casa o dentro i templi. C'erano molti templi dove sognare, erano aperti a tutti, a sognatori di ogni livello sociale. Durante l'incubazione il dio appariva e parlava direttamente per dare consigli, pronostici e prescrizioni mediche (in particolare cure contro la sterilità). A sognare erano uomini e donne, privati e sacerdoti, i seguaci di Seth e quelli di Horo, sognatori "politici" e faraoni. Si sognavano animali sacri e belve feroci, frutti e piante, strani accoppiamenti, parti bizzarri e ancor piú singolari allattamenti. I sogni facevano insomma parte del mondo egiziano, e cosí la loro interpretazione.
In verità, nella civiltà egiziana piú antica, durante il sonno che rende gli uomini cosí vulnerabili, il sogno era stato l'habitat pericoloso, il luogo di incontri paurosi con spiriti, fantasmi e morti scontenti da placare con preghiere e offerte, e da respingere con formule magiche e talismani. Piú tardi, il sogno ha invece assunto la funzione di una porta aperta sul futuro, un presagio di ciò che accadrà. Ed è nel Nuovo Regno che si incontrano le prime liste e i racconti di sogni. L'interesse per i sogni e per il loro significato continua e si arricchisce poi nell'Egitto piú tardo, ellenistico e romano.
Edda Bresciani legge e commenta per noi i testi magici di protezione del sonno e i Libri dei Sogni egiziani (qui in una nuova traduzione), veri manuali e repertori, dove i sogni sono elencati col loro significato di auspicio buono o cattivo per tutte le occasioni della vita. Il lettore scopre allora che timori, speranze, visioni e ossessioni degli antichi abitanti della terra del Nilo non erano dissimili da quelli dell'uomo di oggi, e che lo schema di interpretazione antico si avvicina molto a quello delle Chiavi dei sogni moderne.

«Era dopo la cena ed era venuta la notte; mi presi un'ora di tranquillità, sdraiato sul mio letto. Ero stanco e la mia mente cominciò a seguire il sonno».

«Salute, o tu buon sogno, che è visto di notte e di giorno. Porta via tutti i mali e le cose cattive che ha creato Seth, figlio di Nut».

Hinc italae gentes. Geopolitica ed etnografia dell’Italia nel commento di Servio all’Eneide

Hinc italae gentes. Geopolitica ed etnografia dell’Italia nel commento di Servio all’Eneide

A cura di Carlo Santini, Fabio Stok.
Collana: Testi e studi di cultura classica (31)
ISBN: 88-467-0979-9 Anno: 2004 Pagine n° 316
Edizioni ETS, € 18.

Per secoli, dalla tarda antichità al Rinascimento, il commento di Servio (IV-V sec. d.C.) è stato lo strumento principale con cui sono state lette e interpretate le opere di Virgilio. La cultura moderna lo ha utilizzato a lungo come repertorio di notizie antiquarie e mitografiche. Solo negli ultimi anni la critica ha riscoperto in Servio l’espressione di una cultura che aveva eletto Virgilio quale maestro di saggezza e classicità ed ha pensato alla possibilità di leggere il suo commento anche come un sistema letterario.
I saggi contenuti in questo volume esplorano il modo in cui Servio commenta la guerra narrata da Virgilio nella seconda metà dell’Eneide, nella quale si affrontano i Troiani di Enea, i Latini, gli Etruschi e le altre popolazioni dell’Italia preromana.

I Misteri di Dioniso

Reinhold Merkelbach
I Misteri di Dioniso
Ecig, Genova, 1991

Nietzsche parla di Dioniso come del dio delle passioni violente e sfrenate: le sue Menadi danzavano sui monti solitari, dilaniavano gli animali sacrificali divorandoli crudi. Ma questo "dio della tragedia" per i Greci o i Romani dell'età imperiale aveva tratti molto più inoffensivi. Era il dio degli alberi da frutto, del vino, dell'eterna palingenesi del ciclo delle stagioni. I suoi seguaci celebravano feste pastorali nei campi: Dioniso era il dio della pace e dell'Età dell'Oro. La più grande festa in suo onore coincideva con la vendemmia e la pigiatura dell'uva, la sua religione predicava il benessere, l'armonia, era culto della Bellezza. Si trattava comunque di un grande culto misterico, tanto segreto che di esso non è restato alcun testo sacro. Era una religione non scritta che per natura si prestava ad essere tramandata per immagini più che per parole. La novità di questo libro sta nel ricostruire il culto misterico di Dioniso attraverso le iconografie dionisiache pervenuteci e nel metterlo a confronto con la famosa storia d'amore di Dafni e Cloe, il romanzo pastorale di Longo che tanto influenzò la poesia arcadica, scoprendo che esso non è altro che una versione letteraria dei misteri di Dioniso.

Mitra. Il Signore delle grotte

Reinhold Merkelbach
Mitra. Il Signore delle grotte
Ecig, Genova, 1998
€ 20,66

L'opera fondamentale di Reinhold Merkelbach, corredata da un'ampia sezione iconografica, riporta e interpreta con straordinaria accuratezza, commentandole in maniera avvincente, le numerose testimonianze del culto mitraico, dai regni ellenistici a Roma e alle più remote province dell'Impero. Assistiamo così alla nascita, all'espansione e al malinconico tramonto di una religione che, tra l'altro, diventò - in una Roma mortificata dal proprio declassamento - un punto di coagulo per la resistenza della cultura pagana. Ma, a parte i riti superstiti di ristrette cerchie orientali, il dio Mitra, nato durante il solstizio d'inverno e venerato negli antri, percorre anche le vie della tradizione orale - vie sotterranee, appunto -per riemergere, eroe di racconti popolari, il giorno dell'Ascensione in Armenia, a oltre millecinquecento anni dal trionfo del cristianesimo.

I misteri di Mithra. Cosmologia e salvezza nel mondo antico

David Ulansey
I misteri di Mithra. Cosmologia e salvezza nel mondo antico
Mediterranee, Roma, 2001
€ 12,91

NOTA EDITORIALE

Dei molti enigmi lasciati dall’antichità uno dei più misteriosi e affascinanti è quello relativo al culto misterico tributato in epoca romana, dal I al IV secolo d.C., al dio Mithra. I segreti, rivelati unicamente agli iniziati di questi misteri, non vennero – per quanto ne sappiamo – mai messi per iscritto, e quindi gli studiosi non si possono avvalere di specifiche testimonianze letterarie, ma soltanto della copiosa iconografia mitriaca, peraltro estremamente difficile da decifrare. L’interpretazione più accreditata delle fonti archeologiche, sostenuta in questo lavoro di David Ulansey – lo sviluppo della propria tesi di specializzazione presso l’Università di Princeton – è quella che la strana rappresentazione simbolica di questo antico culto sia in realtà un codice astronomico, e ciò dimostrerebbe l’elevato grado di conoscenza posseduto dai suoi adepti. Il libro, frutto di molti anni di ricerca, è entusiasmante e procede, passo dopo passo, tassello dopo tassello, fino allo svelamento della complessa struttura cosmologica nascosta dietro al simbolismo della tauroctonia, la scena dell’uccisione del toro da parte del dio Mithra, che compare in maniera identica in ogni tempio dedicato a questa religione. Ma, oltre all’interesse intrinseco di tali raffigurazioni, lo studio del mitraismo è di grande importanza per comprendere la matrice culturale da cui prese le mosse il cristianesimo. Le due religioni furono infatti sorelle, nacquero nella stessa epoca e si diffusero grosso modo nella medesima area geografica, cercando di dare risposte differenti al comune desiderio di trascendente.

Se ai Greci togli gli dei, spariscono pure gli uomini

Se ai Greci togli gli dei, spariscono pure gli uomini

Nel mondo, il divino sospende il potere del caos e afferma quello della bellezza: il classico di Walter Otto, storico delle religioni «ispirato» da Nietzsche, un libro per Baricco...

Federico Vercellone

GLI dei sono qui - affermò il grande antagonista di Friedrich Nietzsche, colui che ne condannò la visione mistica della grecità, il rigoroso e scientificamente laicissimo Ulrich von Wilamowitz Moellendorf rammentando così il requisito fondamentale della religione greca, quello per cui il dio consiste della propria apparizione, manifestandosi qui e ora. Il divino - ce lo ricorda il volume Gli dei della Grecia di un grande storico delle religioni eterodosso e d'ispirazione nietzschiana, quale Walter Otto - custodisce, per il greco, una determinata sfera dell'essere e le dà forma. Ogni figura dell'Olimpo restituisce intuitivamente, attraverso i suoi lineamenti, un ambito dell'attività umana o della natura nelle sue sfumature e modulazioni, e ne contempla caratteristiche e peculiarità.
Questa suprema vivente connessione si chiama dio. Proprio per ciò nessun greco si sarebbe mai chiesto se gli dei esistessero: semplicemente li aveva dinanzi come evidenze grazie alle quali una determinata sfera del mondo assume le proprie fattezze. In breve un greco non poteva essere ateo proprio perché non credeva ai suoi dei ma semplicemente ne presupponeva l'esistenza. Stando così le cose non ha alcun senso voler secolarizzare il mondo omerico, poiché se gli si sottrae il divino non gli resta neppure l'umano. E' così che operazioni recenti come quella di Alessandro Baricco, intese a laicizzare un poema come l'Iliade eliminando gli dei dalla narrazione, finiscono per lasciare notevolmente perplessi. L'esito ultimo di un adattamento di questo genere del testo antico è quello di produrre un falso vero e proprio: nessun eroe omerico si sarebbe mai sognato di vivere e agire in un mondo disertato dagli dei. Il disincanto è infatti un prodotto moderno di cui rende ragione un genere tipicamente moderno come il romanzo che con l'epos ha soltanto una vaghissima parentela. Prescindendo ora da divagazioni estemporanee, è il caso di addentrarsi ulteriormente negli Dei della Grecia di Walter Otto, di cui Adelphi presenta una nuova edizione italiana a cura di Giampiero Moretti e di Alessandro Stavru. Alla sua prima edizione, nel 1929, questo testo suscitò interesse e perplessità: esso si proponeva di riproporre lo sguardo nietzschiano sulla religione greca, di mostrare l'abisso originario sul quale il mondo olimpico era venuto a ergersi. Naturalmente la cosa non poteva non suscitare sospetti e contrastanti prese di partito. Nietzsche era infatti stato messo al bando dalla scienza dell'antico proprio da quel
Wilamowitz che avrebbe alla fine adottato il medesimo criterio fatto proprio dal suo antagonista nella Nascita della tragedia, quello secondo cui non si accede al divino che attraverso il divino stesso. Non si può cioè intenderlo se non riconoscendo che esso è ciò che tiene insieme, nella sfera dell'apparizione e non in quella del discorso, diverse sfere dell'essere.
Ciò presuppone una fase più originaria nella quale il divino non è ancora riuscito a prendere dimora nell'ambito che gli compete, quella dell'apparenza, una fase in cui esso lotta per giungere alla chiarezza rappresentativa che gli è propria nell'universo olimpico. Essa è connessa alla sfera della stirpe, del diritto fondato sul sangue; e tutto ciò ci conduce in prossimità dell'Ade, del mondo dei morti. Nello stadio superiore non si è persa del tutto la memoria di questo strato precedente. Lo dimostrano narrazioni come quella di Esiodo a proposito della nascita di Afrodite, secondo la quale questa dea nacque da una curiosa intromissione di Crono nell'amplesso dei genitori, Urano e Terra. Crono evirò il padre e dal seme del sesso divino caduto nel mare e trasformatosi in spuma si venne formando Afrodite. La chiarezza della forma deriva dunque in questo caso da un conflitto oscuro, da un'originaria indistinzione di cielo e terra che, separandosi violentemente, danno luogo alla genesi miracolosa della forma. Nella sua suprema evidenza, essa viene detta bellezza.
La narrazione mitologica non costituisce in nessun modo, da questo punto di vista, un'invenzione fantastica, l'antica testimonianza di un mondo radioso e ingenuo come avrebbe voluto un classicismo caricaturale, ma la testimonianza di una visione profondissima dell'essere e del mondo. Si tratta di un atteggiamento che non testimonia affatto, agli occhi di Otto, una religiosità superficiale alla quale andrebbe accostato per contrasto il cristianesimo. Quando parliamo dei Greci non abbiamo dunque da immaginarci, secondo Otto, un mondo levigato che vive smemorato in una sorta di presente eterno. Al contrario le divinità greche, la loro configurazione, testimoniano - come c'insegna l'esempio di Afrodite - dell'inconcepibile fatica e dolore che costituisce il travaglio della forma, e costituisce il preludio del suo luminoso articolarsi. Attraverso il divino si delinea il mondo nelle sue partizioni, si sospende il potere del caos e s'impone quello più lieve della forma e della bellezza.

Walter Otto, Gli dei della Grecia
a cura di Giampiero Moretti e Alessandro Stavru Adelphi, pp.343, €42

da ttL tuttoLibritempolibero 5/2/2005 p. 6, supplemento de "La Stampa"

È esistita una «madre di tutte le novelle»?

È esistita una «madre di tutte le novelle»? Il Sette e ...

È esistita una «madre di tutte le novelle»? Il Sette e l’Ottocento ne erano convinti. Forti della scoperta della lingua dell’antica India (il sanscrito), avevano trovato nella corrispondente, ricchissima letteratura un certo numero di raccolte di novelle, come il Panciatantra , di quasi due millenni fa. Ed ecco i comparatisti a riscontrare la conquista, da parte di queste novelle, di immensi spazi asiatici ed europei: le raccolte indiane, compatte o frammentate in singole novelle, s’installano nelle letterature spagnola, francese, italiana. E appare straordinaria la vitalità di racconti che, a distanza di migliaia di chilometri e attraverso i confini di lingue, di costumi e di religioni, continuano a essere narrati con pochi cambiamenti. Venne poi la reazione (1893) dell’autorevole Joseph Bédier, che negò questa monogenesi. Insisteva tra l’altro sul fatto che la prevalente diffusione orale delle novelle impedisce di azzardare qualunque ipotesi sulla loro data e provenienza.
Resta che un importante e antichissimo nucleo di narrazioni si è diffuso partendo dall’India ed è giunto in Occidente attraverso traduzioni in lingue mediorientali (siriaco, iranico, ebraico, arabo) e infine in latino, passando poi alle lingue occidentali. Una trafila, questa sì, verificabile, perché attuata in testi scritti. Un itinerario non sempre percorso dalle raccolte di novelle passa per Bisanzio. Qui Michele Andreopulo tradusse in greco dal siriaco il cosiddetto Syntipas , scritto originariamente in iranico ( Novelle bizantine , a cura di Fabrizio Conca, Bur, pagine 184, 8,50).
Questa raccolta circolò poi in Occidente, anche col titolo di Libro dei sette savi oppure di Libro della furberia e della malizia delle donne . Diremo solo che la cornice, elemento quasi fisso in raccolte del genere, rassomiglia a quella delle Mille e una notte . Una matrigna (siamo in regime di poligamia) accusa ingiustamente l’unico figlio del re di averla insidiata e il ragazzo non può difendersi perché Syntipas, suo maestro, ha letto nelle stelle che morirà se non tacerà per una settimana. Per sette giorni, i sette savi da una parte, la matrigna dall’altra si scontrano in una specie di duello impugnando le novelle come armi: i primi infatti sparano racconti che dimostrano le astuzie delle donne, la seconda altrettanti racconti che evidenziano il pericolo dei cattivi consiglieri. Scaduta la settimana, il principe può scagionarsi da sé e la matrigna viene condannata al ludibrio popolare.
La bella introduzione di Conca s’impegna anche a difendere le donne delle novelle, le cui astuzie sono spesso una necessaria autodifesa; ma lo spirito della raccolta è indubbiamente misogino e, dati i tempi e i luoghi, non c’è motivo di stupirsene.

Cesare Segre

Cultura
Corriere della Sera 18 01 2005